15 giorni in Malesia: Kuala Lumpur

Inutile girarci intorno: Piero era stato felicissimo di rimettere piede in Italia e insieme, una volta tornato a viaggiare con la sua Tall Bike, ha assaporato quanto potesse essere duro ricominciare di nuovo con i ritmi imposti da un’esperienza del genere, in particolare se nella parentesi italiana si è infilato anche qualche sentimento imprevisto. Ma non vogliamo rubare la scena…

«Il ritorno a Bangkok, dopo la parentesi italiana, è stato difficilissimo, inutile negarlo. A Roma mi ero innamorato, e ora dovevo lasciare questa storia e tornare a viaggiare, con migliaia di chilometri di distanza dagli altri, che erano a Kuala Lumpur. E’ fondamentale lo stato d’animo quando si fa un viaggio del genere, e ancora una volta avevo la conferma di tutto ciò. Al mio ritorno, mentre pedalavo verso il gruppo, ero più attento a determinate cose, che prima non avevo notato. Ogni viaggio è curativo, il mio non faceva eccezione. In un viaggio così lungo spesso gli stati d’animo compiono grandi cambiamenti, e bisogna solo avere la pazienza e la forza di seguirli».

Twin Towers a Kuala Lumpur

Twin Towers a Kuala Lumpur

15 GIORNI IN MALESIA – «In Malesia ho preso un po’ il treno e un po’ ho pedalato. Andavo verso Kuala Lumpur, dove sapevo c’era una comune di artisti che volevo raggiungere. Una bellissima comunità, capace di portare avanti progetti singoli e di gruppo, quella di questi ragazzi, riuniti sotto il nome di “Art Factory”. E’ stato il primo contatto con le realtà artistiche di quelle zone, capaci spesso di avere un impatto tangibile sul territorio e tra l’altro messe in condizione di potersi esprimere senza dover necessariamente fare i conti con situazioni di emergenza continua, come siamo abituati da queste parti quando si parla di un collettivo di artisti o di artisti contemporanei in genere».

Incontro con alcuni giornalisti a Kuala Lumpur

Incontro con alcuni giornalisti a Kuala Lumpur

KUALA LUMPUR – «Mi ha tirato un po’ su tutta questa situazione, tra incontri con occidentali e gente del luogo, molto aperta. Lì sono stato una o due settimane, e lì mi ha raggiunto anche Rocio. Anche lei era superscossa. Era di ritorno da un incontro di meditazione Vipassanā, una pratica che si fa in tutto il mondo, che si teneva in una struttura isolata. Si mangiava una volta al giorno e non si parlava mai, in una sorta di esercizio spirituale per ripulirsi. Durante la giornata si faceva yoga. Questa esperienza, dopo nove anni di viaggio, l’aveva scossa davvero. Rocio, come avevo già raccontato, era partita una settimana prima del crack argentino ed era impossibilitata a tornare in patria. Riflettere su tutto questo, durante questa esperienza spirituale, l’aveva devastata. Ci siamo fatti un bel po’ di pianti insieme. Da Kuala Lumpur a Singapore, tra pedalate e treni, abbiamo pianto tutte le lacrime che avevamo in corpo».

Rocio, in primo piano

Rocio, in primo piano

«La Malesia l’ho vissuta poco, facendo pochissimi spettacoli. Ho collaborato un po’ con quel gruppo di artisti, ma davvero ricordo poco altro, tanto la mia parte emozionale era scossa in quei giorni. Della popolazione di Kuala Lumpur si può dire che appare subito chiaro come la divisione sia abbastanza omogenea in tre grandi gruppi etnici: la popolazione malesiana originaria, la comunità cinese e quella indiana. All’apparenza vivono in totale armonia fra loro, anche se poi ho saputo che ci sono delle difficoltà anche lì. Ci sono naturalmente quartieri con maggiore connotazione di una o un’altra etnia. Io andavo spesso a mangiare nel quartiere indiano, e sembrava di essere in un altro paese. Come lingua il malesiano è molto simile all’indonesiano, per cui quello che avevo imparato mi sarebbe stato utile».

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