Il cantastorie in bicicletta: il riassuntone di un viaggio incredibile

Abbiamo raccontato per mesi questo viaggio incredibile, che ha portato Piero Zio Bici e i Cyclown Circus dall’Europa all’Indonesia a bordo di una flotta di Tall Bike, senza attrezzature particolari e senza mai pagare per dormire una sola volta in circa 4 anni di viaggio. Ora vogliamo ripercorrerlo, così da consentire a chiunque volesse rileggersi tutte le puntate di avere sotto mano la storia completa. Che non dimenticheremo facilmente. (clicca sulle immagini delle singole tappe per leggere la storia, o sulle immagini che espressamente te lo segnalano)

La Tall Bike di Piero

La Tall Bike di Piero

Questo è il mezzo con cui Piero ha affrontato tutto il viaggio, e qui potete leggerne la preparazione, quando ancora si era in quel di Roma.

La preparazione del viaggio (1)

La preparazione del viaggio (1)

La preparazione del viaggio (2)

La preparazione del viaggio (2)

Piero raggi bici

Piero tra raggi e ingranaggi della bici

La prima tappa del viaggio porta lo Zio Bici in Turchia, per unirsi ai Cyclown Circus, un gruppo di ciclo-artisti itinerante. Di seguito le vicende in terra turca.

Turchia tappa 1

Turchia tappa 1

Turchia tappa 2

Turchia tappa 2

Turchia tappa 3

Turchia tappa 3

Zio Bici in Cappadocia

Il freddo costringe il gruppo a spostarsi a Cipro, dove l’occupazione di uno stabile a Nicosia fornirà uno spazio creativo, da lasciare poi in eredità agli amici del luogo.

Cipro tappa 1

Cipro tappa 1

Cipro tappa 2

Cipro tappa 2

Cipro tappa 3

Cipro tappa 3

Cipro - bandiera di cemento

Cipro – bandiera di cemento

Il gruppo sceglie la meta del viaggio: si arriverà in Cina! Intanto ci si muove verso la Georgia, con l’indimenticabile (non) passaggio in Abcasia.

Georgia tappa 1

Georgia tappa 1

Georgia tappa 2

Georgia tappa 2

Georgia tappa 3

Georgia tappa 3

La scultura in Abcasia

La scultura in Abcasia

Arrivati in Russia si passa qualche giorno a Mosca, per racimolare i soldi necessari a pagare il biglietto per la Transiberiana, che porterà il gruppo fino al lago Bajkal, dove lo Zio Bici assaggerà le acque più fredde del mondo.

Russia tappa 1

Russia tappa 1

Russia tappa 2

Russia tappa 2

Russia tappa 3

Russia tappa 3

Pedalare vicino al lago Bajkal

Pedalare vicino al lago Bajkal

Quindi ci si muove verso la Mongolia, terra meravigliosa dove pedalare. Si incontra qualche problema alla frontiera, prima di scoprire alcune difficoltà da parte di qualcuno nell’accettare l’ospitalità della gente del luogo. Prime frizioni nel gruppo…

Mongolia tappa 1

Mongolia tappa 1

Mongolia tappa 2

Mongolia tappa 2

Mongolia tappa 3

Mongolia tappa 3

Spettacolo davanti alle yurte mongole

Spettacolo davanti alle yurte mongole

Superata la Mongolia, l’ingresso in Cina è da incubo. Le biciclette sono sparite! La sosta cinese, che doveva rappresentare la meta del viaggio, sembra andare nella maniera peggiore, finché una sorpresa inaspettata non consente al gruppo di gustare un po’ dell’atmosfera di Pechino.

Cina tappa 1

Cina tappa 1

Cina tappa 2

Cina tappa 2

Cina tappa 3

Cina tappa 3

La ricetta gourmet cinese (clicca sull'immagine)

La ricetta gourmet cinese (clicca sull’immagine)

Per raggiungere il Laos bisogna attraversare lo Yunnan, con i suoi scenari indimenticabili e una salita non proprio preventivata. Una volta in Laos, l’incontro fortuito con un circo itinerante fa sì che il gruppo (o almeno una parte di esso) si senta come in una grande famiglia.

Yunnan tappa 1

Yunnan tappa 1

Yunnan tappa 2

Yunnan tappa 2

Raggiungere la cima!

Raggiungere la cima!

Laos tappa 1

Laos tappa 1

Laos tappa 2

Laos tappa 2

Laos tappa 3

Laos tappa 3

Lo sgangherato circo laotiano

Lo sgangherato circo laotiano

Si arriva quindi in Thailandia, e si alternano i momenti nella civiltà a periodi di viaggio in ambienti incontaminati. Dove per esempio si finisce per incontrare un serpente. E a proposito di incontri, la mamma di Piero incontra suo figlio proprio in Thailandia, prima che lui parta verso la trascurabile esperienza del Rainbow Gathering.

Thailandia tappa 1

Thailandia tappa 1

Thailandia tappa 2

Thailandia tappa 2

Thailandia tappa 3

Thailandia tappa 3

Thailandia tappa 4

Thailandia tappa 4

Accamparsi in spiaggia in Thailandia

Accamparsi in spiaggia in Thailandia

Prima della Malesia, però, c’è una sorpresa che aspetta lo Zio Bici: il primo ritorno in Italia, grazie a un biglietto acquistato dai suoi più cari amici romani.

Il primo ritorno in Italia (clicca sull'immagine)

Il primo ritorno in Italia

Il ritorno dopo la pausa italiana non è facile… Una sosta a Kuala Lumpur appare rigenerante, prima di finire a Singapore, dove a causa della difficoltà nel trovare un alloggio bisognerà campeggiare al parco. Per fortuna si fanno incontri interessanti…

Malesia tappa 1

Malesia tappa 1

Singapore tappa 1

Singapore tappa 1

Singapore tappa 2

Singapore tappa 2

Singapore tappa 3

Singapore tappa 3

Zio Bici allegro a Singapore

Zio Bici allegro a Singapore

L’arrivo in Indonesia rappresenta l’ultima delle tappe del viaggio incredibile di Zio Bici. La meta finale è Yogyakarta, più volte segnalata al gruppo come il paradiso di artisti e ciclisti. Come non spingersi fin lì?

