La ricetta cinese da veri gourmet

Si sa che quando ci si mette in viaggio bisogna mettere in conto qualche difficoltà per ciò che riguarda il cibo, a causa delle tante differenze che si incontrano nelle abitudini alimentari di ciascun popolo. Ma quello che è successo a Piero e ai Cyclown Circus durante la loro permanenza in Cina va oltre qualsiasi culinaria immaginazione, frutto delle difficoltà legate alla lingua e della tanta stanchezza accumulata, che ha certamente annebbiato le capacità gustative dell’intera truppa. Fatto sta che le cose sono andate proprio così come Zio Bici ce le racconta, per quella che è stata in tutto e per tutto una “cenetta coi fiocchi”.

picnic

Picnic all’aperto per i Cyclown Circus

«Eravamo in uno dei primi villaggi che abbiamo incontrato entrando in Cina. Arriviamo con la nostra carovana al crepuscolo, dovevamo in fretta trovare cibo e ospitalità, oppure un luogo all’aperto dove passare la notte. Facciamo lo spettacolo, con il nostro bel cartello scritto nella lingua del luogo che spiegava quello che facevamo in giro per il mondo e quali erano le nostre necessità (fondamentalmente trovare cibo e ospitalità). Un cartello che aggiornavamo ogni volta che cambiavamo idioma. Forse questo era il primo spettacolo in un villaggio rurale cinese. Un villaggio molto povero. Già dai primi numeri che mettiamo in scena vediamo che non ci sono reazioni da parte del pubblico. Nessun applauso, nemmeno se sollecitati dai cartelli. Niente di niente. Trovare un volontario per i numeri era impossibile. Poi leggono il nostro cartello e nessuno ci lascia nulla di nulla, né cibo né una parola. Dieci minuti di nulla assoluto. A un certo punto, persa ogni speranza, ce ne andiamo verso il bazar del villaggio, dove speriamo di procurarci del cibo. Avevamo un dizionario inglese-mongolo-cinese, con traduzioni un po’ così ma utile. Nel bazar avevamo bisogno di acquistare dell’olio per cucinare. È stato difficile capirsi in quel caso. Io cerco la parola olio sul dizionario e mostro al tizio del bazar il vocabolario. Lui ci mette dieci minuti buoni per capire che era proprio quello che volevo. Poi va nel retrobottega e spunta con una confezione di plastica con dentro una pasta morbida, che noi pensiamo sia burro, incartato in qualche strano modo. Quella sera campeggiavamo in una stazione di servizio abbandonata. Channing si mette ai fornelli, una cosa che non accadeva molto spesso, visto che avevamo dei compiti più o meno assegnati a ognuno. Avevamo con noi la marijuana che avevamo preso in Mongolia, che spesso mangiavamo quando proprio non avevamo nulla di meglio».

marijuana pentola

Una bella pentolona di foglie di marijuana

«Le piante lì crescevano dove capitava, e spesso mangiavamo le piante maschio, come da quelle parti fanno i cavalli».

simone marijuana

Simone finge di essere un cavallo mongolo

La RICETTA CINESE – «Channing fa un soffritto con il burro e la marijuana, e l’odore che arrivava era proprio strano… Ma eravamo stanchi. E in più si mangiava soltanto quello, con dei legumi di accompagnamento. Tutti eravamo disgustati, ma la fame era tanta e così ci siamo finiti tutto. La mattina dopo tutti stavamo malissimo, chi vomitava e chi accusava mal di pancia e malesseri vari. Quando riprendo il tegame vado a sentire a mente fredda l’odore di quel burro… Mi accorgo che quello era grasso per biciclette, non burro! La nostra meravigliosa frittura era stata preparata con almeno 350 grammi di grasso per biciclette!».

Mille problemi in Cina, prima del lieto fine

La meta del viaggio è stata raggiunta, ma quanti problemi assillano lo Zio Bici e i suoi compagni.

sorriso

Un bel sorriso… CLICK

parcheggio tall bike

Indovina dove è parcheggiata la Tall Bike!

