Il soggiorno a Yogyakarta

Dopo aver pedalato lungo i circa 600 Km che separano Jakarta da Yogyakarta, Piero e i Cyclown Circus hanno avuto accesso ai lati più intimi della cultura indonesiana, imparato già un po’ della lingua e sono pieni di curiosità per la tanto decantata meta del viaggio, da molti descritta come un vero e proprio paradiso degli artisti e dei ciclisti. E a proposito di ciclisti, ecco cosa ci racconta lo Zio Bici a proposito dell’uso delle bici in Indonesia.

«Dopo il lungo periodo di colonizzazione da parte degli olandesi, la bicicletta è diventata un mezzo con cui trasportare qualsiasi cosa. Montano dei cassoni davanti, che servono a caricare un sacco di roba. Poteva succedere di incontrare una bicicletta con sopra montata una giostrina, dove poi salivano alcuni bambini e venivano fatti muovere con una catena alternativa che azionava il meccanismo, ma sulle bici potevi trovare anche un piccolo ristorante, oppure tutti gli attrezzi per cuocere le pannocchie e poterle vendere in giro. C’erano bici diverse per i diversi tipi di cibo che preparavano, acconciate a seconda dell’utilizzo che se ne dovesse fare».

Bicicletta giostra

Bicicletta giostra

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta con cottura pannocchie

Bicicletta (mini)ristorante

Bicicletta (mini)ristorante

SOGGIORNO A YOGYAKARTA – «Inutile dire che già dal nostro arrivo lì avevamo tante aspettative per la città, dopo averne sentito tessere le lodi. Dovunque ci fermassimo raccoglievamo infatti informazioni bellissime sul luogo. Ci dicevano tutti che era la città delle bici e degli artisti. Il primo posto dove ci dirigiamo era l’ISI (Jogja National Museum), una sorta di accademia di belle arti. Si respirava un’aria diversa da tutti gli altri luoghi. Di fronte c’erano gruppetti di punk, tante biciclette parcheggiate fuori, si respirava un’aria molto occidentale anche nel modo di vestire. Facciamo uno spettacolo lì, e cerchiamo di raccogliere numeri e contatti di chi già conoscevamo, come i ragazzi del collettivo Taring Padi (che significa “Riso Tagliente”) conosciuti in precedenza».

Punk all'università

Punk all’accademia di belle arti

«Il quartier generale dei Taring Padi era collocato in una palazzina in costruzione, e lì venivano portati avanti progetti che avevano un forte impatto sul territorio, come i laboratori d’arte con i bambini del quartiere. Tra l’altro si festeggiavano i loro dieci anni di attività, in quel momento. L’organizzazione del luogo voleva che ciascuno avesse il suo personale campo artistico da esplorare, mentre poi insieme si studiavano e portavano avanti molti progetti comuni. Era un’esperienza politica nel senso più puro e reale del termine».

«Lì abbiamo stabilito anche il nostro di quartier generale, abbiamo lasciato le nostre cose e per le prime due settimane siamo rimasti lì. Aspettando anche Channing e Janine, che stavano tornando. Channing tra l’altro si era anche preso la dengue durante la parentesi romantica (che poi romantica non è stata). In quel momento abbiamo avuto tutti la sensazione di aver trovato una meta».

«Ci siamo conosciuti, abbiamo raccontato a tutti quanti chi eravamo, visto che quelli che avevamo già incontrato erano pochi rispetto al numero delle persone che componevano il collettivo. Io ho proposto un po’ di laboratori, e sono entrato in contatto con il figlio del sultano di Yogyakarta, Nico. Lui si occupava della gestione dell’ex ISI, dove si organizzavano mostre e c’era un museo d’arte contemporanea stabile. Nico mi ha messo a disposizione alcuni spazi per poter lavorare, e ci siamo anche, alla fine, andati a vivere, all’ultimo piano di quell’edificio. Lì avevo una sala per fare circo con i bambini: facevamo giocoleria e altri giochi con i bambini che venivano. A Roma i bambini con cui ero abituato a proporre queste cose si dimostravano spesso irrequieti e violenti, soprattutto in periferia, mentre qui al contrario tutto era molto più composto e rispettoso. Era gratificante. Mi veniva voglia di proporre sempre più cose. Ero a mio agio».

«Lì si usano molto il bambù e la rafia, come materiali, e così anche noi cercavamo di usare questi materiali per costruire oggetti che fossero rispettosi delle loro tradizioni con cui fare i nostri laboratori. Io mi ero anche messo in testa di proporre un laboratorio di Murga, anche perché lì c’è una bella tradizione di marching band, con ritmi che dalle nostre parti non sono per niente comuni. La base di tutto poggiava sulla tradizione del Gamelan, con percussioni su tanti strumenti spesso metallici e tempi che non sono mai fedeli al 4/4. Non è una musica caotica, ma al contrario molto rilassante. Era curioso per me vedere come si dessero da fare per mettere su le loro marching band, e volevo provare a creare una Murga. Ma non è stato facile, e per tanti motivi il progetto alla fine non è mai partito».