Indonesia tappa 1

Indonesia tappa 1

Indonesia tappa 2

Indonesia tappa 2

Indonesia tappa 3

Indonesia tappa 3

Ma la fatica è ormai tanta, e il gruppo si è sfaldato. Sembra proprio arrivato il momento di tornare alla vita normale. Piero soggiorna ancora per qualche tempo a Yogyakarta, e ci ritorna dopo un’altra pausa italiana. Ma questa vita, portata avanti per tutto questo tempo, gli ha messo addosso la voglia di fermarsi un po’. E poi, si sa, l’amore arriva sempre a sconvolgere qualsiasi piano…

Indonesia tappa 4

Indonesia tappa 4

Indonesia tappa 5

Indonesia tappa 5

L'epilogo del viaggio di Zio Bici

L’epilogo del viaggio di Zio Bici

Musichetta finale… titoli di coda…

THE END

L’epilogo del viaggio: la partenza degli altri e il ritorno a casa

Avevamo promesso di chiudere la storia del viaggio incredibile di Zio Bici raccontando come sono andate le cose nell’ultimo periodo, quando ormai non c’erano più mete da raggiungere e la vita del gruppo di ciclo-artisti si svolgeva frammentata tra un laboratorio artistico e l’altro, quasi senza più contatti tra gli uni e gli altri, a Yogyakarta. Ecco quello che è successo negli ultimi mesi, e l’uscita di scena dei vari protagonisti di questa vicenda.

«La mia prima partenza da Yogyakarta è stata nel mese di febbraio del 2008, dopo che lì ci avevo passato gli ultimi sei mesi e insieme ai Pondok Kelir avevamo messo su qualcosa come tre Critical Mass, la prima delle quali composta da circa 300 biciclette. Erano qualcosa di simile a un carnevale in bicicletta, anche perché lì non si respirava davvero un’aria di conflitto con il traffico automobilistico, come accade dalle nostre parti. Nel corso degli ultimi mesi ho via via visto partire tutti quelli che erano stati i miei compagni di questo viaggio incredibile. Sono stati momenti forti e terribili per tutti noi».

Massa critica a Yogyakarta

Massa critica a Yogyakarta

LA PARTENZA DEI COMPAGNI DI VIAGGIO – «Christine, Botz e Raphael si sono rimessi in sella e sono tornati in bici su verso la Cina, arrivando in qualche maniera fino a Berlino dove poi si sono fermati. Per praticamente tutti gli altri si è trattato di salire su un aereo e tornare verso il proprio paese di origine. E’ stato così per Janine, Channing e Shanti, ad esempio. Il viaggio era davvero finito. L’ultima a partire è stata Rocio, che è stata ancora un po’ con me a Yogyakarta a seguire qualche progetto, ma ormai era troppo scossa dal punto di vista morale per poter continuare a rimanere lì. Non se ne tornava a casa sua in Argentina, ma aveva intenzione di andare in America per seguire un progetto con Janine. Solo in seguito ho saputo che aveva fatto scalo in Canada, ma che non l’avevano fatta entrare in America, perché la lettera d’invito era poco convincente e il suo aspetto, dopo quegli anni di viaggio, era… diciamo poco rassicurante. Così mi ha raccontato tempo dopo. Si è così ritrovata in Canada, con un foglio di via per l’Europa. L’hanno imbarcata per Londra e lei si è sentita smarrita… Aveva speso gli ultimi soldi che aveva per l’aereo, mi ha telefonato in lacrime, distrutta e impaurita, e le ho dato i contatti di alcuni amici a Londra. Le era crollato tutto addosso».

«A febbraio anche io sono ripartito per l’Italia, dopo aver saputo da Nico – ricordate il figlio del sultano di Yogyakarta? – che c’era una borsa di studio della durata di un anno che avrei potuto richiedere per tornare lì. Il compenso era qualcosa come un centinaio di euro, ma il visto che concedevano aveva la durata di un anno, e Nico si sarebbe occupato di tutte le pratiche per tornare a lavorare lì. Ho fatto la mia bella richiesta, e da quel momento a quello della mia vera nuova partenza per l’Indonesia è passato ancora qualche mese, visto che sono tornato a Yogyakarta quando ormai il 2008 andava verso la sua conclusione».

«Quelle che non avevo messo in conto erano le tante difficoltà legate a un “atterraggio” dopo tanti mesi passati in viaggio in terra straniera. A parte quelle legate alle abitudini diverse che avevo ormai fatte mie nel corso di questi anni – cito ad esempio la mia totale difficoltà nel rapportarmi con la carta igienica, dopo aver passato tanto tempo senza sentirne alcuna necessità, come era per le persone che avevo incontrato nei paesi del viaggio – c’era qualcos’altro che mi mancava, anche se non ne ero consapevole fino a quando non mi ci sono trovato a sbatterci il muso contro. Mi ero innamorato follemente. Lei era una ragazza con cui avevo fatto il liceo artistico insieme, ed è stato l’ostacolo principale alla mia nuova permanenza a Yogyakarta».

Piero alla ricerca dei pezzi giusti per la ciclofficina

Piero alla ricerca dei pezzi giusti per la ciclofficina

«Quando sono tornato lì, alla fine del 2008, tutto quello che veniva naturale prima della partenza era improvvisamente diventato difficile, e io mi sentivo parecchio nostalgico. Sono riuscito a tirare avanti per circa sei mesi, fino al mese di aprile del 2009, portando avanti il lavoro in ciclofficina e dandomi da fare con le Critical Mass insieme ai Pondok Kelir, oltre a quelli che erano i miei progetti artistici. Poi sono tornato in Italia, quando non riuscivo più a capire quale fosse il motivo che mi teneva lì. Dopo tanto tempo da solo in viaggio volevo avere una compagna al mio fianco, e mi è sembrato il momento giusto per terminare il mio vagabondaggio».

«Non posso dire che tornare sia stato semplice, tutt’altro. Per molto tempo ho fatto fatica a riprendere le misure con quello che mi circondava. Questi anni di viaggio mi avevano profondamente segnato, come d’altronde era inevitabile. Oggi mi sento cambiato nei confronti di tutta quella vita, della quale ho potuto approfondire e assaporare tutti gli aspetti, come si fa quando si spreme fino all’ultima goccia un limone. Tanto che non sono riuscito neanche a rivedere alcuni dei protagonisti del viaggio, con i quali avevamo pur condiviso qualsiasi cosa durante quel periodo».