Lasciamo che sia Piero a continuare il racconto. «Era molto difficile stare a Pechino, trovare dove fermarsi. Poi un giorno esce fuori che a poca distanza da Pechino esiste un villaggio dove il governo cinese, dieci anni prima, aveva rinchiuso artisti vari, trasferendo lì anche i loro laboratori. Xiaopu, era il nome del luogo. Decidiamo di andarci di corsa. Ed effettivamente era tutto molto interessante! Facciamo anche noi uno spettacolo e rimaniamo ospiti da alcuni di loro, in una galleria d’arte, per un paio di giorni. Poi cerchiamo un posto dove poterci fermare per un mesetto in questa situazione apparentemente ideale. Troviamo una casetta indipendente con giardino, ci chiedono il corrispettivo di 80 euro per un mese d’affitto. Non era nemmeno basso per quella situazione. Parliamo col proprietario di casa, che appare un po’ interdetto all’inizio ma che poi accetta la nostra proposta. Alla fine riusciremo a stare poco più di una settimana in quel posto…»

xiaopu

La sistemazione a Xiaopu

«La situazione era infatti molto strana, con il proprietario che ogni tanto si presentava la sera da noi accompagnato da qualche persona… Finché una mattina ci sveglia la polizia, arrivata insieme al proprietario di casa. Ci dicono che dobbiamo andare via e che dobbiamo essere identificati al posto di polizia. Dopo due o tre ore di stallo al posto di polizia perdiamo la pazienza, e qualcuno dei nostri si innervosisce e si mette a urlare. La situazione finalmente si sblocca. Abbiamo capito dopo quella sfuriata che i Cyclown Circus dovevano essere allontanati dalla provincia di Pechino perché ritenuti pericolosi. Avevano preso informazioni su di noi, e tutte le nostre esperienze politiche precedenti, dalle presenze alle manifestazioni fino alle Critical Mass, avevano dato loro un’immagine quasi da dissidenti. E anche le nostre bici erano considerate troppo alte, e capaci di guardare oltre le recinzioni delle case private, disturbando la privacy (eh già!). Va a finire che a causa di tutto questo trambusto bisogna lasciare Xiaopu».

channing fisa

Un pericoloso dissidente armato di fisarmonica

autoctoni

La gente del luogo guarda con sospetto i dissidenti

PECHINO, ATTO SECONDO – «A Cipro ci eravamo detti: si va a Pechino! Ma ora che ci siamo e ci sono tutte queste difficoltà, che fare? Decidiamo di tornare comunque verso la città, e per una notte si decide di dormire in un parco. Mentre provavamo il nostro spettacolo si sente echeggiare una samba in lontananza. Seguo la musica nel parco, e trovo una specie di centro sociale con alcuni ragazzi che suonavano. C’erano anche tanti bianchi fra loro. Quindi mi metto a parlare con qualcuno e mi si avvicina anche una ragazza, italiana. Conosciamo lei e una sua amica, entrambe italiane, e ci raccontano che vivevano lì da qualche anno. Quella sera abbiamo incontrato tante persone che ci hanno aiutato a sistemarci. In questo modo siamo rimasti a Pechino ancora per un mese, conoscendo finalmente persone interessanti e facendo spettacolo soprattutto nei locali e in quella specie di centro sociale, che si chiamava “Dos Kolegas».

tall bike piero

Ecco perché si chiamano Tall Bike

«In questo mese a Pechino tra l’altro abbiamo registrato il terzo album dei Cyclown Circus (dal titolo “Er Bai Wu Edition), grazie a dei ragazzi conosciuti lì. Io mi sono anche fidanzato, con una ragazza italiana che abitava vicino alla Città Proibita. Lavorava in una organizzazione no profit, e io sono stato lì un po’, ospite da lei in una casa molto carina, con una doccia! Bei momenti…».

mattacchioni

Che mattacchioni questi pericolosi dissidenti!

«Abbiamo poi deciso con calma e rilassatezza, e la mappa del mondo davanti, cosa fare una volta raggiunta questa che era per tutti la meta del viaggio. E si è deciso continuare, e di dirigersi verso il sud est asiatico. Dopo un po’ abbiamo preso un treno, per uscire dalla grande città, diretti verso il sud della Cina».

