Diventare una nuova famiglia laotiana

Lo Zio Bici lo ha confessato apertamente: si sente stanco della vita con i Cyclown Circus, e anche per questo probabilmente fa ancora più fatica ad accettare determinate situazioni, come ad esempio la rigidità nei comportamenti di alcuni di loro. Per lui questo viaggio non può non essere un’immersione totale, senza freni e protezioni, nella vita e negli usi delle persone che via via incontra lungo la strada, e il mese che sta passando in Laos ne è la più pura conferma. Ha trovato una specie di nuova famiglia, e vuole godersi tutto prima di partire per riabbracciare la sua vera madre, che gli ha dato un appuntamento in Thailandia.

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Zio Bici (che sfoggia un nuovo look) con mister Kikkeo

«Per tentare di far capire a chi legge a che livello si viveva, mi viene in mente un giorno in cui eravamo accampati vicino a delle galline, e uno dei ragazzi del circo, di quelli che si svegliavano più tardi – un ribelle della situazione diciamo – apre gli occhi quando tutti ci siamo già svegliati e vedendo passare una gallina di fianco alla tenda ecco che zac!, allunga la mano e la acchiappa al volo, tirandole il collo in un secondo e gridando “CIBO!!!” ai quattro venti. Tutti a ridere naturalmente, prima di apprendere dal contadino che l’animale non era ancora pronto per essere ucciso, per cui avremmo dovuto anche indennizzarlo della perdita».

LA PUREZZA – «Una cosa di cui mi sono reso conto lì in Laos è quanto si possa vivere liberi dalle sovrastrutture che nel nostro mondo sono abituali. Lì la purezza si respirava, senza contaminazioni della “monnezza” che abbiamo noi intorno. Un giorno parlavo con mister He, e volevamo fare un pezzo laotiano da riarrangiare. Mentre provavamo, He c’era sempre, e chiacchierando chiacchierando alla fine gli regalo qualche spartito. Lui mi dice che aveva imparato a leggere la musica e che aveva fatto tutto da solo. Gli chiedo, visto che lui è un chitarrista, se conosce Jimi Hendrix. E la risposta è “No”. Conosci i Ramones? “No”. Forse sto andando troppo sul tecnico, abbasso il tiro… Conosci Michael Jackson? “No”. A quel punto mi sono emozionato, e ho pensato che qui non era davvero arrivato nulla. Ho capito che sapevano molto poco di noi bianchi. Quando mi mettevo a parlare con i ragazzi e le ragazze alla fine del montaggio del palco, loro erano stupiti nel vedere le foto del viaggio. Molti non avevano mai visto un palazzo, o una costruzione in cemento, in tutta la loro vita».

ragazze sorpresa

Le ragazze del circo laotiano guardano con sorpresa foto di palazzi in cemento

LA PARTENZA (e il RITORNO) – «Nel momento di partire, tutti scoppiano a piangere, e si fa una grande festa d’addio. A noi scadeva il visto, per cui non si poteva più rimanere. Ma qualcosa mi, e ci, teneva ancorati a quell’esperienza, tanto che per la prima volta durante tutto quel viaggio saremmo tornati sui nostri passi, dopo l’esperienza tailandese. I loro strumenti erano infatti troppo malmessi per poter fare spettacoli dignitosi, la batteria non si poteva nemmeno chiamare tale, con il rullante semidistrutto, le bacchette di bambù, i piatti tutti distrutti, i tom con le pelli ricavate dai sacchi di patate, la grancassa che nemmeno c’era. Per non parlare della chitarra, che non aveva corde di ricambio, e del basso, che aveva una corda malamente legata alla bell’e meglio. A Bangkok abbiamo avuto fortuna, abbiamo fatto molti spettacoli ben remunerati, e abbiamo deciso di tornare per portare qualcosa a quelli che erano davvero nostri amici».

famiglia

Come una famiglia

UNA NUOVA FAMIGLIA – «Al nostro ritorno siamo stati di nuovo un mese con loro, e siamo stati avvolti da un’atmosfera incantevole, bellissima, con loro contentissimi di rivederci. Avevamo parrucche, cravatte, trucchi, io ho portato piatti della batteria, le pelli, le corde per gli strumenti… ho anche tatuato tre ragazzi con la tecnica del bambù, portandomi l’inchiostro. Una tecnica che avevo imparato in Thailandia, dopo aver provato con me stesso. Io ho sempre disegnato molto, anche durante il viaggio, e loro mi chiedevano di fargli disegni e tatuaggi, che all’inizio facevo con i pennarelli. A uno ho fatto una bottiglia di whisky, uno ha voluto una chitarra e l’altro il microfono, visto che era il cantante del gruppo. Ero praticamente l’unico che sapesse fare un tatuaggio disegnato, i loro erano degli sgorbi terribili, fatti nei modi più inconsueti».