La bici del viaggio simbolicamente appesa al chiodo

La bici del viaggio simbolicamente appesa al chiodo

E oggi? Oggi Piero abita a Roma e continua a vivere la sua vita su due ruote, costruendo/riparando/usando biciclette ogni giorno. Molte delle “stranezze” che gli si erano appiccicate addosso hanno lasciato il posto a una nuova quotidianità, anche se tanti anni passati immerso in un’esperienza del genere non sono certo scivolati via senza lasciare tracce. Non possiamo ovviamente fare previsioni su quello che lo aspetti, ma se vi capitasse di passare dalla sua bottega e non trovarlo, potrebbe aver preso la decisione di mollare tutto di nuovo per rimettersi a viaggiare per il mondo, con il sogno di aprire una ciclofficina in ogni luogo e di spingere la cultura della bicicletta anche nei paesi più improbabili. Come farebbe il più creativo dei supereroi.

Altro che "NO RIDING"...

Altro che “NO RIDING”…

Raggiungere la meta: la fine del viaggio

Avevamo lasciato lo Zio Bici alle prese con un’impresa non facile: riunire le tante anime che compongono i vari gruppi giovanili di Yogyakarta in un’iniziativa comune, magari una Critical Mass. Vediamo come sono andate le cose, in questi ultimi mesi del viaggio incredibile di Piero con i Cyclown Circus.

«Sono arrivato all’appuntamento che ci eravamo dati e piano piano sono arrivati anche gli altri (“plan plan”, piano piano, dicono da quelle parti). Eravamo circa una sessantina di ragazzi dai 20 ai 30 anni. Fuori c’erano biciclette di ogni tipo, io ho raccontato a tutti del nostro viaggio e ho detto che mi sarebbe piaciuto costruire bici a due piani lì da loro, creare una comunità di bici alte e poi organizzare una Critical Mass. Nel 2008 internet lì era arrivato già da qualche anno, ma solo negli internet point. Per cui non c’era una grande informazione su ciò che succedeva intorno. Gli ho dato un po’ di riferimenti per informarsi sulla cosa e alla fine della serata sentivo che si era creato un certo fermento».

Costruire bici a due piani a Yogyakarta

Costruire bici a due piani a Yogyakarta

«La vita dei giovani a Yogyakarta non è poi molto diversa da qui: si vedono in piazza e bevono birra, molto costosa, oppure kahlua e alcolici autoprodotti dalle “mamme”. La kahlua era spesso al caffè, o al vino rosso, comunque imbevibile e dolcissima, provocatrice di sbornie terrificanti. Il primo mese del nostro soggiorno è passato così…».

«Quando sono arrivati Janine e Channing, che erano stati in giro per conto loro, hanno trovato il modo di inserirsi in questo contesto, pur con le difficoltà per Channing dovute alla dengue che aveva preso a Sumatra. Lei sapeva molto ben lavorare con le serigrafie, ed è quello che si è messa a fare, e in generale tutti avevano trovato il modo di approfondire il lato artistico che già conoscevano, creandosi rapporti personali e usufruendo degli spazi che ci venivano messi a disposizione. Dopo un po’, insomma, lì a Yogyakarta giravano bici a due piani e si producevano lavori artistici dove avevamo in qualche modo messo le mani».

In ciclofficina, al lavoro su una Tall Bike

In ciclofficina, al lavoro su una Tall Bike

«Un bellissimo progetto del collettivo Taring Padi era quello di attaccare xilografie autoprodotte, dal contenuto politico, alle pensiline degli autobus. Si trattava di vere e proprie opere d’arte da mettere in strada. Un progetto fatto lì che mi ricordo bene era un disegno di 2 metri per 1, costato ben 4 settimane di lavoro a più mani, del mondo visto per metà con il motore a scoppio e metà dal punto di vista sostenibile, dato che la cultura delle biciclette era molto ben radicata lì. Poi ricordo che c’è stata anche una mostra sull’argomento».

Taring Padi al lavoro

Uno dei Taring Padi al lavoro

L'inchiostro c'è, si stende la carta sulla matrice

L’inchiostro c’è, si stende la carta sulla matrice

«Vi sarete accorti che non sto parlando molto del circo. Infatti per quello che riguarda il circo c’è da dire che eravamo molto stanchi, anche perché due di noi erano o malati (Channing) o comunque provati dalla faccenda di Sumatra, dove tutto era stato diverso dalle aspettative. Ognuno per i suoi motivi non riusciva a pensare al circo. Abbiamo registrato l’ultimo album (dal titolo “Sate Bule”, ovvero “spiedino bianco”, inteso come uomo bianco) tutti insieme, e incontrato Francis, una “camionista” in tutto e per tutto, che ha suonato il contrabbasso sul disco. Lei studiava lì e ha registrato con noi, a casa di un artista ricchissimo indonesiano. Mai visto in altre parti del mondo tanta ricchezza per gli artisti di arte contemporanea. E quella è stata in pratica l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme».

Le registrazioni del disco

Le registrazioni del disco

«In quegli ultimi 4 mesi a Yogyakarta, praticamente dal mese di novembre a febbraio, si è del tutto sciolto il circo. C’era chi se ne partiva da una parte e chi ritornava da qualche altra… Io alla fine ho deciso di rimanere da solo a Yogyakarta a curare i miei progetti: la ciclofficina andava avanti per benino, io dipingevo tanto e mi sentivo ben accolto. Sarei rimasto fino alla scadenza del visto. Sarei ripartito per l’Italia nel febbraio del 2008».

E poi? E poi come in tutte le storie si arriva alla parola fine, che metteremo nella prossima, ultima puntata di questo viaggio incredibile.

Il soggiorno a Yogyakarta

Dopo aver pedalato lungo i circa 600 Km che separano Jakarta da Yogyakarta, Piero e i Cyclown Circus hanno avuto accesso ai lati più intimi della cultura indonesiana, imparato già un po’ della lingua e sono pieni di curiosità per la tanto decantata meta del viaggio, da molti descritta come un vero e proprio paradiso degli artisti e dei ciclisti. E a proposito di ciclisti, ecco cosa ci racconta lo Zio Bici a proposito dell’uso delle bici in Indonesia.

«Dopo il lungo periodo di colonizzazione da parte degli olandesi, la bicicletta è diventata un mezzo con cui trasportare qualsiasi cosa. Montano dei cassoni davanti, che servono a caricare un sacco di roba. Poteva succedere di incontrare una bicicletta con sopra montata una giostrina, dove poi salivano alcuni bambini e venivano fatti muovere con una catena alternativa che azionava il meccanismo, ma sulle bici potevi trovare anche un piccolo ristorante, oppure tutti gli attrezzi per cuocere le pannocchie e poterle vendere in giro. C’erano bici diverse per i diversi tipi di cibo che preparavano, acconciate a seconda dell’utilizzo che se ne dovesse fare».