Verso Pechino, le Grandi Muraglie

Non è stato facile riappropriarsi delle biciclette, e Piero e i Cyclown Circus si sono subito resi conto di quante potenziali difficoltà li aspettino in terra cinese. La lingua rappresenta un enorme problema, e le autorità dimostrano di essere tutt’altro che concilianti, sospettose e pronte a mettere i bastoni tra i raggi del gruppo. Ma la meta designata del viaggio è Pechino, quindi tutti si rimettono in sella e partono verso la grande città, confidando in un po’ di fortuna in più.

pedali cina

Pedalare nelle campagne cinesi verso Pechino

VERSO PECHINO – «Riavute le bici, ci incamminiamo sulla strada per Pechino. Passiamo in una campagna tutta coltivata, con fabbriche sparse un po’ dappertutto che producevano un bel po’ di inquinamento. Facevamo spettacoli ogni 30/40 chilometri. In un villaggio abbiamo trovato una bella ospitalità da una famiglia che aveva la figlia che parlava un po’ di inglese. Siamo stati là un paio di giorni, in una casa abbastanza grande, dove abbiamo lavato le cose e ci siamo un po’ riposati. Le persone del villaggio ci venivano a trovare portandoci regali. Molte persone piangevano quando siamo partiti, e grazie a questa sosta ho avuto accesso a emozioni solitamente nascoste da parte della gente cinese, che mi era sembrata anche fredda in qualche tappa».

«In uno dei villaggi attraversati sulla strada verso Pechino ho visto un altro bagno che non dimenticherò facilmente. Si, lo ammetto, da questo punto di vista è stata un’esperienza che mi ha segnato… Insomma, c’era questo bagno in comune per alcune case, che era davvero qualcosa di indecente e incredibile. Senza entrare troppo nel dettaglio, dico solo che la carta igienica si muoveva, a causa delle tante larve che aveva intorno. Sembrava che tutto quello che si era fatto nel tempo e si faceva ogni giorno in quel bagno rimanesse lì, senza essere rimosso, contribuendo a creare uno schifo totale. Da quel momento ho deciso che l’aria aperta sarebbe stata l’unica soluzione possibile».

 strada per Pechino

Traffico lungo la strada per Pechino

Le GRANDI MURAGLIE – Il gruppo si trova ormai a un centinaio di chilometri da Pechino. «Quella è stata una tappa dura, con tante salite tra l’altro, dove abbiamo superato per tre volte la Grande Muraglia. Quello che infatti forse non si conosce bene è il fatto che nella storia la costruzione di muri protettivi si è ripetuta più volte… Non c’è solo la più recente, ma anche due più antiche. Noi conosciamo praticamente solo la più recente».

«Stanchi morti alla fine arriviamo a Pechino, e troviamo ben 40 chilometri di area industriale ad annunciarla».

turismo cina

Il turismo è importante!

«Bisognava decidere dove fermarsi. Puntiamo verso il centro, altrimenti bisognava fermarsi e tornare indietro per accamparsi all’aperto. Entriamo in città e arriviamo al centro, in quella “famosa” piazza Tienanmen, col buio e l’enorme piazza piena. Facciamo subito uno spettacolo per conoscere gente e presentarci a tutti. Era estenuante, ma in quattro e quattr’otto abbiamo messo su il nostro spettacolo. Un ragazzo è venuto da noi alla fine e ci ha offerto ospitalità, portandoci in una piccola casetta 20 km a sud di Pechino. Ricordo una casa piena di acquari, dove il tipo viveva da solo».

polizia cina

Polizia e problemi fanno rima in Cina

Ma l’entusiasmo per il raggiungimento della meta sfuma presto, a causa delle tante difficoltà legate ai permessi e alla dimensione delle case, che non permettono al gruppo di trovare sistemazioni adeguate… Ci si rende conto che ancora una volta sarà necessario spostarsi, ma per fortuna una voce racconta di un posto dove vive una comunità di artisti. Sarà davvero una fortuna?

