Soggiorno a Bangkok con sorpresa

Il gruppo pedala verso Bangkok, con lo Zio Bici che spesso si trova a pedalare da solo, a conferma di come sia cambiato il rapporto con i Cyclown Circus. Qualcosa ha iniziato a rompersi, e la fatica di un viaggio estenuante come questo si fa sentire. Il soggiorno a Bangkok e il passaggio in Thailandia in generale riserveranno parecchie sorprese, ma senza anticiparvi troppo lasciamo che sia Piero a raccontarci come sono andate le cose.

IL SOGGIORNO A BANGKOK – «Ricordo poco dei primi giorni, ma non ricordo situazioni particolarmente difficili. Ah, mi viene in mente una cosa che non ho mai specificato finora durante tutto il racconto: non siamo mai andati a dormire in un posto a pagamento, mai in tutto il viaggio! Tornando al racconto di Bangkok, arriviamo nella parte più turistica della città, dove c’era un festival legato all’arte e all’ecologia. Ci siamo messi a fare spettacolo per un paio di giorni lì. Il secondo giorno succede qualcosa di incredibile: arriva un 50enne brizzolato di corporatura grossa, che parlava un buon inglese, e parte subito in quarta dicendo che quello che facevamo era bellissimo. Il signore lavorava per l’ufficio di tutela ambientale della città, e su due piedi si dice interessato a una collaborazione con noi. Sembrava perfetto! Io avevo la necessità di fermarmi e rimettere a posto la mia bici, così come tutte le altre, per cui l’offerta cascava a fagiolo. Ci scambiamo i contatti e ci diamo appuntamento dopo un paio di giorni».

simone elegante

Simone azzimato per l’appuntamento all’ufficio comunale

COME ROCKSTAR – «Vado con Simone all’appuntamento, come spesso accadeva. Ci eravamo anche “sistemati” un po’ per l’occasione, mettendoci quanto di meglio possedevamo. Arriviamo all’ufficio, che era all’interno di un grattacielo, leghiamo le bici con le nostre catenelle e entriamo. “La stanno aspettando”, mi dicono all’ingresso. “Wow!”, penso io. Saliamo al piano, e silenziosamente ringraziamo il fatto di aver messo i vestiti migliori. Bussiamo, apriamo e dentro c’è tutta gente seduta a un grosso tavolo come si fosse a una specie di convegno. Tutti si alzano e applaudono! Noi spiazzati… Da una parte sul tavolo c’erano le foto del nostro viaggio che avevo dato su cd al tipo qualche giorno prima. Eravamo rockstar, e se io mi ero messo in testa di cogliere al balzo l’occasione per chiedere alcune cose fondamentali per il prosieguo del viaggio, loro avevano già preparato molte più proposte delle mie per il tempo da passare a Bangkok».

«Tra le loro proposte era richiesta la nostra presenza in alcuni eventi, tra cui l’inaugurazione di una pista ciclabile sponsorizzata dalla Toyota. Io ero del tipo “SOLO bici”, “NO OIL”, e a quell’epoca ero anche parecchio meno elastico rispetto ad oggi, per cui, sentita la loro proposta, subito prendo la palla al balzo e rilancio con le mie richieste: un posto per dormire, un posto per riparare le bici e allenarsi, e giacché eravamo in quell’ufficio ho chiesto se potevo avere accesso alle discariche di Bangkok, per cercare biciclette dismesse e aprire una ciclofficina lì. Gli ho tra l’altro fatto vedere le foto delle varie ciclofficine che avevamo messo su. Ci hanno messo a diposizione una casa di 3 piani di un artista, praticamente vuota, molto carina, e un furgoncino una volta a settimana mi portava una vagonata di pezzi di bici che trovavano in giro. Poi alla fine la ciclofficina è nata nel giardino di un ragazzo che avevamo conosciuto a Chiang Mai ma che era di Bangkok, vicino al parco in centro dove facevamo spettacoli. Si perché anche a Bangkok avevamo trovato il nostro posto, e la gente ci aspettava per poter assistere allo spettacolo».

NO OIL

NO OIL

Soli due giorni passati a Bangkok e tutto sembrava perfetto

in scena

Entrano in scena i Cyclown Circus!