Bicicletta giostra

Bicicletta giostra

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta (mini)ristorante

Bicicletta (mini)ristorante

SOGGIORNO A YOGYAKARTA – «Inutile dire che già dal nostro arrivo lì avevamo tante aspettative per la città, dopo averne sentito tessere le lodi. Dovunque ci fermassimo raccoglievamo infatti informazioni bellissime sul luogo. Ci dicevano tutti che era la città delle bici e degli artisti. Il primo posto dove ci dirigiamo era l’ISI (Jogja National Museum), una sorta di accademia di belle arti. Si respirava un’aria diversa da tutti gli altri luoghi. Di fronte c’erano gruppetti di punk, tante biciclette parcheggiate fuori, si respirava un’aria molto occidentale anche nel modo di vestire. Facciamo uno spettacolo lì, e cerchiamo di raccogliere numeri e contatti di chi già conoscevamo, come i ragazzi del collettivo Taring Padi (che significa “Riso Tagliente”) conosciuti in precedenza».

Punk all'università

Punk all’accademia di belle arti

«Il quartier generale dei Taring Padi era collocato in una palazzina in costruzione, e lì venivano portati avanti progetti che avevano un forte impatto sul territorio, come i laboratori d’arte con i bambini del quartiere. Tra l’altro si festeggiavano i loro dieci anni di attività, in quel momento. L’organizzazione del luogo voleva che ciascuno avesse il suo personale campo artistico da esplorare, mentre poi insieme si studiavano e portavano avanti molti progetti comuni. Era un’esperienza politica nel senso più puro e reale del termine».

«Lì abbiamo stabilito anche il nostro di quartier generale, abbiamo lasciato le nostre cose e per le prime due settimane siamo rimasti lì. Aspettando anche Channing e Janine, che stavano tornando. Channing tra l’altro si era anche preso la dengue durante la parentesi romantica (che poi romantica non è stata). In quel momento abbiamo avuto tutti la sensazione di aver trovato una meta».

«Ci siamo conosciuti, abbiamo raccontato a tutti quanti chi eravamo, visto che quelli che avevamo già incontrato erano pochi rispetto al numero delle persone che componevano il collettivo. Io ho proposto un po’ di laboratori, e sono entrato in contatto con il figlio del sultano di Yogyakarta, Nico. Lui si occupava della gestione dell’ex ISI, dove si organizzavano mostre e c’era un museo d’arte contemporanea stabile. Nico mi ha messo a disposizione alcuni spazi per poter lavorare, e ci siamo anche, alla fine, andati a vivere, all’ultimo piano di quell’edificio. Lì avevo una sala per fare circo con i bambini: facevamo giocoleria e altri giochi con i bambini che venivano. A Roma i bambini con cui ero abituato a proporre queste cose si dimostravano spesso irrequieti e violenti, soprattutto in periferia, mentre qui al contrario tutto era molto più composto e rispettoso. Era gratificante. Mi veniva voglia di proporre sempre più cose. Ero a mio agio».

«Lì si usano molto il bambù e la rafia, come materiali, e così anche noi cercavamo di usare questi materiali per costruire oggetti che fossero rispettosi delle loro tradizioni con cui fare i nostri laboratori. Io mi ero anche messo in testa di proporre un laboratorio di Murga, anche perché lì c’è una bella tradizione di marching band, con ritmi che dalle nostre parti non sono per niente comuni. La base di tutto poggiava sulla tradizione del Gamelan, con percussioni su tanti strumenti spesso metallici e tempi che non sono mai fedeli al 4/4. Non è una musica caotica, ma al contrario molto rilassante. Era curioso per me vedere come si dessero da fare per mettere su le loro marching band, e volevo provare a creare una Murga. Ma non è stato facile, e per tanti motivi il progetto alla fine non è mai partito».

Bici a uno e a due piani

Bici a uno e a due piani

«Una cosa che invece aveva colpito tantissimo tutti quanti era la bici a due piani, e molti volevano riprodurla. Due o tre ragazzi al mio arrivo la studiavano da molto vicino, per capire i punti di saldatura, la trasmissione, e io da subito ho capito, parlando con loro, che sarebbe stato interessante approfondire il discorso. Abbiamo fatto un po’ di amicizia, e loro facevano parte dei Pondok Kelir (che significa “Casa del colore”), un gruppo abile nella customizzazione di moto e automobili. Nel loro quartier generale, uno di loro che si chiamava Kampet (che significa letteralmente “passerotto”) ed era uno dei fondatori del gruppo, mi ha fatto vedere come era bravo con l’aerografo. Da queste parti, siccome non hanno la possibilità di importare, modificano quello che hanno fino all’impossibile. Quando vedono qualcosa di nuovo, tentano di riprodurlo. E’ proprio uno stato mentale».

Mezzo con sidecar fai da te

Mezzo con sidecar fai da te

«I Pondok Kelir vivevano anche nel loro quartier generale: avevano uno studio dove realizzavano tatuaggi, fuori all’aperto c’era una specie di garage con l’aerografo e con qualche attrezzo per lavorare il ferro. Sul retro si trovava il magazzino, dove regnava una confusione totale. Di fianco c’era un fabbro. C’erano le condizioni ideali per sistemare lì una ciclofficina. Loro avevano già costruito qualche chopper in passato. Anche perché lì convivono fra loro una grande varietà di stili, tutti molto caratterizzati dal punto di vista estetico e i mezzi erano addobbati in maniera totalmente anarchica. C’erano molte comunità di ragazzi: dai vespisti, ai lambrettisti, ai vespisti punk, agli skaters, quelli con le bmx… fino ai lowriders o ai chopper. Quando sono arrivato con la mia tall bike è successo il finimondo!».

Chopper style

Chopper style

«Una sera gli ho detto che volevo incontrare i ragazzi delle altre comunità, per andare a visitare anche le loro officine». L’idea era quella di tentare di far comunicare fra loro tutte queste diverse “anime”, con l’obiettivo di organizzare una manifestazione comune. Magari una Critical Mass…

Da Bandung a Yogyakarta, la vera meta del viaggio

La discesa da Jakarta verso sud/est, in direzione Yogyakarta è stata ricca di soddisfazioni e di begli incontri per Piero e i Cyclown Circus, tanto che anche l’armonia del gruppo ne ha positivamente risentito. Sembra essere tornata la voglia delle prime pedalate, dopo qualche periodo difficile. Ora c’è da passare da Bandung, prima di raggiungere la meta definitiva del viaggio, dove metteremo la parola fine a questo lungo racconto.

