Un treno per la Cina, e un’amara sorpresa

Come avevamo anticipato, arriva il momento di lasciare la Mongolia e di puntare dritti verso la Cina. Anche perché Pechino era stata designata come meta da raggiungere in quella famosa riunione tenutasi a Malakasa, Cipro. Ma tra il dire e il pedalare ci sono di mezzo un treno, la polizia di frontiera e una brutta sorpresa, che potrebbe determinare la fine dei sogni di Zio Bici e del gruppo itinerante…

yurte mongolia spettacolo

Ricordi della splendida Mongolia

UN TRENO PER LA CINA – «Avevamo fatto i calcoli per raggiungere il confine tra Mongolia e Cina, sapendo che avremmo preso di nuovo il treno (sempre della tratta Transiberiana) fino al confine. Anche perché in mezzo c’era il deserto del Gobi, che ormai è praticamente ai piedi della città di Ulan Bator. Di nuovo bisognava caricare le bici sul treno… sale un po’ di agitazione. Abbiamo fatto i biglietti anche per le biciclette, questa volta, e ce le hanno fatte caricare come bagaglio extra. Le abbiamo messe sul vagone merci. Per la prima volta tra l’altro pesavamo le biciclette. La mia pesava 97 chili! Che ridere… Quella di Channing passava i 100 chili!!!».

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Piero e Simone a bordo delle loro Tall Bike(s)

«Prendiamo il treno per Xilin. La mattina dopo salgono i poliziotti sul treno e ci fanno scendere… Il treno entra in una specie di hangar, con il vagone merci che viene staccato dal convoglio e portato da un’altra parte. Io ero molto preoccupato per le biciclette e mi raccomando con tutti perché vadano a controllare. Vedo che i vagoni nell’hangar erano portati, dopo essere stati sollevati da un braccio meccanico, da una rotaia a un’altra. Perché gli standard delle rotaie erano differenti tra i due paesi, mi spiegano. Io ero sempre più preoccupato, per cui cercavo di spiegare quanto fossero importanti per noi le bici».

«Poi il treno riparte, e io non so nulla delle nostre bici. Arriviamo alle sette e mezzo di sera, scendiamo di corsa e cerchiamo di controllare le nostre cose. Io e Channing arriviamo davanti al vagone merci, che però sembrava essere cambiato rispetto al treno precedente. Apriamo il portellone e dentro non c’è nulla di nulla… il vagone era vuoto! Quasi ci viene da ridere… Ci aspettavamo di trovarle magari accartocciate, scassate, ma non di non trovarle. E il treno riparte… Gli altri avevano fatto un cumulo di bagagli, che dovevano essere caricati sulle bici. Ma le bici non ci sono. E inizia a piovere. Una stazione cinese, una nuova lingua e una nuova cultura… e noi che non avevamo neanche le nostre bici».

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La polizia non aveva visto molte biciclette così prima d’ora

A questo punto, prima di lanciarsi nel racconto delle avventure in terra cinese, a Piero torna in mente l’impresa di uno dei componenti del gruppo, che si era messo in testa di attraversare il deserto del Gobi in bicicletta, invece di salire sul treno con gli altri.

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La bicicletta di Jeremy e il deserto

LA STORIA di JEREMY – «Jeremy, l’americano che viaggiava portandosi un grosso zaino sulle spalle, era stato invitato a Malakasa, durante il soggiorno a Cipro, a stare qualche tempo con noi. Lui veniva dalla Turchia, dove era andato per vedere alcuni incontri di wrestling tra cammelli, di cui era un appassionato. Non sapeva fare nulla per quel che riguardava il circo. Era un guardaboschi del Montana, stato conservatore per eccellenza. Era la pecora nera della famiglia e del villaggio intero. Un bel giorno aveva deciso su due piedi di partire. E un altro giorno si è unito a noi, anche se non ha fatto mai nulla durante gli spettacoli. Era comunque d’aiuto in altri modi, nell’organizzazione delle cose. Un bel giorno, a Ulan Bator, ci ha preso tutti da parte, ci ha fatto sedere intorno al fuoco e ci ha detto che avrebbe voluto passare il deserto del Gobi. Voleva pedalare nel deserto, lasciandoci un po’ dei suoi bagagli».

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Nel deserto in solitaria

«E così si è fatto il deserto a pedali, per 500 e rotti chilometri, con tappe da 100/120 chilometri al giorno, seguendo la linea del treno, senza avere con sé nemmeno una bussola. Ci saremmo poi rivisti in Cina, se tutto fosse andato come doveva».

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Il deserto del Gobi ha messo a dura prova Jeremy e la sua bici

Non spaventatevi, tutto è poi effettivamente andato come doveva, e il gruppo si ricomporrà nonostante per Jeremy le cose nell’attraversamento del deserto siano state parecchio difficili. Prima di lasciarvi, però, resta da soddisfare una ultima curiosità: ma che roba è il wrestling tra cammelli? Ecco fatto.

