Il soggiorno a Yogyakarta

Dopo aver pedalato lungo i circa 600 Km che separano Jakarta da Yogyakarta, Piero e i Cyclown Circus hanno avuto accesso ai lati più intimi della cultura indonesiana, imparato già un po’ della lingua e sono pieni di curiosità per la tanto decantata meta del viaggio, da molti descritta come un vero e proprio paradiso degli artisti e dei ciclisti. E a proposito di ciclisti, ecco cosa ci racconta lo Zio Bici a proposito dell’uso delle bici in Indonesia.

«Dopo il lungo periodo di colonizzazione da parte degli olandesi, la bicicletta è diventata un mezzo con cui trasportare qualsiasi cosa. Montano dei cassoni davanti, che servono a caricare un sacco di roba. Poteva succedere di incontrare una bicicletta con sopra montata una giostrina, dove poi salivano alcuni bambini e venivano fatti muovere con una catena alternativa che azionava il meccanismo, ma sulle bici potevi trovare anche un piccolo ristorante, oppure tutti gli attrezzi per cuocere le pannocchie e poterle vendere in giro. C’erano bici diverse per i diversi tipi di cibo che preparavano, acconciate a seconda dell’utilizzo che se ne dovesse fare».

Bicicletta giostra

Bicicletta giostra

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta (mini)ristorante

Bicicletta (mini)ristorante

SOGGIORNO A YOGYAKARTA – «Inutile dire che già dal nostro arrivo lì avevamo tante aspettative per la città, dopo averne sentito tessere le lodi. Dovunque ci fermassimo raccoglievamo infatti informazioni bellissime sul luogo. Ci dicevano tutti che era la città delle bici e degli artisti. Il primo posto dove ci dirigiamo era l’ISI (Jogja National Museum), una sorta di accademia di belle arti. Si respirava un’aria diversa da tutti gli altri luoghi. Di fronte c’erano gruppetti di punk, tante biciclette parcheggiate fuori, si respirava un’aria molto occidentale anche nel modo di vestire. Facciamo uno spettacolo lì, e cerchiamo di raccogliere numeri e contatti di chi già conoscevamo, come i ragazzi del collettivo Taring Padi (che significa “Riso Tagliente”) conosciuti in precedenza».

Punk all'università

Punk all’accademia di belle arti

«Il quartier generale dei Taring Padi era collocato in una palazzina in costruzione, e lì venivano portati avanti progetti che avevano un forte impatto sul territorio, come i laboratori d’arte con i bambini del quartiere. Tra l’altro si festeggiavano i loro dieci anni di attività, in quel momento. L’organizzazione del luogo voleva che ciascuno avesse il suo personale campo artistico da esplorare, mentre poi insieme si studiavano e portavano avanti molti progetti comuni. Era un’esperienza politica nel senso più puro e reale del termine».

«Lì abbiamo stabilito anche il nostro di quartier generale, abbiamo lasciato le nostre cose e per le prime due settimane siamo rimasti lì. Aspettando anche Channing e Janine, che stavano tornando. Channing tra l’altro si era anche preso la dengue durante la parentesi romantica (che poi romantica non è stata). In quel momento abbiamo avuto tutti la sensazione di aver trovato una meta».

«Ci siamo conosciuti, abbiamo raccontato a tutti quanti chi eravamo, visto che quelli che avevamo già incontrato erano pochi rispetto al numero delle persone che componevano il collettivo. Io ho proposto un po’ di laboratori, e sono entrato in contatto con il figlio del sultano di Yogyakarta, Nico. Lui si occupava della gestione dell’ex ISI, dove si organizzavano mostre e c’era un museo d’arte contemporanea stabile. Nico mi ha messo a disposizione alcuni spazi per poter lavorare, e ci siamo anche, alla fine, andati a vivere, all’ultimo piano di quell’edificio. Lì avevo una sala per fare circo con i bambini: facevamo giocoleria e altri giochi con i bambini che venivano. A Roma i bambini con cui ero abituato a proporre queste cose si dimostravano spesso irrequieti e violenti, soprattutto in periferia, mentre qui al contrario tutto era molto più composto e rispettoso. Era gratificante. Mi veniva voglia di proporre sempre più cose. Ero a mio agio».

«Lì si usano molto il bambù e la rafia, come materiali, e così anche noi cercavamo di usare questi materiali per costruire oggetti che fossero rispettosi delle loro tradizioni con cui fare i nostri laboratori. Io mi ero anche messo in testa di proporre un laboratorio di Murga, anche perché lì c’è una bella tradizione di marching band, con ritmi che dalle nostre parti non sono per niente comuni. La base di tutto poggiava sulla tradizione del Gamelan, con percussioni su tanti strumenti spesso metallici e tempi che non sono mai fedeli al 4/4. Non è una musica caotica, ma al contrario molto rilassante. Era curioso per me vedere come si dessero da fare per mettere su le loro marching band, e volevo provare a creare una Murga. Ma non è stato facile, e per tanti motivi il progetto alla fine non è mai partito».

Bici a uno e a due piani

Bici a uno e a due piani

«Una cosa che invece aveva colpito tantissimo tutti quanti era la bici a due piani, e molti volevano riprodurla. Due o tre ragazzi al mio arrivo la studiavano da molto vicino, per capire i punti di saldatura, la trasmissione, e io da subito ho capito, parlando con loro, che sarebbe stato interessante approfondire il discorso. Abbiamo fatto un po’ di amicizia, e loro facevano parte dei Pondok Kelir (che significa “Casa del colore”), un gruppo abile nella customizzazione di moto e automobili. Nel loro quartier generale, uno di loro che si chiamava Kampet (che significa letteralmente “passerotto”) ed era uno dei fondatori del gruppo, mi ha fatto vedere come era bravo con l’aerografo. Da queste parti, siccome non hanno la possibilità di importare, modificano quello che hanno fino all’impossibile. Quando vedono qualcosa di nuovo, tentano di riprodurlo. E’ proprio uno stato mentale».

Mezzo con sidecar fai da te

Mezzo con sidecar fai da te

«I Pondok Kelir vivevano anche nel loro quartier generale: avevano uno studio dove realizzavano tatuaggi, fuori all’aperto c’era una specie di garage con l’aerografo e con qualche attrezzo per lavorare il ferro. Sul retro si trovava il magazzino, dove regnava una confusione totale. Di fianco c’era un fabbro. C’erano le condizioni ideali per sistemare lì una ciclofficina. Loro avevano già costruito qualche chopper in passato. Anche perché lì convivono fra loro una grande varietà di stili, tutti molto caratterizzati dal punto di vista estetico e i mezzi erano addobbati in maniera totalmente anarchica. C’erano molte comunità di ragazzi: dai vespisti, ai lambrettisti, ai vespisti punk, agli skaters, quelli con le bmx… fino ai lowriders o ai chopper. Quando sono arrivato con la mia tall bike è successo il finimondo!».

Chopper style

Chopper style

«Una sera gli ho detto che volevo incontrare i ragazzi delle altre comunità, per andare a visitare anche le loro officine». L’idea era quella di tentare di far comunicare fra loro tutte queste diverse “anime”, con l’obiettivo di organizzare una manifestazione comune. Magari una Critical Mass…

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