BANDUNG YOGYAKARTA – «Arriviamo a Bandung, dove in qualche modo eravamo già stati annunciati, sapevano che saremmo arrivati. Ci siamo fermati ospiti da un artista con uno studio enorme. Lì abbiamo fatto spettacoli in un paio di club grossi, e nello stesso tempo sono usciti articoli e interviste a proposito del nostro viaggio. Avevamo i contatti giusti, è stata una bella settimana di spettacoli e allenamenti».

Immagine da uno spettacolo

Immagine da uno spettacolo

«La produzione di serigrafie in Indonesia è incredibile, e Bandung è proprio un centro di produzione dove stampano continuamente qualsiasi cosa. Anche a noi hanno realizzato magliette con i loghi dei Cyclown Circus. A Bandung si respira un’aria molto musulmana, le donne vanno in giro col jilbāb dappertutto, mentre a Jakarta questo succedeva solo in alcune zone. Ho saputo in seguito che era proprio la città più musulmana d’Indonesia, e lì c’è anche l’università. Abbiamo naturalmente fatto spettacolo nell’università, e incontrato parecchie persone positive e aperte, ben disposte a ridere. Venivano con le loro macchinine fotografiche e per noi era molto divertente. E’ stato molto gratificante».

«Nel mondo i media dipingono l’Indonesia come un posto molto radicale, dove ci sono attentati e estremismo, e anche per noi l’immagine inculcata del paese era in qualche modo corrispondente a questa. Quindi avevamo un po’ di timore per l’estremismo religioso, e abbiamo imparato sulla nostra pelle come l’immagine che filtra dai media è distorta rispetto alla realtà e influenza i pensieri delle persone. Ho trovato un grandissimo rispetto per la persona, e anche le ragazze che viaggiavano con noi non hanno avuto mai problemi, durante tutto il nostro passaggio in Indonesia».

Bianco e nero con sorrisi

Bianco e nero con sorrisi

VERSO YOGYAKARTA – «Dopo Bandung ci siamo rimessi in viaggio verso Yogyakarta. Si iniziava a respirare aria di giungla, tra incontri con animali strani e parecchi scorpioni per strada. Anche il cibo era diventato più “hardcore”, con gli arrosticini di cane a ogni angolo della strada. Ricordo che il cibo veniva preparato da donne che si fanno chiamare mamme (“ibu”, in indonesiano). Anche io avevo una mia mamma di quartiere che mi preparava il cibo, scaldando di volta in volta quello che aveva già cucinato».

Aria di giungla

Aria di giungla

«Dopo Bandung ci siamo spesso fermati a fare spettacoli nelle scuole. Il ricordo di questi 600 chilometri da Jakarta a Yogyakarta è molto positivo, pieno di begli incontri. Abbiamo suonato dal circolo un po’ fighetto di Bandung fino a spazi improponibili con quattro lucette appese. Sono stati praticamente due mesi di viaggio, per fare questo tratto partendo da Jakarta».

Incontro con scimmiette

Incontro con scimmiette

«Una volta arrivati a Yogyakarta già conoscevo un pochino della lingua, che tra l’altro ha una storia recentissima. Il bahasa jawa è nato un 60/70 anni fa, con Sukarno, ed è una lingua giovane pensata per unificare tutti i mille e più dialetti che si parlano nelle isolette dell’Indonesia. Si notano le influenze sia inglesi che olandesi nella lingua, a causa dell’essere stata per tanto tempo una colonia in passato. Dopo la sosta a Yogyakarta – di cui parleremo nelle prossime, ultime due puntate di questo viaggio incredibile – posso dire che sia la lingua che ho imparato meglio durante questo viaggio».

Cartoline dall'Indonesia

Cartoline dall’Indonesia

Verso Yogyakarta, la sosta a Jatiwangi

Piero e i Cyclown Circus sanno bene che sono in Indonesia non tanto per restare a Jakarta, quanto piuttosto per raggiungere i ragazzi del collettivo di artisti a Yogyakarta. Per questo, e per una certa stanchezza nei confronti del delirio cittadino, sono pronti a rimettersi a pedalare lungo l’isola di Giava, puntando verso sud per approdare a Yogyakarta. Ma sono qualcosa come 600 Km, e di cose in un tratto di strada così lungo ne succedono…

«A un certo punto non ce la facevamo più a stare in quel delirio, e abbiamo deciso di prendere la strada verso sud/est che da Jakarta porta a Yogyakarta. Qualcosa come 600 Km di viaggio pessimi, con brutte strade e tante difficoltà. Molto interessante per le persone incontrate, che ci accoglievano sempre nel migliore dei modi, ma praticamente impossibile in bicicletta. Ci abbiamo messo due giorni solo per uscire da Jakarta, una città che non finiva mai».

«Una cosa che mi aveva subito colpito della popolazione è che loro hanno tanta voglia di comunicare, e appaiono felici e cordiali. All’inizio conoscevo solo poche parole della loro lingua, che tra l’altro è incredibilmente semplice, ma loro parlavano piano e sapevano ascoltare. Era una spinta continua a cercare di migliorare la mia lingua».

«Usciti dalla città, la situazione a livello ciclistico è migliorata ma non di molto. Accennavo alla popolazione indonesiana per la densità che si incontra sull’isola di Giava, che è altissima. Abbiamo incontrato sempre e soltanto persone, così come ai lati delle strade c’erano soltanto fabbricazioni. Non ci sono spazi vuoti tra un posto e un altro. Dietro i fabbricati si scorgevano la natura e i campi coltivati, ma da un villaggio all’altro sempre abitazioni, baracche e benkel (ovvero officine). Una cosa molto caratteristica, ma anche stressante perché intorno non vedevi altro che agglomerati urbani».

Bianco e nero con traffico e Tall Bike

Bianco e nero con traffico e Tall Bike

«Tra una comunità e l’altra nascono e proliferano tutta una serie di servizi, per cui la strada è sempre occupata da molti veicoli e molte attività. Sullo sfondo vedevamo costantemente la natura incontaminata, ma non ne potevamo godere gran che. Nessun problema per quel che riguarda il dormire in giro, abbiamo trovato sempre situazioni molto accoglienti. Il cibo tra l’altro era molto buono e molto disponibile a ogni angolo di strada, e dava una mano a sopportare quelle che erano le difficoltà. L’opposto della Mongolia, dove tutto era meraviglioso ma non ci si poteva concedere la più piccola comodità».

