Arrivo a Jakarta, pedalare sull’isola di Giava

ARRIVO A JAKARTA – «Raccontare dell’Indonesia significa parlare di uno dei posti che più mi hanno colpito dell’intero viaggio, anche se è impossibile rispondere alla classica domanda che mi hanno fatto migliaia di volte: “Qual è il posto più bello di questo viaggio?”… La bellezza l’ho trovata in ogni posto, e in Indonesia mi hanno colpito in particolar modo l’ospitalità e la cortesia delle persone. Sull’isola di Giava sono state due costanti».

«Il circo a Jakarta si è diviso un po’, con Channing e Janine che si erano fidanzati e si erano allontanati da soli, puntando verso Sumatra. Poi, una volta tornati, ci hanno raccontato che quella scelta era stata quasi un incubo, perché l’isola è molto selvaggia sia dal punto di vista naturale che umano, sociale. La più povera e rurale delle isole. Una cosa che equivale a meno turismo e meno bianchi in giro. Hanno avuto alcuni problemi, a causa di ciò, sia per quello che riguardava la loro richiesta di intimità, sia per le continue domande e richieste della popolazione, non abituate a persone di quel tipo. Si erano sentiti davvero accerchiati, continuamente sollecitati da una popolazione per nulla abituata a trovarsi intorno gente come loro».

Pedalare a Jakarta

Pedalare a Jakarta

«Non ricordo bene dove dormivamo a Jakarta. Mi ricordo che era una città davvero caotica, la mettevo a confronto con città come Istanbul o la “mia” Roma, o Pechino, tutte particolarmente difficili per il loro traffico. Nonostante avessimo da poco vissuto Bangkok e Juala Lumpur, altri due esempi di follia totale del traffico cittadino, Jakarta mi stupiva ogni volta. Il traffico era composto da qualsiasi tipo di vettura, a due, tre o quattro ruote. Gli scooter sfrecciano da tutte le parti, e loro trasportano qualsiasi cosa a bordo. Non è nemmeno pericoloso, perché ci si muove tutti a bassissima velocità, ma è snervante andare in giro con questo enorme ammasso di mezzi e motori tutto intorno. E le strade erano piene di buche e disseminate di cartelli incomprensibili».

La confusione del traffico

La confusione del traffico

SPETTACOLI IN FAVELA – «Già dalla Malesia eravamo infatti tornati a poter leggere i cartelli, dopo la pausa dei tanti caratteri sconosciuti che avevamo incontrato. A Jakarta siamo entrati subito in contatto con persone che avevamo conosciuto a Juala Lumpur, e tramite loro abbiamo trovato ospitalità. Abbiamo fatto alcuni spettacoli, insieme a questi artisti che facevano laboratori e progetti nelle zone più critiche della città. Zone che nascono lungo il fiume che taglia la città, che naturalmente è molto molto inquinato. Sull’argine è nata una favela di persone poverissime, che vive in condizioni pessime, e siamo andati con il gruppo di artisti a fare spettacolo in quella zona. Abbiamo scoperto che nonostante la situazione, lo spirito di quelle persone era intatto e gioioso, e abbiamo trovato grande disponibilità da parte di grandi e piccoli».

Spettacolo in favela, il pubblico

Spettacolo in favela, il pubblico

«Siamo rimasti 5/6 giorni, facendo spettacolo in vari punti della città. Soprattutto la sera o la notte, visto che di giorno faceva molto caldo. Abbiamo usato anche i loro playground, perfetti per riunire la gente della zona, e ci siamo esibiti lì. L’immagine che mi si è stampata in mente è quella delle tante baracche che abbiamo incontrato sul fiume, costruite in cima alle discese di immondizia».

Baracche costruite sull'argine del fiume

Baracche costruite sull’argine del fiume

«Sull’acqua del fiume si protendono palafitte e piattaforme, dove si può salire. E nel fiume ci si lavano le persone, così come si lavano i piatti e i vestiti e le proprie cose, e insieme si usa anche come gabinetto. E tutto segue la corrente, da una piattaforma all’altra, dove altre persone compiono le stesse operazioni, con l’acqua che scorre e veicola tutto quanto da un ammasso di baracche all’altro».

Piattaforma sull'acqua

Piattaforma sull’acqua

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