«La città offriva ogni cosa che ci potesse servire, e poi alla sera si faceva spettacolo. Alla fine abbiamo trovato la maniera di accordarci con il comune, e abbiamo partecipato all’inaugurazione della pista ciclabile organizzando una sorta di Critical Mass, dove si faceva spettacolo in ogni sosta. Ci hanno pagato qualcosa come 1600 dollari. Io ero parecchio dubbioso sull’opportunità della cosa, mentre gli americani non sembravano avere problemi con questa iniziativa. Ci ho dovuto riflettere parecchio, in seguito».

manifestazione-marchetta

La manifestazione-marchetta in pieno svolgimento

«La giornata è andata bene, anche se ci avevano tappezzato con loghi Toyota da tutte le parti ed è stata una marchetta vera e propria. Comunque è stato divertente, e dietro avevamo una fiumana di gente in bici, su qualsiasi tipo di mezzo».

LA BICI CAMBIA – «A Bangkok ho tagliato in due la mia bici, visto che avevo a disposizione tutto il materiale per poter lavorare bene. Ho convertito la mia bici, senza tentare di ripararla, agli standard asiatici. Mi ero infatti accorto che i pezzi di ricambio per gli standard nostri non si trovavano in Asia, e ho cercato una buona bicicletta usata, una mountain bike (era una Diamondback), trovata in un grande capannone. L’ho comprata, ho tagliato il telaio della parte di sotto della mia bici e l’ho buttato. Ho saldato la nuova bici sotto, e sono passato ai nuovi standard che erano più comodi per quel che riguardava il reperimento dei pezzi di ricambio. Ancora una volta confermavo l’importanza della scelta del mezzo giusto per affrontare un viaggio in bicicletta».

Nel prossimo appuntamento Piero rivede la mamma dopo tanto tempo, prima di immergersi nella più fricchettona delle esperienze di viaggio e di ricevere una mail dall’Italia che lo spiazzerà completamente. Per oggi chiudiamo qui.

Una visita al Parco Nazionale d’Abruzzo: Opi e la Val Fondillo

Lasciandosi alle spalle Pescasseroli e riprendendo la Statale 83 Marsicana in direzione del Lago di Barrea, ci si trova subito circondati da una valle dove nei mesi più caldi pascolano un gran numero di animali, prima di raggiungere un bivio che a destra porta su verso il valico di Forca d’Acero, e a sinistra si inerpica in una serie di tornanti verso la piccola Opi. Da queste parti si respira un’aria un po’ più autentica, meno turistica rispetto a Pescasseroli, che rimanda il pensiero al tempo in cui le comunità locali erano dedite in maniera praticamente esclusiva alla cura del bestiame. Sia per ciò che riguarda la conformazione del territorio che per le tradizioni gastronomiche locali, più o meno tutte ispirate a quel tipo di cucina povera (e in certi casi poverissima) dei tempi della transumanza, i riferimenti al passato sono tutti ben leggibili. Da queste zone infatti partivano i lunghissimi viaggi per spostare lungo i tratturi i capi di bestiame verso sud, verso la Puglia, dove svernare nei mesi più freddi dell’anno.

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Camosci e veduta di Opi (foto da parcoabruzzo.it)

OPIOpi è un piccolissimo borgo, il cui centro storico pare aggrapparsi alla cima di un’altura, raggiungibile attraverso una serie di tornanti e di stradine intricatissime e strette, che Michele, un tempo guidatore di autobus della zona e oggi portiere di albergo a Pescasseroli, ci racconta come una specie di incubo giornaliero che ancora lo perseguita. Dall’alto si gode di una vista meravigliosa sulle montagne della zona, dal Monte Marsicano all’anfiteatro della Camosciara, e all’interno del paese è possibile visitare il Museo del Camoscio, uno dei tanti abitanti selvatici del Parco Nazionale d’Abruzzo. Da queste parti infatti, passeggiando lungo i sentieri che circondano il paese o andando su verso il valico di Forca d’Acero attraverso le grandi faggete o ancora verso la Val Fondillo e la Camosciara, non è difficile incontrare animali piccoli e grandi che popolano questa meravigliosa zona protetta.

