Il Gigante del Parco Mediceo di Pratolino

L’amore come motore dell’arte. Quante volte nell’arco della storia ci si imbatte in opere d’arte dettate dal desiderio di celebrare una storia d’amore o da quello di stupire la persona amata? Il Parco Mediceo di Pratolino, nel comune di Vaglia – in Toscana naturalmente – non fa eccezione, e quel che ne rimane racconta la storia di un amore appassionato e travagliato, che ci proietta all’indietro fino alla metà del XVI secolo, quando Francesco I Dei Medici nel 1568 acquistò la tenuta, affidando i lavori per la costruzione della splendida villa a Bernardo Buontalenti.

Parco Mediceo di Pratolino

Parco Mediceo di Pratolino

La villa e il parco, oggi patrimonio dell’UNESCO, erano infatti dedicati all’amante, e poi moglie, Bianca Cappello, e tutto quello che vi si incontrava era immaginato per colpire l’immaginazione, grazie a giochi d’acqua alternati a statue antiche, viali e grotte, per rendere immortale quella passione colpevole, sbocciata tra le pieghe di due matrimoni falliti, senza badare in alcun modo alle spese da sostenere. Una passione colossale, come colossali sono le dimensioni della struttura simbolo del Parco Mediceo di Pratolino: il Colosso dell’Appennino, il capolavoro dello scultore fiammingo Giambologna.

Il Colosso dell’Appennino

Il Colosso dell’Appennino

E se gran parte delle strutture sono andate nel tempo distrutte (la villa oggi non esiste più), o sono state trafugate, il Gigante è sempre lì, fresco di una recente ristrutturazione, ad accogliere i tanti visitatori, dall’alto dei suoi dieci e più metri di altezza. Una scultura alla quale è legato un detto, che recita: “Giambologna fece l’Appennino / ma si pentì d’averlo fatto a Pratolino”, per sottolineare come la stessa opera d’arte, costruita magari nel centro di Firenze, avrebbe suscitato un clamore certamente maggiore, e sarebbe stata celebrata con onori diversi. Sia come sia, ancora oggi rimane un luogo da conoscere e visitare, ricco di sorprese.

Si perché la statua ospitava al suo interno camere, grotte con decorazioni e collegamenti interni, nonché due fontane funzionanti e una camera all’interno della testa, che all’interno prendeva la luce proveniente dagli occhi e poteva contenere una piccola orchestra. Attraverso la bocca del serpente, posto sotto la mano sinistra del Gigante, un flusso di acqua scendeva nella piscina sottostante, così come l’acqua scendeva anche dalle due grandi mete di spugna.

Colosso dell'Appennino

Colosso dell’Appennino

Oggi di tutta la magia architettonica del Parco non rimangono che alcuni elementi, sufficienti comunque a proiettare il visitatore in un’atmosfera romantica e visionaria insieme. Come conferma il direttore Gennaro Giliberti, interrogato sul perché questo sia ricordato come il “parco delle meraviglie”: «Basterebbe dare un’occhiata alla celebre “lunetta” del pittore Justus Utens del 1600 per avere un’idea della meraviglia che doveva avvolgere il visitatore dell’epoca, o rifarsi al famoso “Journal de voyage en Italie” di de Montaigne: un’impressionante carosello di sculture di personaggi, animali, dèi ed eroi epici; grotte, fontane, giochi e scherzi d’acqua; teatrini di automi semoventi azionati ad acqua, organi idraulici che riproducevano musiche soavi, macchine automatiche che riproducevano il canto degli uccelli; “ingegni magnifici”, “opere miracolose”, “stupendi artifici”, che il Buontalenti seppe creare con impareggiabile maestria. Non a caso, il parco di Pratolino è stato uno dei parchi più imitati al mondo».

La lunetta di Justus Utens

La lunetta di Justus Utens

In chiusura, vi lasciamo con una foto a 360° navigabile della Fontana di Giove, un’altra delle meraviglie del Parco. Cliccate QUI.

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