«In Laos c’era corrente in pochissime città. Una cosa interessante è che in alcuni luoghi sfruttano la corrente del fiume, costruiscono delle dighe dove canalizzano l’acqua e la fanno sfociare verso motori di lavatrice con i cavi invertiti, come delle grandi dinamo, e producono energia. Solo alcuni hanno una lampadina all’interno della loro capanna. Anche le comunicazioni sono state difficoltose, nei pochi punti dove poter inviare una mail che incontravamo».

villaggio laos

L’arrivo del camion del circo in uno dei villaggi

«E noi eravamo in una vera famiglia, ne facevamo parte e di bianco c’era rimasta soltanto la pelle. Anche i turisti non capivano bene chi fossimo. Un giorno passano due ragazzi europei, un po’ fricchettoni, con le loro biciclette, mentre noi eravamo fermi con il camion. Tutti i ragazzi del circo mi chiamano e io li vado a fermare. All’inizio sembravano un po’ impauriti, poi li abbiamo fatti un po’ sciogliere e invitati a fermarsi con noi per una sera, ma si sono sentiti a disagio in una situazione così selvaggia come quella che stavamo vivendo noi, e alla fine sono ripartiti».

«Il turismo che abbiamo incontrato lì, parlando di ciclisti, era composto da persone che arrivavano con l’aereo per passare tre settimane lì a pedalare, con tappe fisse e già impostate. Qualcosa di molto diverso dalle nostre infradito e dalle nostre biciclette a due piani».

passaporto

Mister Kikkeo guarda il passaporto di Piero

Vivere tanto tempo in una situazione come questa non può che condurre a una riflessione. Troppo difficile non mettere in paragone una vita come quella di questi bellissimi artisti laotiani con le nostre abitudini occidentali, e le nostre smisurate possibilità.

«Nel mondo ci sono tante persone che non hanno la possibilità di vedere altri posti. Qualcuno dei nostri amici laotiani non aveva mai visto il mare o la neve. Kikkeo a un certo punto mi ha chiesto di fargli vedere il mio passaporto. Una cosa da ricchi in Laos, non alla portata di tutti. Lui sfogliava le pagine e mi chiedeva qualcosa di ogni posto dove ero stato. Per lui era un sogno avere un giorno un passaporto, e poter arrivare almeno in Thailandia».

mekong

In barca si attraversa il Mekong

«Quando alla fine della nostra avventura in Laos ci siamo trovati ad attraversare il fiume Mekong, ho davvero respirato l’aria dei primi che hanno provato a entrare clandestinamente in Italia, assistendo allo spettacolo dei tanti laotiani che provavano ad andare dall’altra parte».

Welcome to Thailand

Welcome to Thailand

 

Lo spettacolo in Laos e il guasto al camion

Piero e Simone si sono uniti alla carovana itinerante incontrata per caso durante il tragitto. Ora è il momento di salire sul palco e iniziare a fraternizzare con questi nuovi compagni di viaggio.

«Lo spettacolo che mettevano in scena era una sorta di spettacolo ambulante lunghissimo, di tre ore e più. La loro formazione prevedeva una mamma che cucinava per tutti (*), una sorta di boss con la moglie, una band che suonava e una ciurma di ragazzi dai 16 ai 18 anni che cantava durante tutto lo spettacolo. Una specie di karaoke o di canto corale con il gruppo dietro, inframmezzato da qualche spettacolo circense».

compagnia circense laotiana

Le ragazze della compagnia circense laotiana

(*) «La mamma che cucinava per tutti si chiamava Su. Quando arrivavamo nei paesi tutti si mettevano al lavoro per montare il palco o per sistemare le varie cose per lo spettacolo, mentre lei se ne andava dai contadini della zona a cercare cibo per quelle circa trenta persone e bocche da sfamare. Tornava con quello che trovava, dalle carni di pecora, gallina, cane, gatto o marmotta, fino alle verdure. Faceva enormi pentoloni di riso (kaoniao) glutinoso, lo sticky rice di cui il Laos è molto ricco, cuocendo tutto sul fuoco. Abbiamo mangiato di tutto insieme a loro. La marmotta è buonissima, ad esempio…».

