Da Mersin a Cipro, per svernare al caldo

Il gruppo di ciclisti si è diviso, e Piero è in quello che raggiunge la cittadina di Mersin per primo. E che per primo si rende conto che quello che doveva essere un rifugio sicuro era in realtà un castello di carte, destinato a crollare presto.

Accampamento all'aperto

Accampamento all’aperto

MERSIN – «Per primi arriviamo a Mersin, chiamiamo il numero del tipo che ci aveva offerto ospitalità e lui subito appare molto vago… Prendiamo un appuntamento per vederci più chiaro. Vede che siamo in quattro e esclama: “Meno male. I miei genitori sono a casa, non sono partiti e adesso non posso ospitarvi tutti quanti!”. Ci casca il mondo addosso. Eravamo parecchio stanchi, tra l’altro. Ci porta a casa sua. Dobbiamo lasciare le bici nel cortile e la cosa ci fa paura. Entriamo in questo appartamento con un papà vecchio stile musulmano, e con una madre che trasuda grande imbarazzo. Ci facciamo una doccia, più o meno. Non possiamo lavare i panni, ci sentiamo fuori luogo. Abbiamo dormito in salotto e il giorno dopo il ragazzo ci ha detto che dovevamo andarcene da quella casa. Siamo usciti dopo colazione e siamo andati a cercare notizie degli altri. Siamo stati qualche giorno aspettando che arrivassero gli altri, in questa città grande e nuova, basata sul suo porto».

«Facevamo spettacoli, e dopo il primo ci hanno invitato a esibirci in un locale che era piuttosto ambiguo. Lì abbiamo solo suonato, poi nessuno sembrava volerci aiutare e intanto si era fatta notte. Non ricordo dove abbiamo dormito quella sera, poi ricordo due giorni consecutivi di pioggia con noi a dormire sotto i ponti. Assaggiavo la vita del barbone vera e propria. Era tutto molto sporco. In una città piena zeppa di ragazzi che sniffavano colla dai sacchetti. Sembravano zombie che si muovevano in branchi, con questi sacchetti. Totalmente innocui, a causa della droga. Molesti si, ma non in grado di derubarti. Una scena triste, che noi sdrammatizzavamo prendendoli in giro».

Spettacolo in strada in Turchia

Spettacolo in strada in Turchia

«Gli altri sembravano non arrivare mai, ma almeno la pioggia era finita. Abbiamo dormito per una o due notti in un bar in costruzione, sul lungomare. Bello, finalmente. Poi ci arriva una mail dall’altro gruppo, erano a 30 Km da lì, nel villino di una famiglia che li aveva adottati come parte della loro stessa famiglia. Non riuscivano a andare via, per quanto stavano bene. E noi a dormire sotto i ponti…».

Il piacere di incontrarsi di nuovo lungo la strada

Il piacere di incontrarsi di nuovo lungo la strada

SI VA A FAMAGOSTA – «Finalmente ci ricongiungiamo con il resto del gruppo. E si va a vedere come fare per raggiungere Cipro, dove ci avevano detto che d’inverno non c’è tanto freddo. “Perché no”, ci diciamo. Siamo partiti il giorno stesso, e quindi arrivati a Famagosta. L’isola di Cipro visse una guerra durissima 30 anni fa, con i greci assaliti dai turchi in una guerra sanguinosa. Di questo ci hanno spesso parlato lì. Abbiamo dovuto lasciare Scuccia, il cane trovatello che accompagnava il gruppo fin dalla Bosnia, in quarantena, e ci si è stretto il cuore. Abbiamo fatto un primo spettacolo lì, poi in bici finalmente al caldo, con un bel bagno al mare dopo il freddo patito in Cappadocia una settimana prima».

Verso la Cappadocia, in fuga dalla neve

«La gente turca è certamente molto ospitale e anche parecchio espansiva, quindi noi sentivamo talvolta il bisogno di stare un po’ lontani dalle zone abitate per avere un po’ di tranquillità, o poterci allenare un pochino, nella giocoleria ma anche per il fisico. Altrimenti si era sempre esposti, non era semplice» – continua Piero nel suo racconto.