Bici a uno e a due piani

Bici a uno e a due piani

«Una cosa che invece aveva colpito tantissimo tutti quanti era la bici a due piani, e molti volevano riprodurla. Due o tre ragazzi al mio arrivo la studiavano da molto vicino, per capire i punti di saldatura, la trasmissione, e io da subito ho capito, parlando con loro, che sarebbe stato interessante approfondire il discorso. Abbiamo fatto un po’ di amicizia, e loro facevano parte dei Pondok Kelir (che significa “Casa del colore”), un gruppo abile nella customizzazione di moto e automobili. Nel loro quartier generale, uno di loro che si chiamava Kampet (che significa letteralmente “passerotto”) ed era uno dei fondatori del gruppo, mi ha fatto vedere come era bravo con l’aerografo. Da queste parti, siccome non hanno la possibilità di importare, modificano quello che hanno fino all’impossibile. Quando vedono qualcosa di nuovo, tentano di riprodurlo. E’ proprio uno stato mentale».

Mezzo con sidecar fai da te

Mezzo con sidecar fai da te

«I Pondok Kelir vivevano anche nel loro quartier generale: avevano uno studio dove realizzavano tatuaggi, fuori all’aperto c’era una specie di garage con l’aerografo e con qualche attrezzo per lavorare il ferro. Sul retro si trovava il magazzino, dove regnava una confusione totale. Di fianco c’era un fabbro. C’erano le condizioni ideali per sistemare lì una ciclofficina. Loro avevano già costruito qualche chopper in passato. Anche perché lì convivono fra loro una grande varietà di stili, tutti molto caratterizzati dal punto di vista estetico e i mezzi erano addobbati in maniera totalmente anarchica. C’erano molte comunità di ragazzi: dai vespisti, ai lambrettisti, ai vespisti punk, agli skaters, quelli con le bmx… fino ai lowriders o ai chopper. Quando sono arrivato con la mia tall bike è successo il finimondo!».

Chopper style

Chopper style

«Una sera gli ho detto che volevo incontrare i ragazzi delle altre comunità, per andare a visitare anche le loro officine». L’idea era quella di tentare di far comunicare fra loro tutte queste diverse “anime”, con l’obiettivo di organizzare una manifestazione comune. Magari una Critical Mass…

Le mete più discotecare di Europa nel 2015

Se siete amanti delle serate in discoteca, questo pezzo fa per voi. Si perché come ogni anno l’autorevole Dj Mag ha pubblicato la sua lista delle 100 discoteche al top nel mondo, assegnando la palma di locale dell’anno 2015 alla brasiliana Green Valley, una sorta di gigantesco auditorium a due passi dalla foresta pluviale. Un locale mastodontico e all’avanguardia, che ogni anno “lotta” per il primo posto, e che se lo aggiudica per la seconda volta.

Ma noi vogliamo fermarci alle proposte europee, e per questo vi forniamo lo spunto per una vacanza da spendere vicino ai luoghi più cool del momento, con i nostri suggerimenti collegati alle discoteche top in Europa.

1. Ibiza

Inutile sottolineare come l’isola sia una meta ben conosciuta da tutti gli amanti del divertimento legato alla musica. Non si contano i locali e le spiagge dove vedere all’opera i dj, anche i nomi più famosi, tanto che nei primi posti della classifica di Dj Mag troviamo sia lo Space (al 2°), che il Pacha (al 4°), l’Amnesia (al 5°) e l’Ushuaia (al 9°). Possiamo senza dubbio affermare che a Ibiza ci sia solo l’imbarazzo della scelta, tra la storia dello Space, con la sua bella terrazza, lo stile inconfondibile del Pacha e gli enormi spazi dell’Amnesia e dell’Ushuaia. Per non parlare delle mille altre proposte dell’isola, che ne fanno una meta ideale dove trascorrere una vacanza.

Space Ibiza

Space Ibiza

2. Maiorca

Restiamo in terra spagnola, a conferma di come sia la culla di questo tipo di intrattenimento. All’ottavo posto della classifica, in discesa rispetto allo scorso anno, troviamo il BCM, locale da oltre 5000 posti dove oltre alla musica si può contare su spettacoli laser unici in Europa e cubiste sexy un po’ dappertutto. Divertimento e trasgressione vanno a braccetto, in un luogo, Maiorca, che tra le sue splendide spiagge e le bellezze naturalistiche della zona può offrire molto anche al turista meno appassionato di dance music.

3. Londra

Bisogna mettere piede fuori dalla top ten per trovare la prima proposta di una discoteca londinese. Si tratta dello storico Ministry of Sound, aperto nel 1991 e oggi replicato in altre parti del mondo. Punto di forza assoluto del locale è il suo impianto audio di primissima scelta, che gli è valso per 4 volte il titolo di “World’s Best Sound System”, oltre a una storia che parla da sola, con innumerevoli dj passati, se non cresciuti, da queste parti. A Londra poi, che siate amanti della disco o meno, non mancano davvero le possibilità per trascorrere una bella vacanza.