riso kaoniao

Su alle prese con il riso kaoniao

«Una delle ragazze che si esibiva in spettacoli circensi ci ha raccontato di aver studiato alla scuola circense nazionale di Vientiane, impiantata lì dai francesi tempo addietro. Le abbiamo insegnato un po’ di giocoleria, ma vedevamo che non aveva voglia di allenarsi e di migliorarsi. Le bastava quello che sapeva fare. In tutto ci sono qualcosa come quattro camion che girano in questo modo per il Laos, e se si pensa che in quella terra non c’è corrente elettrica, è come se nei paesi arrivasse la televisione. Tra l’altro i vari camion si controllano tra di loro, per evitare di capitare negli stessi posti».

camion palco

Allestimento del camion palco

LO SPETTACOLO – «Abbiamo fatto lo spettacolo e abbiamo dormito con loro. Dai lati del camion partono infatti anche due strutture di bambù, con due teloni di plastica che vanno a coprire il tutto, per poter dormire coperti sotto la protezione di una specie di tetto. La mattina dopo ci raggiunge un ragazzo sulla moto che dice di aver incontrato i nostri compagni, e noi li andiamo a raggiungere a bordo dello scooter del tipo (ebbene si, abbiamo fatto anche un tratto in motorino), per dire loro di unirsi a noi. Alla fine per un mese siamo stati con loro, viaggiando tutti insieme sul loro camion. Facevamo i nostri numeri tra una canzone e l’altra. Un’esperienza fenomenale, ripagata con ospitalità e cibo, con noi che siamo entrati in tutto e per tutto nella famiglia di quel circo, che in laotiano aveva un nome che significava “La tenda del paese”. Io e Channing in maniera particolare abbiamo legato tantissimo con loro, e con mister Kikkeo più di ogni altro. Un mese davvero molto emozionante».

Channing sul camion

Channing sul camion tenta di leggere durante uno spostamento

spettacolo

Piero (a sin.) e Simone, con i Cyclown sullo sfondo, durante lo spettacolo

LA TENTAZIONE – «Un’altra cosa che ricordo di quel periodo passato col circo laotiano è quando un tizio si è presentato da noi, dicendoci di lasciare quella compagnia perché un importante manager aveva deciso di scritturarci per la sua, che era ben più prestigiosa. Guardiamo le fotografie dei loro camion, più nuovi di sicuro, ma nemmeno per un attimo pensiamo di mollare quella che ormai era diventata la nostra famiglia. Quando abbiamo raccontato a mister Kikkeo quello che ci era successo, lui ha subito pensato ai soldi che non avremmo incassato, e si è commosso nel sentire che non ci interessavano i soldi, quanto piuttosto poter godere di quella ospitalità e confidenza che avevamo trovato da loro. Basti pensare che quando siamo andati via c’è stato un grande pranzo, e hanno anche sacrificato una pecora, per capire quanto si fossero affezionati a noi».

IL GUASTO AL CAMION – «Un bel giorno il camion si rompe. Si è bloccato e siamo rimasti tutti quanti per qualche giorno “parcheggiati” vicino a un fiume. Lì ho preso confidenza con mister He, uno sempre sorridente che ti dava la sensazione che non ci fossero mai problemi. Quella volta era preoccupato anche lui. Eravamo nel mezzo del nulla e bisognava tentare di rimettere a posto il mezzo».

camion rotto

Il camion si rompe in mezzo alla strada…

«A un certo punto un gruppo parte con la jeep e torna dopo un po’ con una pecora, della quale abbiamo tutti dovuto bere il sangue come rito propiziatorio. Portava fortuna secondo le loro usanze. I vegetariani e vegani che facevano parte del nostro gruppo si sono di nuovo rifiutati di partecipare alla cerimonia, e loro hanno gridato alla sventura. Ancora una volta saltava agli occhi evidente il corto circuito che si veniva a creare tra le abitudini di un popolo come quello che stavamo imparando a conoscere e quelle di quanti, all’interno del gruppo dei Cyclown Circus, si erano dichiarati vegetariani o vegani assoluti».

Le usanze e l’ospitalità laotiana, come già accaduto in precedenza nella yurta mongola, prevedevano infatti momenti destinati a creare scompiglio nell’equilibrio del gruppo, e a far riflettere sull’opportunità di tenere fede o meno alle proprie convinzioni.

«Per quel che riguarda il danno occorso al camion, si erano rotte le fascette che stanno intorno ai pistoni – ci racconta Piero. Mister He ha completamente smontato tutto il motore del camion e ha riparato le fascette usando una corda di basso rotta. Tutto senza attrezzi, solo qualche cacciavite e chiave inglese. In quattro giorni ha riparato il camion. Quando il motore è ripartito c’è stata una vera ovazione».

He pistoni

Mister He alle prese con i pistoni del camion

partenza camion

Tutti a bordo! Si riparte!