Impalcature in bambù per essiccare le tegole

Impalcature in bambù per essiccare le tegole

«Lungo questo tragitto siamo passati da Jatiwangi, prima di arrivare a Bandung. Si tratta di un luogo stracolmo di argilla. Nel corso dei secoli da queste parti si è sviluppata l’arte della tegola, che è stra-utilizzata da quelle parti. Tutte le fabbriche sono altiforni dove si producono le tegole. Tutto a mano, e a bassissima tecnologia. Loro si arrampicano su strutture di bambù per mettere a essiccare le tegole appena prodotte. Anche gli operai più vecchi. Uno spettacolo incredibile. E lì a Jatiwangi abbiamo incontrato di nuovo la comunità di artisti conosciuti a Kuala Lumpur, riunita sotto il nome di Art Factory».

«Quella sera abbiamo fatto uno spettacolo nel museo/sede di questo collettivo di artisti. Uno spettacolo incredibile, che ricordo benissimo, proprio perché grazie a loro le cose sono venute davvero bene, in maniera esemplare. Tutto il villaggio è venuto a vederci, e c’erano le sedie e i giusti spazi per tutti, le luci e tutto. E’ stato molto bello, forse il primo spettacolo ben fatto in Indonesia, dopo un paio di settimane che eravamo in giro lì. La distinzione tra spettacolo di strada e “ben fatto” la faccio perché in alcuni casi c’era la possibilità di fare le cose per bene, quando non si era costretti a improvvisare tutto e anche i tempi della musica e dello spettacolo circense potevano andare di pari passo. Era più gratificante per noi fare spettacoli così».

La gioia di Piero durante lo spettacolo

La gioia di Piero durante lo spettacolo

«Quindi abbiamo fatto spettacoli in scuole, villaggi, mercati… tutti posti sociali. Uno degli amici che ci ospitava ha messo a disposizione un camion, e noi abbiamo caricato le bici nel cassone per andare a fare i nostri spettacoli all’interno delle scuole. Anche quattro scuole in un giorno! In una è stato imbarazzante, era una scuola per sole ragazze che ci sembravano apparentemente tutte suore. La verità era invece che formavano infermiere in quella scuola. C’è anche una foto dove tutte queste ragazze col jilbāb formavano un muro di teste bianche. E’ stato strano. Così come per lo spettacolo in un campo da pallacanestro, dove l’energia del circo sembrava essere tornata quella di una volta… Una bella mediazione con la gente del posto, che ci ha fatto conoscere il luogo».

suore o infermiere

Sono suore o infermiere? Zio Bici è perplesso…

campo da pallacanestro

L’energia sul campo da pallacanestro

«Come già avevo accennato in precedenza, questi artisti facevano un bellissimo lavoro sul territorio. Quando dico “comune di artisti”, uso il termine non all’italiana, dove spesso fa rima con “fancazzisti benestanti”. Lì si portano avanti progetti sociali e si produce tantissimo. Naturalmente possono contare su sponsor vari che gli forniscono i soldi per le loro attività. E loro si danno da fare davvero».

bambini ciao

Quando i bambini fanno… arrivederci!

Arrivo a Jakarta, pedalare sull’isola di Giava

ARRIVO A JAKARTA – «Raccontare dell’Indonesia significa parlare di uno dei posti che più mi hanno colpito dell’intero viaggio, anche se è impossibile rispondere alla classica domanda che mi hanno fatto migliaia di volte: “Qual è il posto più bello di questo viaggio?”… La bellezza l’ho trovata in ogni posto, e in Indonesia mi hanno colpito in particolar modo l’ospitalità e la cortesia delle persone. Sull’isola di Giava sono state due costanti».

«Il circo a Jakarta si è diviso un po’, con Channing e Janine che si erano fidanzati e si erano allontanati da soli, puntando verso Sumatra. Poi, una volta tornati, ci hanno raccontato che quella scelta era stata quasi un incubo, perché l’isola è molto selvaggia sia dal punto di vista naturale che umano, sociale. La più povera e rurale delle isole. Una cosa che equivale a meno turismo e meno bianchi in giro. Hanno avuto alcuni problemi, a causa di ciò, sia per quello che riguardava la loro richiesta di intimità, sia per le continue domande e richieste della popolazione, non abituate a persone di quel tipo. Si erano sentiti davvero accerchiati, continuamente sollecitati da una popolazione per nulla abituata a trovarsi intorno gente come loro».

Pedalare a Jakarta

Pedalare a Jakarta

«Non ricordo bene dove dormivamo a Jakarta. Mi ricordo che era una città davvero caotica, la mettevo a confronto con città come Istanbul o la “mia” Roma, o Pechino, tutte particolarmente difficili per il loro traffico. Nonostante avessimo da poco vissuto Bangkok e Juala Lumpur, altri due esempi di follia totale del traffico cittadino, Jakarta mi stupiva ogni volta. Il traffico era composto da qualsiasi tipo di vettura, a due, tre o quattro ruote. Gli scooter sfrecciano da tutte le parti, e loro trasportano qualsiasi cosa a bordo. Non è nemmeno pericoloso, perché ci si muove tutti a bassissima velocità, ma è snervante andare in giro con questo enorme ammasso di mezzi e motori tutto intorno. E le strade erano piene di buche e disseminate di cartelli incomprensibili».

La confusione del traffico

La confusione del traffico

SPETTACOLI IN FAVELA – «Già dalla Malesia eravamo infatti tornati a poter leggere i cartelli, dopo la pausa dei tanti caratteri sconosciuti che avevamo incontrato. A Jakarta siamo entrati subito in contatto con persone che avevamo conosciuto a Juala Lumpur, e tramite loro abbiamo trovato ospitalità. Abbiamo fatto alcuni spettacoli, insieme a questi artisti che facevano laboratori e progetti nelle zone più critiche della città. Zone che nascono lungo il fiume che taglia la città, che naturalmente è molto molto inquinato. Sull’argine è nata una favela di persone poverissime, che vive in condizioni pessime, e siamo andati con il gruppo di artisti a fare spettacolo in quella zona. Abbiamo scoperto che nonostante la situazione, lo spirito di quelle persone era intatto e gioioso, e abbiamo trovato grande disponibilità da parte di grandi e piccoli».