Ministry of Sound - Londra

Ministry of Sound – Londra

Da Bandung a Yogyakarta, la vera meta del viaggio

La discesa da Jakarta verso sud/est, in direzione Yogyakarta è stata ricca di soddisfazioni e di begli incontri per Piero e i Cyclown Circus, tanto che anche l’armonia del gruppo ne ha positivamente risentito. Sembra essere tornata la voglia delle prime pedalate, dopo qualche periodo difficile. Ora c’è da passare da Bandung, prima di raggiungere la meta definitiva del viaggio, dove metteremo la parola fine a questo lungo racconto.

BANDUNG YOGYAKARTA – «Arriviamo a Bandung, dove in qualche modo eravamo già stati annunciati, sapevano che saremmo arrivati. Ci siamo fermati ospiti da un artista con uno studio enorme. Lì abbiamo fatto spettacoli in un paio di club grossi, e nello stesso tempo sono usciti articoli e interviste a proposito del nostro viaggio. Avevamo i contatti giusti, è stata una bella settimana di spettacoli e allenamenti».

Immagine da uno spettacolo

Immagine da uno spettacolo

«La produzione di serigrafie in Indonesia è incredibile, e Bandung è proprio un centro di produzione dove stampano continuamente qualsiasi cosa. Anche a noi hanno realizzato magliette con i loghi dei Cyclown Circus. A Bandung si respira un’aria molto musulmana, le donne vanno in giro col jilbāb dappertutto, mentre a Jakarta questo succedeva solo in alcune zone. Ho saputo in seguito che era proprio la città più musulmana d’Indonesia, e lì c’è anche l’università. Abbiamo naturalmente fatto spettacolo nell’università, e incontrato parecchie persone positive e aperte, ben disposte a ridere. Venivano con le loro macchinine fotografiche e per noi era molto divertente. E’ stato molto gratificante».

«Nel mondo i media dipingono l’Indonesia come un posto molto radicale, dove ci sono attentati e estremismo, e anche per noi l’immagine inculcata del paese era in qualche modo corrispondente a questa. Quindi avevamo un po’ di timore per l’estremismo religioso, e abbiamo imparato sulla nostra pelle come l’immagine che filtra dai media è distorta rispetto alla realtà e influenza i pensieri delle persone. Ho trovato un grandissimo rispetto per la persona, e anche le ragazze che viaggiavano con noi non hanno avuto mai problemi, durante tutto il nostro passaggio in Indonesia».

Bianco e nero con sorrisi

Bianco e nero con sorrisi

VERSO YOGYAKARTA – «Dopo Bandung ci siamo rimessi in viaggio verso Yogyakarta. Si iniziava a respirare aria di giungla, tra incontri con animali strani e parecchi scorpioni per strada. Anche il cibo era diventato più “hardcore”, con gli arrosticini di cane a ogni angolo della strada. Ricordo che il cibo veniva preparato da donne che si fanno chiamare mamme (“ibu”, in indonesiano). Anche io avevo una mia mamma di quartiere che mi preparava il cibo, scaldando di volta in volta quello che aveva già cucinato».

Aria di giungla

Aria di giungla

«Dopo Bandung ci siamo spesso fermati a fare spettacoli nelle scuole. Il ricordo di questi 600 chilometri da Jakarta a Yogyakarta è molto positivo, pieno di begli incontri. Abbiamo suonato dal circolo un po’ fighetto di Bandung fino a spazi improponibili con quattro lucette appese. Sono stati praticamente due mesi di viaggio, per fare questo tratto partendo da Jakarta».

Incontro con scimmiette

Incontro con scimmiette

«Una volta arrivati a Yogyakarta già conoscevo un pochino della lingua, che tra l’altro ha una storia recentissima. Il bahasa jawa è nato un 60/70 anni fa, con Sukarno, ed è una lingua giovane pensata per unificare tutti i mille e più dialetti che si parlano nelle isolette dell’Indonesia. Si notano le influenze sia inglesi che olandesi nella lingua, a causa dell’essere stata per tanto tempo una colonia in passato. Dopo la sosta a Yogyakarta – di cui parleremo nelle prossime, ultime due puntate di questo viaggio incredibile – posso dire che sia la lingua che ho imparato meglio durante questo viaggio».

Cartoline dall'Indonesia

Cartoline dall’Indonesia

Mondiali di Kitesurf 2015: le proposte di alloggio di Personal Travels

I prossimi Mondiali di Kitesurf 2015 si terranno dall’8 al 19 Luglio 2015 presso lo stabilimento balneare Hang Loose Beach, nel comune di Gizzeria, proprio al centro del Golfo di Sant’Eufemia. Abbiamo selezionato per voi le migliori soluzioni di alloggio nei pressi della sede dei Mondiali di Kitesurf 2015.

foto dell'utente flickr webgol sotto licenza creative commons

foto dell’utente flickr webgol sotto licenza creative commons

Da anni la zona è meta di migliaia di appassionati di kitesurf, che apprezzano il mix unico di venti e correnti marine di questo spicchio di costa calabrese. Visto che “giochiamo in casa”, avendo la sede proprio a Lamezia Terme, possiamo fornirvi tutte le informazioni utili per programmare la vostra visita al Golfo di Sant’Eufemia. Segnalateci le vostre esigenze e preferenze compilando il form a QUESTO INDIRIZZO.