«Potevamo così riprendere il nostro viaggio».

Come entrare in Laos e diventare un altro circo

Lasciatisi alle spalle i volti e la bellezza rurale dello Yunnan – oltre all’acido lattico accumulato nella scalata che li ha portati a quota 3200 metri – Piero e i Cyclown Circus giungono alla frontiera con il Laos, dove si riposano un po’ bevendo e improvvisando qualche numero con un paio di guardie ben allenate e predisposte ad alzare i gomiti. Adesso li aspetta una delle più emozionanti tappe di tutto il viaggio, dopo la quale niente sarà più come prima. Come sempre lasciamo che siano le parole di Piero a raccontare come sono andate le cose…

COME ENTRARE IN LAOS E DIVENTARE UN ALTRO CIRCO – «Entriamo in Laos, che era poco dopo l’ora di pranzo. Sentiamo una grande eccitazione, anche perché si andava incontro a una nuova calligrafia, una nuova lingua e naturalmente una nuova cultura. Già il sud della Cina ci era apparso molto povero, qui si capiva che era una terra ancora più povera. Uno di quei paesi che con ipocrisia chiamiamo “in via di sviluppo”. Anche qui spesso non c’era corrente elettrica. La strada asfaltata che percorrevamo è finita quasi subito, e ci siamo chiesti che cosa aspettarci nell’attraversare questo paese…».

laos terra battuta

Ingresso in Laos, si pedala sulla terra battuta

«Pedalavamo in direzione della Thailandia. All’inizio abbiamo incontrato grandi difficoltà nel fare spettacoli in Laos, visto che spesso nei villaggi erano molto spaventati dalla nostra presenza. I cerchi che riuscivamo a far formare erano sempre molto larghi e distanti, il pubblico rimaneva di stucco e non reagiva, non potevamo prendere volontari per rompere il ghiaccio con la popolazione… Insomma tutto ci sembrava molto complicato, e i primi due o tre giorni sono stati molto duri da questo punto di vista».

spettacolo in Laos

Uno dei primi spettacoli in Laos

motoretta laos

Tutti in carrozza!

«Vivevamo una situazione molto selvaggia, con tanta difficoltà per poter mantenerci in comunicazione con amici e parenti nel “mondo civile”. Io per parte mia iniziavo a stare stretto in quella realtà circense, e non era la prima volta che me ne rendevo conto. Mi arriva a un certo punto una mail da parte di mia madre, che diceva di volermi raggiungere in Thailandia nel giro di un mese. Io guardo la cartina e cerco di capire cosa fare. A un certo punto diciamo al gruppo che ci saremmo staccati, io e Simone. E così è stato: ci siamo staccati».

«Dopo una giornata a pedalare da soli, andando verso sud, un pomeriggio ci fermiamo al lato della strada a mangiare noodles da un carretto. Guardavamo distrattamente la strada non asfaltata, e a un certo punto vedo passare un grosso camion tutto sgangherato, con tantissima roba sopra e sei persone dentro più una ventina sopra. Sopra una scritta in laotiano, che sembrava descrivere un’attrazione o un qualche spettacolo».

camion circo laos

Il camion del circo laotiano

«Dopo un paio di minuti passa un fuoristrada tappezzato di fotografie e munito di un altoparlante che annunciava qualcosa. Ci chiediamo cosa fosse tutto ciò. Sulle foto vedo un monociclo e del fuoco. Dico: “Simò… il circo!”. Ci ingozziamo di corsa e cerchiamo di inseguire questi due mezzi. Riusciamo a raggiungerli in uno spiazzo del villaggio e loro già stavano scaricando. Quando ci vedono si fermano, e noi subito pronti a mostrare loro i nostri numeri più difficili. Non ci credevano! Dopo la nostra dimostrazione lo speaker, il presentatore dello spettacolo, in un incrocio tra laotiano, inglese e francese, ci dice che potevamo fare spettacolo con loro, sul loro palco, se volevamo. Noi non sapevamo nemmeno che cosa facessero loro».

circo laotiano

Le due vetture del circo laotiano

«Alla fine siamo rimasti un mese con loro, e ci sono stati momenti bellissimi e profondi. Io ho legato molto con lo speaker, mister Kikkeo, e mi è toccato imparare almeno i concetti basilari nella lingua del posto. Kikkeo mi ha raccontato che quel camion era un vecchio lanciamissili sovietico, ritrasformato per fare spettacoli. Aveva circa 40 anni. Una struttura di canne di bambù si apriva sul retro, e all’occorrenza diventava un palco vero e proprio, con le casse, i pali e tutto. Una volta richiuso, tutti dentro o sopra il camion».