Spettacolo in favela, il pubblico

Spettacolo in favela, il pubblico

«Siamo rimasti 5/6 giorni, facendo spettacolo in vari punti della città. Soprattutto la sera o la notte, visto che di giorno faceva molto caldo. Abbiamo usato anche i loro playground, perfetti per riunire la gente della zona, e ci siamo esibiti lì. L’immagine che mi si è stampata in mente è quella delle tante baracche che abbiamo incontrato sul fiume, costruite in cima alle discese di immondizia».

Baracche costruite sull'argine del fiume

Baracche costruite sull’argine del fiume

«Sull’acqua del fiume si protendono palafitte e piattaforme, dove si può salire. E nel fiume ci si lavano le persone, così come si lavano i piatti e i vestiti e le proprie cose, e insieme si usa anche come gabinetto. E tutto segue la corrente, da una piattaforma all’altra, dove altre persone compiono le stesse operazioni, con l’acqua che scorre e veicola tutto quanto da un ammasso di baracche all’altro».

Piattaforma sull'acqua

Piattaforma sull’acqua

Cartoline da Singapore, si parte verso Giacarta

CARTOLINE da SINGAPORE – «Se mi chiedessero di definire in qualche maniera Singapore direi che è la Svizzera asiatica. La Malesia è povera, anche se visitando Kuala Lumpur si ha un’immagine di ricchezza. Singapore invece è pulitissima, con questi macchinoni che sfrecciano da tutte le parti e tanti bianchi che lavorano lì. Girando per la città ho visto anche un negozio che mi ha impressionato: faceva da parcheggio e contemporaneamente faceva manutenzione alle biciclette degli ospiti, tutti impiegati di alto livello negli uffici, con cravatta e 24ore. Naturalmente per soddisfare una clientela così esigente, come mi aveva confermato il primo sguardo alle biciclette parcheggiate nel negozio, i servizi offerti andavano dalla doccia per presentarsi in ufficio in maniera impeccabile fino al servizio di trasporto della borsa per il lavoro, qualora questa fosse stata troppo pesante per essere caricata sulla bici».

Botz perplesso tra cerchio e raggi

Botz perplesso tra cerchio e raggi

«A Singapore ho costruito la bici a due piani per Christine, e riparato anche la ruota di Botz, che era arrivato in aereo con una bicicletta mezza rotta. Avevo girato parecchio in città per rimediare pezzi per poter lavorare e accantonato tutto nel parco dove stavamo. La bici di Christine l’ho costruita insieme a un artista americano che viveva lì, conosciuto da uno dei Cyclown. Io l’ho chiamato e lui mi ha ospitato per costruire la bici. Aveva tantissima attrezzatura tecnica, e ho riparato anche le altre bici che ne avevano bisogno».

I lavori per la costruzione della Tall Bike di Christine

I lavori per la costruzione della Tall Bike di Christine

«Alla fine del nostro soggiorno a Singapore avevamo messo da parte circa 600 dollari a testa, facendo a volte anche 4 spettacoli al giorno, e ci sembravano sufficienti per affrontare quello che ci aspettava. Ci si rimetteva in viaggio ancora una volta».

Le solite facce perplesse all'arrivo al traghetto

Le solite facce perplesse delle guardie all’arrivo al traghetto

SULLA NAVE – «Da Singapore abbiamo preso un traghetto per l’isoletta di Batam, una sorta di avamposto con tantissimi camion in fila per andare a Singapore. Siamo stati lì una notte, in attesa del traghetto per Giacarta. Che era una nave enorme! E piena zeppa di gente. Già sulla nave avevi la netta percezione di dove si stava andando, con gente accampata con amache, sacchi e valigie con spago intorno…».

Sul traghetto per Giacarta

Sul traghetto per Giacarta

«Proprio sul traghetto ho rivissuto un nuovo momento di pessimo rapporto con la spazzatura. Tutti i pasti venivano infatti serviti in contenitori di polistirolo, che da quelle parti usano per qualunque cosa, e una volta finito il pasto i passeggeri buttavano via i contenitori nella spazzatura. Un giorno vedo una fila di bustone dell’immondizia sul ponte, con i mozzi che aprivano una saracinesca sul fianco della nave e iniziavano a buttare a mare come se nulla fosse tutti i sacchi. Ho assistito a circa venti minuti di scarico di sacchi a mare. Non saprei quantificarne il peso, ma era impressionante… Loro ridevano ed erano tranquilli, per me è stato un vero e proprio shock. La leggenda dell’isola fantasma di plastica che girava nel Pacifico era diventata molto meno leggenda dopo aver visto tutto questo».

L'angolino del relax dei Cyclown Circus

L’angolino del relax dei Cyclown Circus (con pulizia rifiuti)

«E se già mi aveva impressionato il porto di Singapore, il porto di Giacarta era qualcosa di inimmaginabile: la nave ci ha messo qualcosa come 6 ore per attraccare, dall’entrata nel porto».

La Ferrari, Del Piero: Singapore story

Ecco il racconto di una scenetta niente male successa durante l’accampamento al parco a Singapore. Un episodio che conferma quanto spesso, durante questo incredibile viaggio, Piero e i suoi compagni siano stati visti come un gruppo di extraterrestri, capitato per caso in questa o quella zona del globo. E insieme per comprendere come il mito di “pizza, spaghetti e mandolino” in qualche caso e in qualche luogo abbia lasciato il posto a una mitologia differente, basata su altri modelli.

«La scena che voglio raccontarvi ha avuto luogo una delle tante mattine al parco a Singapore. Accanto a noi si ferma un indonesiano, o forse poteva anche essere un filippino, vestito con un abbigliamento ipertecnico, giacchettino fluo e scarpe perfette per la corsa. Era incuriosito dalla nostra presenza, per cui si mette a parlare con Botz, biondissimo, occhi azzurri, con i dreadlocks, una sorta di alieno da quelle parti del mondo».

Botz in un'immagine di repertorio

Ecco Botz in un’immagine di repertorio (è quello senza velo)

– “Voi che fate qui?”, chiede Mister fluo…
– “Noi stiamo lavorando”, risponde Botz

«Per meglio farvi comprendere la situazione, in quel momento eravamo tutti avvolti nei nostri sacchi a pelo, con qualcuno che dormicchiava ancora. Alcuni di noi aprono mezzo occhio e ridacchiano nell’assistere alla scena».

L'accampamento al parco di Singapore

L’accampamento al parco di Singapore

– “Siamo in viaggio, ci siamo fermati qui per fare spettacoli, siamo in giro in bicicletta per il mondo”, continua Botz per fargli capire la situazione.