Quando il parco giochi ha dell’incredibile

Sottoterra con divertimento. No, tranquilli, non stiamo portando all’eccesso il discorso legato al “turismo cimiteriale” di cui abbiamo parlato qualche tempo fa, ma solo illustrandovi un paio di soluzioni davvero fuori del comune per passare una giornata divertente, magari insieme ai propri figli, nel sottosuolo. Ma non solo per godere di una visita a luoghi già caratteristici di per sé (a chi non piace guardare nella pancia della Terra), quanto piuttosto per giocare, divertirsi o essere intrattenuti all’interno di una grotta sotterranea, o di una vecchia miniera. Quando, insomma, il parco giochi ha dell’incredibile…

BOUNCE BELOW – Ci troviamo nel Parco Nazionale di Snowdonia, presso la Llechwedd Slate Cavern, immersi in uno scenario che ancora riporta alla mente i viaggi dell’ardesia estratta dalle cave verso il porto di Porthmadog, da dove veniva imbarcata verso tutto il mondo. Testimonianza diretta di ciò, i treni storici e le tratte ancora funzionanti della Ferrovia di Ffestiniog, la più vecchia compagnia ferroviaria indipendente del mondo. Ma siamo qui per divertirci, non per scrivere una guida del luogo, direte voi (soprattutto i più piccoli). Proprio qui, in una caverna in disuso ormai da 176 anni, delle dimensioni doppie rispetto alla cattedrale di San Paolo di Londra, è stato installato un parco giochi sotterraneo, unico nel suo genere, che consiste in due grandi tappeti elastici appesi a due grandi camere (uno dei quali appeso a oltre 50 metri dal fondo della caverna) collegati tra loro da una serie di cunicoli, scivoli e passaggi, anch’essi realizzati in rete. E se ancora non vi bastasse, dei giochi di luce illuminano le pareti della caverna così da regalare un tocco ancora più particolare a questa di per sé già unica esperienza.

Bounce Below

Bounce Below

Per chi volesse avventurarsi nella caverna, c’è da tenere presente che la temperatura interna si aggira sugli 8 gradi, per cui l’abbigliamento dovrà essere consono. In più, visto che il limite massimo di peso consentito per persona è di 120 chilogrammi, se programmate la visita nella prossima estate e siete vicini a quel peso, mettete in preventivo qualche sessione di allenamento per buttare giù un po’ di pancia. Altrimenti vi toccherà il biglietto da visitatore, e molta meno adrenalina.

Bounce Below, paradiso per bambini

Bounce Below, paradiso per bambini

Per tutte le informazioni sul Bounce Below, cliccate QUI

SALINA TURDA – Ci spostiamo adesso in Romania, in quella Transilvania che evoca vampireschi ricordi, ma per motivi tutt’altro che spaventosi. Qui sorge quello che il Business Insider ha definito come “il più fico dei luoghi sotterranei del mondo”. Si tratta della ex miniera di sale di Salina Turda, chiusa dal 1932 e riaperta nel 1992 come luogo turistico, tanto che ad oggi è un vero e proprio museo naturale dell’estrazione del sale, mentre alcune zone venivano utilizzate anche per la stagionatura dei formaggi. Ma dove una volta regnavano il buio e il silenzio, oggi è tutto un fiorire di luci, artisticamente collocate, e schiamazzi di bambini che si divertono.

Il lago sotterraneo - foto dell'utente flickr Cristian Bortes

Il lago sotterraneo – foto dell’utente flickr Cristian Bortes

Si perché anche solo scorrendo la fredda lista delle attrazioni collocate nelle grandi camere sotterranee c’è da restare a bocca aperta: ruota panoramica, minigolf, bowling, noleggio barca sul lago sotterraneo a 112 metri di profondità, campo da calcetto e badminton, anfiteatro da 180 posti, biliardo e ping pong. Ah, dimenticavo! Oltre al parco giochi per i bambini naturalmente! Il tutto immersi in uno scenario che fa pensare più a un’astronave che non a un freddo luogo (a proposito, anche qui le temperature non superano mai i 10/12 gradi) dove si lavorava duro per estrarre il sale.

La ruota panoramica - foto dell'utente flickr someone10x

La ruota panoramica – foto dell’utente flickr someone10x

Si tratta di un ambiente del tutto particolare, dove il divertimento va a braccetto con l’esplorazione delle cinque camere e dei tunnel di collegamento della ex miniera, e dove le condizioni fanno sì che anche la salute ne tragga giovamento. In particolare per quanti accusino problemi respiratori.

Anche qui, per tutte le informazioni su Salina Turda vi rimandiamo a QUESTO indirizzo.

E se avete intenzione di passare le vostre vacanze nel nord del Galles, oppure di fare un tour in Transilvania, facendo felici anche i bambini con queste proposte del tutto particolari, non esitate a contattare noi di Personal Travels QUI. Saremo felici di pianificare insieme tutti i dettagli della vostra vacanza, sotterranea e non solo.