Riposo all'ombra delle bici

Riposo all’ombra delle bici

«Da Ankara in poi c’era anche una tv che seguiva il viaggio, per cui in qualche paese capitava che ci aspettassero e fossero pronti anche con la piazza, magari anche con le sedie… è stato molto simpatico. Si era in breve tempo entrati in una sorta di routine: la mattina c’erano 60/80/90 km in bicicletta, poi nel pomeriggio si faceva lo spettacolo, prima di sera era necessario trovare un posto per dormire e poi a cena e quindi diario, stretching e quant’altro davanti a un fuoco o in una casa. Le strade in generale erano abbastanza impegnative, il traffico turco non è facile. Ma non è un posto così denso di auto, con tante zone abbastanza deserte».

Traffico in Turchia

Traffico in Turchia

La parentesi di ESKISEIR – «Ricordo questa città nuova, tipo Pescara (città di provenienza di Piero), senza storia… Non ricordo come ci finimmo, ma è stato terribile, con tanti ragazzini che ci giravano attorno e che toccavano le nostre cose, per cui è stato molto stressante. Abbiamo occupato una piccola casa in costruzione fuori città, e alcuni di noi tornavano in città con le due bici “normali” (le altre erano Tall Bike) per compiere le attività quotidiane. Non ci è sembrato il caso di fare spettacoli. Si respirava una brutta euforia in quel posto. Ma è un caso isolato, e ho in generale bei ricordi di quei 5 mesi. Dopo un po’ tra l’altro capivo abbastanza bene quello che mi dicevano e parlavo un po’ di turco».

La CAPPADOCIA – Una delle variabili da considerare, quando si viaggia così esposti alle intemperie, sono l’arrivo dell’inverno e il freddo, per cui iniziava ad essere necessario trovare una sistemazione adatta a superare i mesi invernali ormai alle porte. «Avevamo trovato ospitalità per l’inverno a Mersin, città sul Mediterraneo, alla fine della zona turistica al sud, in un appartamento messoci a disposizione da un tipo che avevamo conosciuto, e che si era offerto di ospitarci». Per raggiungere Mersin bisognava attraversare la Cappadocia, dove per qualche giorno il gruppo si è trovato ad occupare una caverna.

Il ritiro in grotta in Cappadocia

Il ritiro in grotta in Cappadocia

«Dormire in Cappadocia è stato bellissimo, ma in generale non era facile. Quei giorni hanno rappresentato una sorta di ritiro, per allenarsi e provare cose nuove. Con spettacoli in un paese vicino, pieno di turisti europei, americani, cinesi, giapponesi… Ma già si sentiva il freddo».

Cucina all'aperto

Cucina all’aperto

«Siamo dovuti scappare con la neve che ci inseguiva, alla ricerca di un treno che ci portasse un po’ lontano. Abbiamo percorso 80 Km praticamente tutti in discesa. Andavamo veloci, con la neve minacciosa alle nostre spalle. Una foratura di uno di noi ci ha costretti a fermarci e ci siamo ritrovati con la neve in testa, senza essere minimamente preparati alla cosa. E’ stata dura».

Foratura sotto i primi fiocchi di neve

Foratura sotto i primi fiocchi di neve

«Siamo finalmente arrivati al paese da cui prendere il treno, in questa piccola stazioncina a cucinare con un fornelletto da campeggio. Poi arriva un ferroviere e gli chiediamo del treno, anche perché c’era solo una via per giungere a Mersin, con un passo a quota 1400 metri. Ma treni non ce n’erano, dice lui, e dice anche che il giorno dopo dovevamo sloggiare dalla stazione. Il giorno dopo, divisi in gruppi di due/tre/quattro persone, autosufficienti per poter fare spettacoli anche in pochi, abbiamo fatto l’autostop. Noi abbiamo preso un tir scarico, e l’autista, che era pazzo e guidava come un pazzo, andava dritto a Mersin. Beveva parecchio e ci ha offerto anche il pranzo».

E a Mersin il gruppo di Piero avrà a che fare con giornate difficili. Alla prossima!