«Lui a quel punto inizia a fare domande di una ingenuità incredibile, chiedendo a tutti da che parte del mondo arrivassero. A un certo punto mi viene a svegliare e mi chiede in inglese se io ero italiano».

– “Tu sei italiano? Perché mai hai scelto questa vita così borderline?”, mi fa, sinceramente incuriosito.

Piero gioca con una bicicletta con sidecar

Piero gioca con una bicicletta con sidecar

«E io gli rispondo, stropicciandomi gli occhi, che era il mio modo per vedere il mondo, mentre intanto lui corricchiava sul posto per non perdere il ritmo della sua sessione mattutina di footing. Mi metteva un’ansia!».

A quel punto Mister fluo sgrana gli occhi e mi dice: “Ma voi avete Del Piero e la Ferrari, perché non sei rimasto lì a lavorare?”…

Del Piero - foto dell'utente flickr Crystian Cruz

Del Piero – foto dell’utente flickr Crystian Cruz

«Era il suo unico pensiero. Io gli ho risposto in modo perentorio che schifavo le automobili, tutte le automobili, e non mi interessavo per niente di queste cose, disegnando così sul suo volto la più grossa delle delusioni. Quando è ripartito per la sua corsetta nel parco sembrava assorto in nuovi pensieri, che forse non lo avevano mai toccato».

Singapore, il campeggio nel parco

SINGAPORE – «Entro a Singapore in treno, senza avere avuto problemi con il visto. Viaggiavo con un passaporto rosso (il rosso borgogna denota quelli europei), per cui mi avevano detto di stare tranquillo, che non avrei avuto problemi di alcun tipo. A Singapore ritrovo il circo, dopo qualche mese di separazione. Dal Belgio si era unito anche Botz, alto e biondo suonatore di trombone. Faceva un bellissimo numero clownesco, prendendo una persona dal pubblico. Gli metteva una giacca speciale al contrario, e lui infilava le mani nelle maniche, muovendo quindi le braccia del personaggio e facendo naturalmente cose buffe. Era molto divertente vedere questo spettacolino. E anche Christine, una delle “mamme” dei Cyclown Circus, si è unita al gruppo».

Prime pedalate a Singapore

Prime pedalate a Singapore

«Dico “mamma” riferendomi a Christine perché era stata una delle prime fondatrici di questo bizzarro gruppo di artisti. Il progetto dei Cyclown Circus nasce infatti in Arizona, con ragazzi che facevano arte di strada alla maniera americana, quindi più organizzata in eventi come rodei o quant’altro e meno da saltimbanco improvvisato all’angolo della strada, o al semaforo. Come invece è la nostra maniera, insomma. Loro all’inizio si muovevano con un bus munito di motore convertito a biodiesel, andando in giro per fast food a raccogliere olio esausto. Ma si sa che le distanze sono enormi in America, e quindi erano sempre costretti a spendere tanti soldi dietro alle riparazioni del camion, per cui a un certo punto si sono detti di partire per l’Europa, dove le città sono molto più vicine e non era difficile andare da un posto all’altro, anche a pedali. Tre o quattro di loro si sono diretti a Christiania, dove hanno costruito le prime Tall Bike, che hanno una storia circa ventennale in America ma che esistono da tantissimo tempo. Quando c’erano i lampioni a olio nelle grandi città esisteva un tandem Tall Bike con quello più in alto che accendeva i lampioni lungo la strada, tanto per dirne una».

Una Tall Bike in una vecchia immagine

Una Tall Bike in una vecchia immagine

Seguendo QUESTO LINK si possono vedere alcune Tall Bike davvero antiche e conoscerne la storia, per chi ne volesse sapere di più.

«Tornando al viaggio, Christine era capace di dare tantissimo colore al gruppo. Faceva tutto quello che faceva, dal cucinare al mettere a posto, con lo stile circense, che era davvero il suo miglior vestito. E’ stata molto utile per superare la stanchezza del fare da tre anni spettacoli sempre di un certo tipo. Con la sua fantasia tutto acquistava uno stile diverso, che ci faceva sentire meno la fatica. Lei era forte, aveva viaggiato per tre anni con un carrello dietro la bici, dove portava il suo cane da circa 30 chili. E anche lui era uno degli artisti del circo, veniva abbigliato e partecipava, a modo suo, agli spettacoli. Con Christine ci eravamo conosciuti a Roma, quando loro erano passati dall’Italia, ed era bello rivederla e passare del tempo con lei».

E ora chi rimette tutto sulla bici?

E ora chi rimette tutto sulla bici?

«A Singapore ci servivano soprattutto soldi, come accadeva in tutte le grandi città dove ci fermassimo. A Kuala Lumpur avevamo infatti collaborato con un gruppo di artisti, il collettivo Taring Padi, che era di base a Yogyakarta e con i quali avevamo un grande feeling. Volevamo andarli a trovare, come loro ci avevano chiesto. Poi Yogyakarta era descritta come città delle bici, dell’arte, dell’auto-organizzazione. Dovevamo andarci! E sapevamo per certo che il passaggio in Indonesia sarebbe stato povero dal punto di vista dei soldi».

Taring Padi - Foto dell'utente flickr Karen Eliot

Un esempio del lavoro dei Taring Padi – Foto dell’utente flickr Karen Eliot

Particolare di un lavoro dei Taring Padi - Foto dell'utente flickr Karen Eliot

Particolare di un lavoro dei Taring Padi – Foto dell’utente flickr Karen Eliot

Per chi volesse approfondire le tecniche dei Taring Padi, seguendo QUESTO LINK si può effettuare una visita virtuale al loro laboratorio. (In alcune foto, tra l’altro, non sarà difficile riconoscere il nostro Zio Bici)

«A Singapore siamo stati un mese e mezzo, con qualche difficoltà all’inizio. Avevamo problemi con l’ospitalità, visto che le case sono spesso piccolissime. Gli amici avevano zero possibilità di ospitarci. Gli spettacoli erano proficui, c’era un’isola pedonale lunga e larga dove fare spettacolo. Alla fine abbiamo campeggiato al parco per quasi un mese e mezzo. Un parco bellissimo, di fronte al mare, che invece era sporchissimo. C’è un porto immenso a Singapore. Al parco c’erano le docce, che venivano pulite due volte al giorno, per quelli che andavano a fare sport, e i barbecue, con noi che ne avevamo praticamente occupato uno».

Nella prossima puntata racconteremo di un bizzarro incontro avvenuto in questo accampamento al parco, prima di ripartire alla volta dell’Indonesia…