Verso Yogyakarta, la sosta a Jatiwangi

Piero e i Cyclown Circus sanno bene che sono in Indonesia non tanto per restare a Jakarta, quanto piuttosto per raggiungere i ragazzi del collettivo di artisti a Yogyakarta. Per questo, e per una certa stanchezza nei confronti del delirio cittadino, sono pronti a rimettersi a pedalare lungo l’isola di Giava, puntando verso sud per approdare a Yogyakarta. Ma sono qualcosa come 600 Km, e di cose in un tratto di strada così lungo ne succedono…

«A un certo punto non ce la facevamo più a stare in quel delirio, e abbiamo deciso di prendere la strada verso sud/est che da Jakarta porta a Yogyakarta. Qualcosa come 600 Km di viaggio pessimi, con brutte strade e tante difficoltà. Molto interessante per le persone incontrate, che ci accoglievano sempre nel migliore dei modi, ma praticamente impossibile in bicicletta. Ci abbiamo messo due giorni solo per uscire da Jakarta, una città che non finiva mai».

«Una cosa che mi aveva subito colpito della popolazione è che loro hanno tanta voglia di comunicare, e appaiono felici e cordiali. All’inizio conoscevo solo poche parole della loro lingua, che tra l’altro è incredibilmente semplice, ma loro parlavano piano e sapevano ascoltare. Era una spinta continua a cercare di migliorare la mia lingua».

«Usciti dalla città, la situazione a livello ciclistico è migliorata ma non di molto. Accennavo alla popolazione indonesiana per la densità che si incontra sull’isola di Giava, che è altissima. Abbiamo incontrato sempre e soltanto persone, così come ai lati delle strade c’erano soltanto fabbricazioni. Non ci sono spazi vuoti tra un posto e un altro. Dietro i fabbricati si scorgevano la natura e i campi coltivati, ma da un villaggio all’altro sempre abitazioni, baracche e benkel (ovvero officine). Una cosa molto caratteristica, ma anche stressante perché intorno non vedevi altro che agglomerati urbani».

Bianco e nero con traffico e Tall Bike

Bianco e nero con traffico e Tall Bike

«Tra una comunità e l’altra nascono e proliferano tutta una serie di servizi, per cui la strada è sempre occupata da molti veicoli e molte attività. Sullo sfondo vedevamo costantemente la natura incontaminata, ma non ne potevamo godere gran che. Nessun problema per quel che riguarda il dormire in giro, abbiamo trovato sempre situazioni molto accoglienti. Il cibo tra l’altro era molto buono e molto disponibile a ogni angolo di strada, e dava una mano a sopportare quelle che erano le difficoltà. L’opposto della Mongolia, dove tutto era meraviglioso ma non ci si poteva concedere la più piccola comodità».

Impalcature in bambù per essiccare le tegole

Impalcature in bambù per essiccare le tegole

«Lungo questo tragitto siamo passati da Jatiwangi, prima di arrivare a Bandung. Si tratta di un luogo stracolmo di argilla. Nel corso dei secoli da queste parti si è sviluppata l’arte della tegola, che è stra-utilizzata da quelle parti. Tutte le fabbriche sono altiforni dove si producono le tegole. Tutto a mano, e a bassissima tecnologia. Loro si arrampicano su strutture di bambù per mettere a essiccare le tegole appena prodotte. Anche gli operai più vecchi. Uno spettacolo incredibile. E lì a Jatiwangi abbiamo incontrato di nuovo la comunità di artisti conosciuti a Kuala Lumpur, riunita sotto il nome di Art Factory».

«Quella sera abbiamo fatto uno spettacolo nel museo/sede di questo collettivo di artisti. Uno spettacolo incredibile, che ricordo benissimo, proprio perché grazie a loro le cose sono venute davvero bene, in maniera esemplare. Tutto il villaggio è venuto a vederci, e c’erano le sedie e i giusti spazi per tutti, le luci e tutto. E’ stato molto bello, forse il primo spettacolo ben fatto in Indonesia, dopo un paio di settimane che eravamo in giro lì. La distinzione tra spettacolo di strada e “ben fatto” la faccio perché in alcuni casi c’era la possibilità di fare le cose per bene, quando non si era costretti a improvvisare tutto e anche i tempi della musica e dello spettacolo circense potevano andare di pari passo. Era più gratificante per noi fare spettacoli così».

La gioia di Piero durante lo spettacolo

La gioia di Piero durante lo spettacolo

«Quindi abbiamo fatto spettacoli in scuole, villaggi, mercati… tutti posti sociali. Uno degli amici che ci ospitava ha messo a disposizione un camion, e noi abbiamo caricato le bici nel cassone per andare a fare i nostri spettacoli all’interno delle scuole. Anche quattro scuole in un giorno! In una è stato imbarazzante, era una scuola per sole ragazze che ci sembravano apparentemente tutte suore. La verità era invece che formavano infermiere in quella scuola. C’è anche una foto dove tutte queste ragazze col jilbāb formavano un muro di teste bianche. E’ stato strano. Così come per lo spettacolo in un campo da pallacanestro, dove l’energia del circo sembrava essere tornata quella di una volta… Una bella mediazione con la gente del posto, che ci ha fatto conoscere il luogo».

suore o infermiere

Sono suore o infermiere? Zio Bici è perplesso…

campo da pallacanestro

L’energia sul campo da pallacanestro

«Come già avevo accennato in precedenza, questi artisti facevano un bellissimo lavoro sul territorio. Quando dico “comune di artisti”, uso il termine non all’italiana, dove spesso fa rima con “fancazzisti benestanti”. Lì si portano avanti progetti sociali e si produce tantissimo. Naturalmente possono contare su sponsor vari che gli forniscono i soldi per le loro attività. E loro si danno da fare davvero».

bambini ciao

Quando i bambini fanno… arrivederci!

