In Cina, fermi su un binario morto

Attraversata la Mongolia, una delle più belle zone dove il gruppo di ciclo-artisti abbia mai pedalato, Piero e i Cyclown Circus si ritrovano su una banchina di una piccola stazione in Cina, senza le biciclette, rimaste chissà dove dopo lo spostamento del treno da un binario a un altro al confine tra Mongolia e Cina. Le sensazioni positive accumulate durante i giorni in terra mongola lasciano il posto a un’aria di assurda attesa, con le difficoltà legate alla lingua a fare da muro. Si era insomma giunti su un binario morto? Come risolvere la situazione?

segnale stradale

Un segnale rassicurante in Cina

«C’era una montagna di bagagli sul binario – racconta Piero – e il treno stava ripartendo. Noi eravamo senza le nostre biciclette. Così siamo stati costretti a rimanere qualche giorno lì, in stazione, accampandoci alla fine dei binari fin dalla prima sera per poter avere notizie delle nostre bici. O almeno era quello che tutti speravamo…»

TOI(LET) STORY – «Ricordo benissimo quando la prima mattina in stazione mi è capitato di andare in bagno. Per la prima volta entravo in un bagno cinese, dopo che da questo punto di vista in Mongolia tutto si era rivelato più o meno normale. I bagni cinesi invece me li ricordo bene, per quanto erano uno peggio dell’altro. Insomma, per raccontarvi anche questa, mi trovo a entrare in questa enorme stanza, che aveva lungo i lati delle buche, dove le persone facevano le loro cose, liquide o solide che fossero. Tutti insieme, con tutti che si guardano gli uni con gli altri. Ma non era solo questo a lasciarmi interdetto. I cinesi infatti lanciano degli urli quando fanno la cacca, per cui dentro il bagno si viveva uno spettacolo totalmente assurdo, tra sguardi e grida… che poi in effetti urlare aiuta a defecare, quando ci ho provato anche io ho potuto appurarlo. Resta il fatto che pure io dovevo fare la mia cacca quel giorno, ma così come ero entrato sono riuscito dal bagno…».

RITROVARE le BICICLETTE – «Eravamo prigionieri di una situazione assurda, dalla quale pensiamo di poter uscire solo e unicamente mettendo su uno spettacolo. Ci servivano aiuto e comunicazione, per cui ci siamo incamminati verso la zona più popolosa che avevamo nei dintorni e abbiamo messo su il nostro spettacolo. Una ragazza che parlava un po’ di inglese ci si è avvicinata, dicendoci che si chiamava Rainbow e che un signore – il boss mafioso della zona, come lei stessa ha tenuto a precisare – voleva sapere se fossimo stati disposti a fare spettacolo per lui nei suoi locali quella sera e le successive. Noi rispondiamo mettendola al corrente dei nostri problemi con i bagagli, e dei movimenti molto difficoltosi a causa dei nostri mezzi spariti nel nulla. Il boss alla fine ci ha mandato un’Ape e noi ci abbiamo caricato su tutto, portandolo al locale. Rainbow ci ha accompagnato e ci ha aiutato a mettere su lo stretto indispensabile per lo spettacolo».

spettacolo boss

Spettacolo al locale del boss di zona

«Ma le nostre bici non si trovavano. Allora il giorno dopo andiamo con Rainbow alla stazione, e lei finalmente riesce a tradurci quello che è successo: le bici erano state bloccate all’ufficio del confine, perché troppo particolari. Noi naturalmente non ne sapevamo nulla, e nessuno ci aveva avvertito della cosa. Un paio di giorni dopo questo episodio arriva una telefonata a Rainbow, con le autorità che ci convocano per tornare al confine e vedere se le cose si potevano sistemare».

«Andiamo all’ufficio della polizia di frontiera con l’obiettivo di recuperare le bici. Passiamo qualcosa come 4/5 ore a parlare, con la polizia che era fermamente convinta del fatto che noi volessimo fare un business in terra cinese costruendo queste biciclette per poi venderle in giro. E noi a faticare per tentare di spiegare loro la situazione, così differente da come l’avevano immaginata. Il problema è che con tutti quelli che tentavano (e tentano) di mettere su un business in terra cinese, pareva impossibile a quelle persone che il nostro intento fosse quello di fare solamente spettacoli in giro, spostandoci per il mondo a bordo delle nostre preziose biciclette. Che ora erano loro ostaggi».

ciclocancello

Anche un ciclocancello ci faceva pensare alle nostre bici

«E’ stata una parentesi molto dura – anche se in qualche maniera divertente per via dell’ospitalità del boss mafioso di zona – ma è stata una parte difficile del viaggio, in una terra tutta nuova, privati dei nostri strumenti principali per proseguire a pedalare verso Pechino, la prossima meta del viaggio».

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