In Cina, fermi su un binario morto

Attraversata la Mongolia, una delle più belle zone dove il gruppo di ciclo-artisti abbia mai pedalato, Piero e i Cyclown Circus si ritrovano su una banchina di una piccola stazione in Cina, senza le biciclette, rimaste chissà dove dopo lo spostamento del treno da un binario a un altro al confine tra Mongolia e Cina. Le sensazioni positive accumulate durante i giorni in terra mongola lasciano il posto a un’aria di assurda attesa, con le difficoltà legate alla lingua a fare da muro. Si era insomma giunti su un binario morto? Come risolvere la situazione?

segnale stradale

Un segnale rassicurante in Cina

«C’era una montagna di bagagli sul binario – racconta Piero – e il treno stava ripartendo. Noi eravamo senza le nostre biciclette. Così siamo stati costretti a rimanere qualche giorno lì, in stazione, accampandoci alla fine dei binari fin dalla prima sera per poter avere notizie delle nostre bici. O almeno era quello che tutti speravamo…»

TOI(LET) STORY – «Ricordo benissimo quando la prima mattina in stazione mi è capitato di andare in bagno. Per la prima volta entravo in un bagno cinese, dopo che da questo punto di vista in Mongolia tutto si era rivelato più o meno normale. I bagni cinesi invece me li ricordo bene, per quanto erano uno peggio dell’altro. Insomma, per raccontarvi anche questa, mi trovo a entrare in questa enorme stanza, che aveva lungo i lati delle buche, dove le persone facevano le loro cose, liquide o solide che fossero. Tutti insieme, con tutti che si guardano gli uni con gli altri. Ma non era solo questo a lasciarmi interdetto. I cinesi infatti lanciano degli urli quando fanno la cacca, per cui dentro il bagno si viveva uno spettacolo totalmente assurdo, tra sguardi e grida… che poi in effetti urlare aiuta a defecare, quando ci ho provato anche io ho potuto appurarlo. Resta il fatto che pure io dovevo fare la mia cacca quel giorno, ma così come ero entrato sono riuscito dal bagno…».

RITROVARE le BICICLETTE – «Eravamo prigionieri di una situazione assurda, dalla quale pensiamo di poter uscire solo e unicamente mettendo su uno spettacolo. Ci servivano aiuto e comunicazione, per cui ci siamo incamminati verso la zona più popolosa che avevamo nei dintorni e abbiamo messo su il nostro spettacolo. Una ragazza che parlava un po’ di inglese ci si è avvicinata, dicendoci che si chiamava Rainbow e che un signore – il boss mafioso della zona, come lei stessa ha tenuto a precisare – voleva sapere se fossimo stati disposti a fare spettacolo per lui nei suoi locali quella sera e le successive. Noi rispondiamo mettendola al corrente dei nostri problemi con i bagagli, e dei movimenti molto difficoltosi a causa dei nostri mezzi spariti nel nulla. Il boss alla fine ci ha mandato un’Ape e noi ci abbiamo caricato su tutto, portandolo al locale. Rainbow ci ha accompagnato e ci ha aiutato a mettere su lo stretto indispensabile per lo spettacolo».

spettacolo boss

Spettacolo al locale del boss di zona

«Ma le nostre bici non si trovavano. Allora il giorno dopo andiamo con Rainbow alla stazione, e lei finalmente riesce a tradurci quello che è successo: le bici erano state bloccate all’ufficio del confine, perché troppo particolari. Noi naturalmente non ne sapevamo nulla, e nessuno ci aveva avvertito della cosa. Un paio di giorni dopo questo episodio arriva una telefonata a Rainbow, con le autorità che ci convocano per tornare al confine e vedere se le cose si potevano sistemare».

«Andiamo all’ufficio della polizia di frontiera con l’obiettivo di recuperare le bici. Passiamo qualcosa come 4/5 ore a parlare, con la polizia che era fermamente convinta del fatto che noi volessimo fare un business in terra cinese costruendo queste biciclette per poi venderle in giro. E noi a faticare per tentare di spiegare loro la situazione, così differente da come l’avevano immaginata. Il problema è che con tutti quelli che tentavano (e tentano) di mettere su un business in terra cinese, pareva impossibile a quelle persone che il nostro intento fosse quello di fare solamente spettacoli in giro, spostandoci per il mondo a bordo delle nostre preziose biciclette. Che ora erano loro ostaggi».

ciclocancello

Anche un ciclocancello ci faceva pensare alle nostre bici

«E’ stata una parentesi molto dura – anche se in qualche maniera divertente per via dell’ospitalità del boss mafioso di zona – ma è stata una parte difficile del viaggio, in una terra tutta nuova, privati dei nostri strumenti principali per proseguire a pedalare verso Pechino, la prossima meta del viaggio».