Ferdinand Cheval e il suo Palais Ideal

C’era una volta un uomo, che non era un principe né un aristocratico, come succede in quelle favole lì, ma era stato un apprendista fornaio, prima, e un postino, poi. Quest’uomo aveva sognato di costruire un “Palazzo Ideale”, ma non lo aveva detto troppo in giro, per non farsi ridere dietro, e qualche anno dopo, di quel sogno si era egli stesso dimenticato. Un bel giorno, facendo la solita strada per consegnare la posta, inciampò in una pietra, le cui forme lo colpirono in maniera particolare. Tutto tornò alla mente. Quella sarebbe inequivocabilmente stata la prima pietra del suo palazzo, e nel corso dei 33 anni successivi, dal 1879 al 1912, tantissime altre l’avrebbero seguita, in una continua attività di ricerca da parte dell’uomo, per edificare il “Palais Idéal du facteur Cheval”, ovvero il “Palazzo Ideale del postino Cheval”, oggi un monumento visitabile – e molto visitato – nel paese di Hauterives.

Palais Ideal - la facciata sud

Palais Ideal – la facciata sud

LA COSTRUZIONE DEL PALAIS IDEAL – Così il postino Ferdinand Cheval scriveva a André Lacroix in una lettera, per raccontare la sua attività: “Ho cominciato scavando una piscina, in cui ho iniziato a scolpire diverse specie di animali con il cemento. Poi ho costruito una cascata con le mie pietre. Mi ci sono voluti due anni. Una volta finito, sono rimasto io stesso stupito del mio lavoro. Criticato dalla gente del posto, ma incoraggiato da visitatori stranieri, non mi sono perso d’animo”. Ed è stato così che, ambiente dopo ambiente, il palazzo Cheval iniziò a prendere forma. “Potrei farmi una tomba egizia il cui stile sarebbe unico al mondo – continuava a raccontare nella lettera – ed essere sepolto nella roccia, proprio come i faraoni”.

Palais Ideal - la facciata est

Palais Ideal – la facciata est

Ecco, questo non è stato poi reso possibile dal sistema legislativo, che lo proibiva, ma quel sogno di eterno riposo ha fatto sì che Cheval costruisse uno degli edifici più strani e visionari, e non solo per quell’epoca, vero esempio di architettura naïf. Per farlo, continuò ogni giorno a cercare e raccogliere le pietre giuste da assemblare, caricandole nel suo zaino e trasportandole anche per una decina di chilometri sulle spalle. Da André Breton a Pablo Picasso, non sono mancati i nomi illustri che sono stati ispirati dalla creazione del postino Cheval. Che ha frullato e inserito nella struttura tutta una serie di riferimenti, da quelli biblici a quelli indù, fino alla rappresentazione di elementi naturali come animali o vegetazione, in particolare nella zona chiamata “Tempio della Natura”. Con un risultato che lascia a bocca aperta il turista che oggi si avvicini a questo luogo, dal 1969 dichiarato monumento storico.

Qui un bel video vi offre un giro virtuale nella struttura:

Ma se avete intenzione di fare un salto a Hauterives per vedere di persona il risultato del tenace lavoro di monsieur Cheval, dovete seguire la storia fino alla fine. Dicevamo infatti che le leggi dell’epoca non consentivano di essere sepolti dentro il proprio palazzo. Perciò il postino Cheval si mise all’opera una seconda volta, investendo otto degli ultimi nove anni di vita nella costruzione della “Tomba del silenzio e del riposo senza fine” (Tombeau du silence et du repos sans fin), nel cimitero cittadino, dove riposa dal 1924. “Molti visitatori potranno anche visitare la tomba, dopo aver visto il mio Palazzo Ideale – scriveva Cheval nel 1911 – e tornare al loro paese carichi di stupore, raccontando ai loro amici che questa non è una favola, ma la vera realtà”. La favola, e la realtà insieme, della tenacia di un uomo non colto e non ricco, che ha speso più di quarant’anni della sua vita a raccogliere i piccoli pezzi di un sogno fatto da giovane, per assemblarli nel modo più assurdo e pazzesco, come solo i sogni sanno suggerire. Creando un’opera meravigliosa. Anzi due.

La Tomba del silenzio e del riposo senza fine

La Tomba del silenzio e del riposo senza fine

QUI tutte le informazioni per visitare il Palais Idéal du facteur Cheval, e la sua tomba, mentre per l’organizzazione del vostro viaggio oltralpe non dovete fare altro che contattarci cliccando http://it.personal-travels.com/organizzazione-viaggi-online/ e compilando il form con le vostre esigenze di viaggio.