Corto circuito in Mongolia, nei pressi di Ulan Bator

Piero e gli altri pedalano in Mongolia verso Ulan Bator, lungo una strada dove gli unici incontri, a parte qualche rara automobile, sono rappresentati dagli animali selvatici e da qualche yurta. Proprio in una di queste succede qualcosa che offre allo Zio Bici un momento di profonda riflessione, destinato a produrre i suoi effetti più avanti nel viaggio. Ma lasciamocelo raccontare dalle sue parole…

«Una sera in cui il cielo minacciava di scaricarci sulla testa una pioggia torrenziale, vediamo in lontananza apparire una yurta e lì ci dirigiamo, arrivandoci nella tarda serata. Non so se i componenti di quella famiglia avessero mai avuto a che fare con dei bianchi, a dire la verità. Nonostante la poca comunicazione, in breve tempo ci siamo ritrovati ospiti loro, e si stava davvero bene nella loro tenda. La quale di fianco aveva a sua volta una piccola yurta per contenere gli attrezzi della famiglia. Di una tenda mongola, da fuori vedi solo un telone bianco, poi dentro ti accorgi che il materiale è molto spesso, il luogo è molto accogliente e molte cose sono decorate e dipinte. Il focolare è al centro della yurta, e il pavimento è tutto in legno. Al centro della tenda c’è un buco, che serve a far uscire il fumo. C’è anche qualche mobiletto. Loro erano una famiglia di sette persone, noi eravamo sette o otto, e siamo stati dentro tutti quanti, comodi».

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Le tipiche yurte mongole

CORTO CIRCUITO – «Ho preso lì consapevolezza che qualcosa non andava con alcuni del gruppo, una cosa che avrebbe prodotto i suoi effetti più tardi. Alcuni di noi infatti erano vegetariani, e in quella circostanza eravamo ospiti di una famiglia molto povera, che si procurava il cibo soprattutto dal suo bestiame: carne e latte. La sera ci hanno offerto tutto cibo proveniente da cavallo e yak: carne, latte e formaggi. Alcuni del gruppo hanno rifiutato l’ospitalità a causa del loro essere vegetariani. Quel “no” però non poteva essere adeguatamente spiegato, a causa dei limiti della lingua, ed è stato per tutti un momento terribile di grande imbarazzo. Come si potevano spiegare tutte le motivazioni che erano alla base di quella scelta? Come farle capire ai nostri ospiti senza offenderli? Questo corto circuito mi dava parecchio da pensare. Qualcuno del gruppo ha infatti in seguito preso la decisione di ricominciare a mangiare carne, anche perché in Mongolia era impossibile non mettere in discussione le proprie convinzioni da occidentale benestante. Si trattava di vivere rispettando quello che era lo spirito del viaggio, come le persone che incontravamo lungo la via. Era già un bel po’ di tempo che stavamo in giro, e io avevo deciso fin dall’inizio che avrei vissuto insieme alle persone che avremmo incontrato, cercando di mettere meno barriere possibili tra me e loro. In questo caso c’era decisamente qualcosa che non tornava…».

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Questa bici è più alta del cavallo!

ULAN BATOR – Si raggiunge la capitale, e ci si rende conto che intorno c’è una grande aria di festa. «L’anno che siamo passati in Mongolia era l’800esimo anniversario dalla nascita dello Stato della Mongolia. Vedevamo infatti tutti questi festoni in giro, senza capirci gran che, finché una persona che parlava inglese non ci ha spiegato la cosa. A Ulan Bator c’erano grossi festeggiamenti, ed era tutto un fiorire di esibizioni: dal wrestling mongolo al campionato di tiro con l’arco a cavallo e oltre… Io e Simone un paio di giorni prima di raggiungere la capitale ci siamo staccati, perché volevamo andare a capire come fosse la situazione in città e fare qualche spettacolo. Una cosa che abbiamo fatto spesso per tastare il terreno nei posti nuovi».

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Manifestazioni e festeggiamenti in Mongolia

«Quando noi siamo arrivati ci ha subito fermato una donna canadese, incuriositissima dalla nostra presenza, e ci ha offerto ospitalità da lei. Dopo una doccia siamo andati in piazza a fare spettacolo, in questa piazza centrale enorme, e finalmente vedevamo un po’ di pubblico dopo i pochi spettacoli fatti nei paesini lungo la via. Alla fine lei ci ha ospitati tutti quanti, e faceva parte di una ONG canadese che si prendeva cura degli orfani. Che poi a dirla tutta non sono orfani, ma bambini abbandonati dal più grande problema della terra mongola, lasciato lì dalla Russia: la vodka».

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Simone e il caldo abbraccio dei bambini

«Non usando contraccettivi, nascono più bambini di quelli che possono essere sfamati, e perciò vengono abbandonati. Quelli che ce la fanno sopravvivono in strada, dormendo lungo le tubature calde sotterranee. Abbiamo fatto molti spettacoli negli orfanatrofi di queste ONG con cui eravamo entrati in contatto, e anche una gita in una specie di centro estivo messo su sempre da queste organizzazioni. E’ stato molto bello, i bambini erano così affettuosi. Io e Simone abbiamo lavorato molto come educatori sociali, anche in posti difficili della capitale italiana, e siamo rimasti colpiti dall’affetto che dimostravano questi bambini».