PER I TURISTI – Per i turisti che si spingessero da queste parti, consigliamo di rivolgersi alle strutture della zona per farsi indicare sentieri e passeggiate (ricordatevi che alcune zone sono denominate “riserva integrale”, per cui non è possibile accedervi) o di farsi accompagnare da qualche guida locale alla scoperta di questi luoghi. In inverno, il Centro Fondo Macchiarvana è ben attrezzato per coniugare il piacere dello sci di fondo a quello dell’immersione in un territorio così suggestivo.

val fondillo e camosciara

La Val Fondillo e la Camosciara (foto da parcoabruzzo.it)

LA VAL FONDILLO – Riprendendo ancora la Statale 83 e dirigendosi verso il Lago di Barrea, dopo qualche curva fate attenzione al bivio sulla destra che porta al parcheggio della Val Fondillo, un altro dei luoghi da non mancare se siete in giro nella zona. Qui, nella piccola struttura posta all’ingresso della valle, troverete tutta la disponibilità e la competenza di Roberto e degli altri ragazzi della CoopSort, che vi guideranno alla scoperta di un territorio bellissimo e incontaminato, ricco di vegetazione e di fauna da salvaguardare. Non dimenticatevi mai, infatti, che i vostri comportamenti possono avere un impatto forte e talvolta devastante sull’equilibrio di questi posti, per cui se partite in escursione fate attenzione a non lasciare alcun rifiuto in giro, e non tentate di portare a casa il souvenir di una foto indimenticabile calpestando i diritti degli animali del Parco, che non devono ricevere il vostro cibo né essere avvicinati per il puro gusto di farlo. Se insomma avete la fortuna di un incontro con uno degli animali selvatici della zona, godetevelo in silenzio, come si fa con le cose preziose.

Chiedete pure tutte le informazioni di cui avete bisogno, partite con le guide alla scoperta degli itinerari della zona (ce ne sono per neofiti e per esperti camminatori, diurni o notturni), nei mesi caldi attrezzate la vostra grigliata di carne nel piazzale e salite su un cavallo per farvi un bel giro, ma fatelo consapevolmente, per far sì che tutto questo possa conservarsi, intanto, e proliferare, auspicabilmente. Perché una cosa da tenere a mente è che in questa parte d’Italia si fa turismo in una maniera diversa da quella – tanto per fare un esempio virtuoso ma lontano – che si fa in posti come il Trentino Alto Adige, dove le attrezzature dedicate ai turisti sono più mirate, tagliate a misura di bambino in molti casi e molto spesso esponenzialmente più ricche. Ma questo non significa che esista un solo modello per la valorizzazione del territorio. Qui, talvolta con sfoggio di “muscoli” e pazienza da parte dei giovani che stanno investendo la loro vita nel progetto, si realizza un modello altro, che richiede inevitabilmente anche la partecipazione attiva e il coinvolgimento del turista. E chissà che di tutto questo non possano beneficiarne davvero la flora e la fauna del territorio, i veri protagonisti di uno scenario fantastico.

val fondillo

La Val Fondillo (foto da giorgiodicesare.wordpress.com)

Per tutti i consigli su dove soggiornare in questa porzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, non esitate a contattare Personal Travels!

(QUI trovate la prima parte della guida. Presto online la terza e ultima parte di questa piccola guida, nella quale esploreremo la Camosciara, Civitella Alfedena e Villetta Barrea, giungendo sulle sponde del Lago di Barrea. Alla prossima!)

L’ingresso in Thailandia e il ritorno alla “civiltà”

INGRESSO IN THAILANDIA – «Una volta lasciato a malincuore il gruppo laotiano, arriviamo a Vientiane, spendendoci un paio di giorni per riordinare le idee e inviare qualche mail. Quindi entriamo in Thailandia passando il Mekong, come detto in precedenza, diretti verso Chiang Mai. Tra Laos e Thailandia c’è un’enorme differenza economica, con la seconda molto più ricca e turistica. Il passaggio del fiume, che segna il confine, ti fa vedere chiaramente la differenza tra i due luoghi. Baracche da una parte e palazzi dall’altra… Abbiamo caricato le bici su una specie di canoa, che fa da spola tra le due sponde».