Arrivo a Jakarta, pedalare sull’isola di Giava

ARRIVO A JAKARTA – «Raccontare dell’Indonesia significa parlare di uno dei posti che più mi hanno colpito dell’intero viaggio, anche se è impossibile rispondere alla classica domanda che mi hanno fatto migliaia di volte: “Qual è il posto più bello di questo viaggio?”… La bellezza l’ho trovata in ogni posto, e in Indonesia mi hanno colpito in particolar modo l’ospitalità e la cortesia delle persone. Sull’isola di Giava sono state due costanti».

«Il circo a Jakarta si è diviso un po’, con Channing e Janine che si erano fidanzati e si erano allontanati da soli, puntando verso Sumatra. Poi, una volta tornati, ci hanno raccontato che quella scelta era stata quasi un incubo, perché l’isola è molto selvaggia sia dal punto di vista naturale che umano, sociale. La più povera e rurale delle isole. Una cosa che equivale a meno turismo e meno bianchi in giro. Hanno avuto alcuni problemi, a causa di ciò, sia per quello che riguardava la loro richiesta di intimità, sia per le continue domande e richieste della popolazione, non abituate a persone di quel tipo. Si erano sentiti davvero accerchiati, continuamente sollecitati da una popolazione per nulla abituata a trovarsi intorno gente come loro».

Pedalare a Jakarta

Pedalare a Jakarta

«Non ricordo bene dove dormivamo a Jakarta. Mi ricordo che era una città davvero caotica, la mettevo a confronto con città come Istanbul o la “mia” Roma, o Pechino, tutte particolarmente difficili per il loro traffico. Nonostante avessimo da poco vissuto Bangkok e Juala Lumpur, altri due esempi di follia totale del traffico cittadino, Jakarta mi stupiva ogni volta. Il traffico era composto da qualsiasi tipo di vettura, a due, tre o quattro ruote. Gli scooter sfrecciano da tutte le parti, e loro trasportano qualsiasi cosa a bordo. Non è nemmeno pericoloso, perché ci si muove tutti a bassissima velocità, ma è snervante andare in giro con questo enorme ammasso di mezzi e motori tutto intorno. E le strade erano piene di buche e disseminate di cartelli incomprensibili».

La confusione del traffico

La confusione del traffico

SPETTACOLI IN FAVELA – «Già dalla Malesia eravamo infatti tornati a poter leggere i cartelli, dopo la pausa dei tanti caratteri sconosciuti che avevamo incontrato. A Jakarta siamo entrati subito in contatto con persone che avevamo conosciuto a Juala Lumpur, e tramite loro abbiamo trovato ospitalità. Abbiamo fatto alcuni spettacoli, insieme a questi artisti che facevano laboratori e progetti nelle zone più critiche della città. Zone che nascono lungo il fiume che taglia la città, che naturalmente è molto molto inquinato. Sull’argine è nata una favela di persone poverissime, che vive in condizioni pessime, e siamo andati con il gruppo di artisti a fare spettacolo in quella zona. Abbiamo scoperto che nonostante la situazione, lo spirito di quelle persone era intatto e gioioso, e abbiamo trovato grande disponibilità da parte di grandi e piccoli».

Spettacolo in favela, il pubblico

Spettacolo in favela, il pubblico

«Siamo rimasti 5/6 giorni, facendo spettacolo in vari punti della città. Soprattutto la sera o la notte, visto che di giorno faceva molto caldo. Abbiamo usato anche i loro playground, perfetti per riunire la gente della zona, e ci siamo esibiti lì. L’immagine che mi si è stampata in mente è quella delle tante baracche che abbiamo incontrato sul fiume, costruite in cima alle discese di immondizia».

Baracche costruite sull'argine del fiume

Baracche costruite sull’argine del fiume

«Sull’acqua del fiume si protendono palafitte e piattaforme, dove si può salire. E nel fiume ci si lavano le persone, così come si lavano i piatti e i vestiti e le proprie cose, e insieme si usa anche come gabinetto. E tutto segue la corrente, da una piattaforma all’altra, dove altre persone compiono le stesse operazioni, con l’acqua che scorre e veicola tutto quanto da un ammasso di baracche all’altro».

Piattaforma sull'acqua

Piattaforma sull’acqua

In Costiera Amalfitana, da Amalfi a Positano

Siamo arrivati al terzo e ultimo appuntamento con la nostra mini-guida alla Costiera Amalfitana. Oggi si va da Amalfi a Positano, dove termina il nostro itinerario. Se volete leggere le prime due puntate, ecco i link: TAPPA 1 e TAPPA 2. E ora si parte!