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Esiste un pubblico migliore dei bambini?

La sosta a Ulan Bator non sarà lunga, i nostri sono già pronti per proseguire verso la Cina, non senza mettere in conto un’altra bella manciata di imprevisti e un’impresa al limite (ma forse anche oltre) della follia. Di tutto questo parleremo nella prossima puntata…

Al confine Russia Mongolia

Il nostro gruppo di eroici viaggiatori affronta uno dei momenti più eclatanti e significativi del viaggio. «Ogni volta che devo fare un esempio dell’intensità del viaggio che abbiamo fatto – conferma Piero – racconto qualcosa della Mongolia. Il confine tra la Russia e la Mongolia ha davvero rappresentato la metaforica linea di confine tra Oriente e Occidente. La gente mongola incarna in maniera perfetta l’incrocio tra la razza caucasica, dei quali richiamano l’altezza, la corporatura e il colore dei capelli, e quella orientale, ben testimoniata dagli occhi a mandorla». Un cambiamento con il quale il gruppo inizia ad avere a che fare già da prima del confine, pedalando dal Lago Bajkal verso la frontiera.

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Spiritualità e solitudine al confine tra Russia e Mongolia

«Il territorio mongolo è molto vasto, con una bassa densità di popolazione. Decisamente il più bello dove abbia pedalato. Una terra immensa, con tre milioni e mezzo di abitanti, quasi la metà dei quali vivono a Ulan Bator. Praticamente un deserto. Mai visto infatti posti così incontaminati. Per fare un esempio, la strada che va dal lago Bajkal a Ulan Bator, lunga qualcosa come 400 chilometri, l’abbiamo percorsa quasi sempre da soli. Nei giorni più trafficati abbiamo pedalato incontrando circa una decina di macchine al giorno. E intorno solo la steppa e il nulla. Niente alberi, niente abitazioni, solo qualche yurta (ovvero le tende degli allevatori nomadi mongoli, che seguono il loro bestiame)».

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Cammelli selvatici in Mongolia

IL CONFINE RUSSIA MONGOLIA – Sulla linea di confine tra territorio russo e mongolo c’è grande stupore da parte delle guardie nel vedere che il gruppo passava il confine a bordo di biciclette a due piani, in mezzo alle tante automobili.

«Quello che ricordo, passato il loro stupore iniziale nel vederci arrivare, è una sensazione di grande corruzione dalla parte della frontiera russa… tanto che ci fanno subito storie sugli strumenti musicali che avevamo con noi. Ci dicono che dobbiamo pagare delle tasse doganali sugli strumenti, dando per scontato che siano stati tutti acquistati in Russia. Per noi era un’autentica mazzata! Proviamo a dimostrare che portavamo già da prima con noi gli strumenti e non avevamo comprato tutto in Russia, mostrandogli anche le foto che avevamo. La vodka che i nostri amici di Mosca ci avevano consigliato di portare come regalo alle guardie alla fine ha funzionato, e dopo due ore si riesce a passare il primo confine. Dall’altra parte i poliziotti mongoli si dimostrano subito molto più cordiali, e appena superate le formalità burocratiche si mette su il primo spettacolo, tutti di nuovo uniti. È bastato un attimo per rendersi conto di quanto sarebbe stato difficile avere a che fare con la lingua».

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Quando si dice “pedalare in solitaria”

SULLA STRADA per ULAN BATOR – «Ci dirigiamo verso Ulan Bator. E dopo qualche chilometro ci accorgiamo che non c’era più nulla di nulla. Né market, né bazar, né abitazioni, né nulla… Per i primi giorni anche l’organizzazione di base è stata dura. Non avevamo cibo, né bottiglie per trasportare dell’acqua. In un primo villaggio un po’ più grande abbiamo acquistato legumi secchi e pesce in scatola, per poter sopravvivere. Lì ho comprato anche una tenda, della quale sentivo davvero il bisogno. Nella foto che segue ecco il sistema per superare il freddo e la pioggia notturne, grazie a una strategia messa a punto con Simone».

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Il freddo e la pioggia aguzzano l’ingegno

«L’escursione termica tra la notte e il giorno infatti era paurosa. La tenda ci proteggeva da freddo, pioggia e insetti vari. Una cosa che succedeva spesso la mattina era di essere svegliati da parte dei cavalli selvaggi, che venivano a cercare cibo di fianco all’accampamento».

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Mandrie di cavalli intorno alle tende

«Pedalando sulla strada che porta a Ulan Bator si susseguivano scenari sconvolgenti, con un cielo di un colore meraviglioso. Non c’erano praticamente alberi, tanto che le bici pesavano molto di più a causa della legna che caricavamo ogni volta che ne trovavamo, e del cibo che dovevamo portarci dietro».