Raggiungere la meta: la fine del viaggio

Avevamo lasciato lo Zio Bici alle prese con un’impresa non facile: riunire le tante anime che compongono i vari gruppi giovanili di Yogyakarta in un’iniziativa comune, magari una Critical Mass. Vediamo come sono andate le cose, in questi ultimi mesi del viaggio incredibile di Piero con i Cyclown Circus.

«Sono arrivato all’appuntamento che ci eravamo dati e piano piano sono arrivati anche gli altri (“plan plan”, piano piano, dicono da quelle parti). Eravamo circa una sessantina di ragazzi dai 20 ai 30 anni. Fuori c’erano biciclette di ogni tipo, io ho raccontato a tutti del nostro viaggio e ho detto che mi sarebbe piaciuto costruire bici a due piani lì da loro, creare una comunità di bici alte e poi organizzare una Critical Mass. Nel 2008 internet lì era arrivato già da qualche anno, ma solo negli internet point. Per cui non c’era una grande informazione su ciò che succedeva intorno. Gli ho dato un po’ di riferimenti per informarsi sulla cosa e alla fine della serata sentivo che si era creato un certo fermento».

Costruire bici a due piani a Yogyakarta

Costruire bici a due piani a Yogyakarta

«La vita dei giovani a Yogyakarta non è poi molto diversa da qui: si vedono in piazza e bevono birra, molto costosa, oppure kahlua e alcolici autoprodotti dalle “mamme”. La kahlua era spesso al caffè, o al vino rosso, comunque imbevibile e dolcissima, provocatrice di sbornie terrificanti. Il primo mese del nostro soggiorno è passato così…».

«Quando sono arrivati Janine e Channing, che erano stati in giro per conto loro, hanno trovato il modo di inserirsi in questo contesto, pur con le difficoltà per Channing dovute alla dengue che aveva preso a Sumatra. Lei sapeva molto ben lavorare con le serigrafie, ed è quello che si è messa a fare, e in generale tutti avevano trovato il modo di approfondire il lato artistico che già conoscevano, creandosi rapporti personali e usufruendo degli spazi che ci venivano messi a disposizione. Dopo un po’, insomma, lì a Yogyakarta giravano bici a due piani e si producevano lavori artistici dove avevamo in qualche modo messo le mani».

In ciclofficina, al lavoro su una Tall Bike

In ciclofficina, al lavoro su una Tall Bike

«Un bellissimo progetto del collettivo Taring Padi era quello di attaccare xilografie autoprodotte, dal contenuto politico, alle pensiline degli autobus. Si trattava di vere e proprie opere d’arte da mettere in strada. Un progetto fatto lì che mi ricordo bene era un disegno di 2 metri per 1, costato ben 4 settimane di lavoro a più mani, del mondo visto per metà con il motore a scoppio e metà dal punto di vista sostenibile, dato che la cultura delle biciclette era molto ben radicata lì. Poi ricordo che c’è stata anche una mostra sull’argomento».

Taring Padi al lavoro

Uno dei Taring Padi al lavoro

L'inchiostro c'è, si stende la carta sulla matrice

L’inchiostro c’è, si stende la carta sulla matrice

«Vi sarete accorti che non sto parlando molto del circo. Infatti per quello che riguarda il circo c’è da dire che eravamo molto stanchi, anche perché due di noi erano o malati (Channing) o comunque provati dalla faccenda di Sumatra, dove tutto era stato diverso dalle aspettative. Ognuno per i suoi motivi non riusciva a pensare al circo. Abbiamo registrato l’ultimo album (dal titolo “Sate Bule”, ovvero “spiedino bianco”, inteso come uomo bianco) tutti insieme, e incontrato Francis, una “camionista” in tutto e per tutto, che ha suonato il contrabbasso sul disco. Lei studiava lì e ha registrato con noi, a casa di un artista ricchissimo indonesiano. Mai visto in altre parti del mondo tanta ricchezza per gli artisti di arte contemporanea. E quella è stata in pratica l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme».

Le registrazioni del disco

Le registrazioni del disco

«In quegli ultimi 4 mesi a Yogyakarta, praticamente dal mese di novembre a febbraio, si è del tutto sciolto il circo. C’era chi se ne partiva da una parte e chi ritornava da qualche altra… Io alla fine ho deciso di rimanere da solo a Yogyakarta a curare i miei progetti: la ciclofficina andava avanti per benino, io dipingevo tanto e mi sentivo ben accolto. Sarei rimasto fino alla scadenza del visto. Sarei ripartito per l’Italia nel febbraio del 2008».

E poi? E poi come in tutte le storie si arriva alla parola fine, che metteremo nella prossima, ultima puntata di questo viaggio incredibile.

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