Tutti al Rainbow Gathering (ma anche no)

Ci eravamo lasciati con la decisione di Piero e Simone di andare al Rainbow Gathering. Ora, se volete prepararvi e capire di che stiamo parlando, date pure uno sguardo QUI. E poi ascoltate che cosa ci racconta lo Zio Bici di questa esperienza.

Simone pedala sulla spiaggia

Simone pedala sulla spiaggia verso il Rainbow Gathering

TUTTI AL RAINBOW GATHERING – «Non so se conosciate i valori della Rainbow Family, ma si tratta di fricchettoni a tutti gli effetti, che si riuniscono in raduni in posti lontani dalla civiltà, almeno a 20/30 Km da tutto. Io ero contro a questo tipo di cosa, che nel mio immaginario era davvero troppo fricchettona. Simone era invece molto gasato. Nonostante la mia iniziale titubanza, alla fine mi sono fatto convincere ad andare, anche per potermi immergere per un po’ tra bianchi che non fossero turisti in cerca di emozioni forti, ma persone che in qualche modo – anche se apparentemente ai miei occhi strano – condividevano una visione “altra” delle cose. Cosa che in teoria avrebbe dovuto stabilire una certa vicinanza».

campeggio spiaggia

Spingere 100 Kg di bicicletta sulla spiaggia è faticoso. Ci vuole una pausa!

«Arriviamo al Rainbow, seguendo le indicazioni trovate sul web. Eravamo in riva al mare, in una piccola gola con una montagna alle spalle. Ci si arrivava dalla costa, percorrendo alcuni chilometri a piedi. Noi spingevamo cento chili di biciclette sulla spiaggia! Giunti a un certo punto, abbiamo lasciato le bici in mezzo a una boscaglia e superata una scogliera siamo arrivati sul posto. C’era subito qualcosa di strano, avevo notato qualche moto d’acqua che si muoveva verso la spiaggia e barchette in mare che facevano la spola per portare a riva le persone. Già questo mi sembrava essere contrario ai principi fondamentali del raduno. Dopo soli 7 giorni mi sono reso conto che dentro di me ero molto più fricchettone di loro, che avevano una patina di apparenza ben visibile. Saluti al sole, pratiche varie, mi sembravano atti troppo formali e non supportati da alcuna sostanza dietro. Io ero un selvaggio. Nelle tende delle varie persone c’erano merendine, coca cola, le cremine… io non ne potevo più dopo 7 giorni. Erano pochissimi quelli che potevano capire cosa stavamo facendo noi, e come lo stavamo facendo. Molti facevano una sorta di mese di ferie, staccando dalla loro routine. Io no. Ero davvero cambiato. Profondamente. E la cosa non mi aveva spaventato, perché riuscivo ad avere a che fare con realtà di ogni tipo, pur essendo abituato a vivere in un modo totalmente selvaggio. Anche Simone alla fine era deluso da questo incontro, e mi raccontava che in altri Rainbow l’atmosfera era molto diversa».

Un fatto che non sarà sfuggito al lettore più attento, ma che probabilmente sarà passato inosservato per i più, è quello del poco tempo trascorso dallo tsunami che il 26 dicembre del 2004 aveva sconvolto le coste tailandesi. Molti dei segni della devastazione sono ancora ben visibili lungo il tragitto percorso da Piero e i Cyclown Circus. Un elemento in più che contribuiva a mettere in difficoltà il nostro Zio Bici di fronte al “consumismo alternativo” messo in atto dai partecipanti al Rainbow.

pericolo Tsunami

Un cartello ricorda il pericolo Tsunami

«Andiamo via, e raggiungiamo di nuovo il circo a Phuket, sulla costa occidentale della Thailandia. Un’isola carina, turistica ma non come le zone che avevamo visitato prima. Dove vivono persone dalla larga apertura mentale, e va in scena un turismo un po’ più rispettoso».

PHUKET – «Avevamo qualche contatto a Phuket, e ci siamo trovati ospiti in un bar gestito da un tailandese molto simpatico, di cui purtroppo non ricordo il nome. A Phuket alla fine siamo rimasti una settimana o qualcosa in più, anche perché molti di noi si sono ammalati. Anche io mi sono ammalato, prendendo un’infezione al piede. Avevamo campeggiato in una casa abbandonata, col tetto crollato, e io che avevo le sole infradito ai piedi avevo calpestato un chiodo arrugginito. Lì per lì avevo sottovalutato la cosa, poi l’infezione mi ha portato a 42 gradi la febbre. Temevo la malaria all’inizio, e quella mattina avevo freddissimo. Avevamo uno spettacolo in una scuola e non ce l’ho fatta a muovermi. Fuori faceva caldo e io morivo di freddo. Mi sono messo in due sacchi a pelo, e quando gli altri sono tornati mi hanno trovato in condizioni terribili, che deliravo sotto due sacchi a pelo e fuori c’erano 33 gradi. Il tipo del bar ha portato tutto il ghiaccio che trovava, mi ha ricoperto con quello e mi ha portato all’ospedale. Dopo un po’ per fortuna stavo meglio, grazie a una bella siringona».

soggiorno a Phuket

La casa abbandonata del soggiorno a Phuket

Terminata la “febbrile” sosta a Phuket, il gruppo è pronto per rimettersi in viaggio in direzione della Malesia, anche se come sempre il destino è pronto dietro l’angolo con la voglia di cambiare anche quei pochi piani che Piero e gli altri avevano in mente. Per qualcuno sarà la fine del viaggio, per qualcun altro è dietro l’angolo una grande sorpresa. Appuntamento alla prossima!

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