Si parte! Dall’Italia alla Turchia per raggiungere i Cyclown Circus

Dopo aver raccontato in via generale l’itinerario del viaggio e iniziato a rivivere lo spirito che lo ha animato, è il caso di riavvolgere il nastro e tornare indietro sui nostri passi, pedalando al contrario fino al momento della decisione di intraprendere un percorso così ricco di punti interrogativi, per scorrerne i momenti più e meno belli, che guardati insieme danno l’idea di un’esperienza in grado davvero di cambiare una vita intera e la percezione di quello che si ha intorno, una volta rimesso piede nella terra d’origine.

Piero raggi bici

Piero tra raggi e ingranaggi della bici

PREPARAZIONE del VIAGGIO e PARTENZA – La data fissata per la partenza è quella di un giorno di giugno del 2005.

«Ci sono voluti qualcosa come sei mesi di preparazione – racconta Piero – per riuscire a pensare a quello che mi sarebbe servito e interrompere tutto quello che stavo facendo. Sei mesi per lasciare alle spalle nove anni di Roma. Mi sono costruito una bici (come dicevamo una Tall Bike) su misura per le mie esigenze, facendone una per me, una per Rocio e una per Simone, i due ragazzi con cui sono partito dall’Italia. Partenza in direzione sud sud/est, si punta inizialmente verso Brindisi. L’idea è quella di raggiungere il Salento, per incontrare qualche amico e fare lì qualche spettacolo». Per fare un po’ di riscaldamento in vista di quella che sarebbe stata, nei mesi e negli anni a seguire, una specie di abitudine quotidiana.

«I primi 30/40 chilometri ce li facciamo in treno, per uscire dalla grande città, poi via sull’Appia verso Napoli. Da Napoli si va a Salerno, poi si scavalca l’Appennino, che è stato duro, e si punta a Bari. I primi tre mesi passano facendo spettacoli in Salento, e in giro a trovare amici. Facevamo giocoleria e spettacoli vari, e ci accampavamo in spazi lontani, all’aperto in mezzo agli uliveti, senza avere particolari problemi». Quindi ci si muove verso Brindisi, dove avremmo incontrato Simone. A settembre si parte per la Turchia, destinazione Izmir, ovvero Smirne.

VERSO ISTANBUL – «Sapevamo che alcuni amici erano già in Turchia, e ci aspettavano a Istanbul». Loro erano i Cyclown Circus, un gruppo itinerante di artisti circensi a due ruote provenienti da ogni parte del mondo, che andavano a Istanbul venendo dalla Bulgaria, in quel momento. «Abbiamo fatto percorsi sia in treno che in bici, da Smirne fino a Istanbul, senza incontrare particolari difficoltà neanche nel caricare le bici sui treni. Sono stati 4 o 5 giorni di viaggio in tutto. Si dormiva in campagna e l’obiettivo era quello di raggiungere il gruppo al più presto. Era fine settembre quando ci siamo incontrati, dormivamo ospiti in una casa piccolissima, in 14 persone».

turchia 12.5

Il gruppo di artisti con i suoi ospiti turchi

«Abbiamo passato tanti giorni a fare spettacolo a Istanbul, con i Cyclown Circus che erano in particolare musicisti, per cui il mix tra la nostra arte (la giocoleria) e la loro all’inizio non è stato facile. Io tra l’altro parlavo un pessimo inglese, e anche questo rappresentava un po’ un problema. Il furto di cui avevamo già parlato a proposito della sicurezza di un viaggio come questo è avvenuto nella casa dove stavamo in 14 persone. Alcune persone sono entrate nella notte, e grazie agli spray che addormentano hanno rubato le cose che loro ritenevano di valore. Via i borselli, con dentro i documenti, qualche cellulare (noi “italiani” non ne possedevamo) e stop. Ci è toccato quindi rifare i documenti, in qualche maniera si ripartiva davvero da zero. Sotto sotto mi intrigava anche questa cosa. Purtroppo oggi l’ho perso quel passaporto».

ANKARA e la CAPPADOCIA – Terminata la parentesi di Istanbul il gruppo si muove verso Ankara, dove – come sottolinea Piero – «è iniziato il viaggio vero e proprio». La formula del cantastorie che si ferma e fa spettacolo, chiedendo a sua volta ospitalità e cibo, prende così forma.