Duomo di Amalfi - foto dell'utente flickr Andy Andrew Fogg
Duomo di Amalfi – foto dell’utente flickr Andy Andrew Fogg

Giunti ad Amalfi, se si è in macchina si può approfittare del parcheggio sotterraneo scavato nella roccia che si incontra appena prima di entrare nel paese. Il tutto a meno che non si sia scelto di muoversi con i mezzi pubblici della SITA, che vanno su e giù per le curve della Costiera Amalfitana. Se non siete passati da queste parti negli ultimi vent’anni troverete di sicuro molte sorprese, visto che la città negli ultimi tempi ha visto crescere la sua capacità di attrazione turistica, affiancando una serie di servizi alla sorprendente bellezza del luogo. D’obbligo la salita della scalinata del Duomo e la visita al Chiostro del Paradiso, insieme a una passeggiata lungo i vicoli della città, dove oggi sorgono tutta una serie di botteghe dove trovare souvenir tipici del luogo, dai manufatti alle prelibatezze della zona. Ma può essere interessante anche una visita al Museo della Carta, testimonianza di un’attività molto antica tipica della zona, così come un giro all’Antico Arsenale, oggi dimora del Museo della Bussola e del Ducato Marinaro, utile per quanti volessero saperne di più sulla storia dell’Antica Repubblica Marinara di Amalfi.

Grotta dello Smeraldo - foto dell'utente flickr GothEric
Grotta dello Smeraldo – foto dell’utente flickr GothEric

Da non perdere, una volta giunti fin qui, una capatina alla Grotta dello Smeraldo, nel comune di Conca dei Marini. Qui, una volta saliti su una delle imbarcazioni a remi, potrete godervi un paesaggio sotterraneo indimenticabile, condito dal valore aggiunto della naturale simpatia dei barcaioli che vi accompagneranno. E non dimenticatevi che, qualora le soluzioni sulla costa fossero troppo costose per i vostri portafogli, non mancano possibilità di assaggiare porzioni della vera Costiera Amalfitana e delle persone che qui combattono e lavorano strappando la terra alla montagna, fermandosi a soggiornare nelle tante strutture nate sulla strada che sale verso Agerola. Agriturismi e B&B, spesso a conduzione familiare, che forniscono uno spaccato molto meno tirato a lucido e necessariamente più autentico della realtà di questi luoghi. Oggi apparentemente molto ricchi grazie all’afflusso turistico, ma fatti anche e soprattutto del duro lavoro su e giù per le terrazze di eroici agricoltori, a coltivare limoni e quant’altro in condizioni spesso estreme.

Fiordo di Furore - foto dell'utente flickr donchili
Fiordo di Furore – foto dell’utente flickr donchili

Parlando delle spiagge della zona, recentemente Skyscanner ha stilato una classifica delle 10 spiagge più belle d’Italia, e al terzo posto di questa classifica figura la spiaggia della Gavitella a Praiano. Proseguendo verso Positano, quindi, fate intanto in modo di fermarvi ad ammirare la bellezza del piccolo borgo all’interno del Fiordo di Furore, scendendo la lunga scalinata dal ponte sospeso alto 30 metri. Qui il lavoro incessante del torrente Schiato che scende dalla montagna ha creato uno scenario unico, tanto caro a Roberto Rossellini e Anna Magnani, dei quali è vivo il ricordo nel piccolo borghetto aggrappato alle rocce. E una volta tornati su, recatevi pochi chilometri più avanti a fare un tuffo nell’acqua turchese della Gavitella. Qui, con gli occhi che già vedono Positano, si può godere di qualcosa di prezioso rispetto a tante altre spiagge incastonate nella Costiera: la possibilità di non finire all’ombra molto presto, vista la particolare esposizione di questa spiaggia.

Positano - foto dell'utente flickr Pug Girl
Positano – foto dell’utente flickr Pug Girl

Una volta asciutti, si riparte per Positano, dove termina la nostra mini-guida. Già entrando dall’alto nel paese si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un salotto, con la natura e le costruzioni che scendono giù fino al mare integrati fra loro e perfettamente curati. Lasciata l’automobile, o scesi dal pullman, non resterà che abbandonarsi nei vicoli per ritrovarsi in breve tempo con i piedi nella sabbia, dopo essere passati attraverso ogni tipo di proposta: da quelle gastronomiche ai tipici sandali, fino alle “pezze” di Positano, vestiti così chiamati perché una volta venivano ricavati da pezzi di stoffa colorata e tessuta dalle sarte positanesi.

Spiaggia di Positano - foto dell'utente flickr Benson Kua
Spiaggia di Positano – foto dell’utente flickr Benson Kua

Giunti infine al margine della spiaggia, non mancheranno le proposte per sedersi a un tavolo e sorseggiare un caffè, o una bibita, guardando verso il mare. Dove una volta, accanto ai tanti turisti che affollano sempre questa spiaggia, ci si imbatteva nell’immancabile gruppo di ragazzini che passava la mattina facendo confusione e tirando i sassi in giro. Puntualmente i ragazzini venivano ripresi dal bagnino di turno, di solito non troppo giovane e parecchio sovrappeso. Ecco, questo non è difficile che riusciate a vederlo ancora, nonostante tutt’intorno si sia sviluppata la logica del “salotto buono” e molti turisti e turiste usino i vicoli di Positano come si usa una passerella durante una sfilata di moda. E’ l’inossidabile potere dello scugnizzo, qualcosa che, come già fatto con tutti i paesi della Costiera Amalfitana, dovrebbe godere della protezione dell’UNESCO.