Abbandonata la “via selvaggia” che era stata una costante durante tutto il soggiorno laotiano, il gruppo si ritrova immerso in una realtà meno estrema, dove le cose ricominciano a scorrere con il ritmo di una volta: fare spettacolo e trovare una sistemazione per potersi fermare.

scimmia

Benvenuti in Thailandia, strani ciclisti! …dice la scimmietta

«La vita del circo era cambiata parecchio – ci racconta Piero. Era più facile trovare persone che parlassero inglese, in generale gli abitanti del luogo erano più ricchi e tutto sembrava più semplice. Sulla strada per Chiang Mai, ad esempio, ci siamo fermati a fare spettacolo in una scuola. L’approccio era completamente diverso, c’era molta più abitudine ai bianchi. La reazione di pubblico, insegnanti e bambini era molto più aperta rispetto alla Cina e al Laos. Ci sentivamo rincuorati e insieme stupiti».

LA GUEST HOUSE a CHIANG MAI – «Quindi si arriva a Chiang Mai, dove ci siamo fermati una settimana. Avevamo bisogno di conforto e di riposo. Sapevamo di trovare posti dove potevamo fare spettacoli, fare cappello. E così poi è stato. Il primo giorno abbiamo trovato un posto, una guest house, che in cambio dello spettacolo ci dava ospitalità. Dopo il periodo laotiano ci siamo ritrovati in una situazione del tutto differente, molto più occidentale. La guest house aveva una bella terrazza dove facevamo gli spettacoli. Tra l’altro questa cosa degli spettacoli in terrazzo è poi tornata quando eravamo a Bangkok, dove era piuttosto usuale, se non si faceva cappello in strada, fare spettacolo sulle terrazze».

guest house a Chiang Mai

La guest house a Chiang Mai

CIBO – «A Chiang Mai ho mangiato le cavallette fritte, buonissime! Le vendono su carretti pieni di lucine, tu scegli il tuo cartoccio di insetti fritti e poi loro ci spruzzano sopra acqua e salsa di soia. Sono buonissime, in particolare accompagnate con la birra, che finalmente ritrovavamo dopo il Laos».

LO YOGA – «Proprio a Chiang Mai ho preso coscienza del mio corpo. Il posto è molto famoso per i massaggi tailandesi, con tanti occidentali che vanno lì a studiarne le tecniche. Nella guest house passavano molti bianchi, e quando stavamo lì una ragazza americana stava studiando già da un mese e più i massaggi, e aveva bisogno di “cavie”. Io mi facevo spesso massaggiare, e così anche altri del gruppo. Con lei ho parlato parecchio anche di yoga, con lei esterrefatta alla notizia che noi pedalavamo senza fare mai stretching prima o dopo le nostre tappe, senza fare alcun tipo di preparazione o ginnastica. Ci ha detto che bisognava sciogliere i muscoli, e mi ha mostrato tutta una serie di esercizi. Io già da un po’ ero attratto da stretching e yoga, ma continuavo a rimandare perché non avevo trovato nessuno che mi desse qualche dritta. Ho iniziato a praticare lo yoga, e da lì è stato un crescendo continuo di presa di coscienza del mio corpo».

VIAGGIARE IN THAILANDIA – «La mia bici a quell’epoca aveva ancora la forcella saldata alla bell’e meglio. Da Chiang Mai a Bangkok abbiamo pedalato tutto il tempo, per qualcosa come 600 Km. Abbiamo fatto spettacoli dappertutto. Una cosa che abbiamo notato era la differenza tra le grandi città e i piccoli centri che abbiamo incontrato. I locali, nelle grandi città ci trattavano come turisti bianchi qualsiasi, mentre uscendo dalle grandi città le persone apparivano molto più cordiali e reali. Spesso ci siamo fermati e abbiamo dormito nei templi buddisti, dove c’è una stanza degli ospiti in cui potersi fermare. Qualche volta abbiamo dormito sotto le pensiline degli autobus, che erano delle specie di palafitte. Parcheggiavamo le bici in basso e ci mettevamo a dormire sopra. Viaggiare in bici in Thailandia è stato bello, anche se il numero delle macchine in giro era corposo. Lì ho pedalato spesso da solo, pedalando per lunghi tratti e spesso anche velocemente».

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Incontri lungo la strada per Bangkok

Si puntava verso Bangkok, dove la sorte ha preparato un’altra sorpresa per il gruppo di artisti in bici. Una sorpresa, che come spesso è accaduto, darà anche modo a Zio Bici di fermarsi a riflettere…

Una visita al New York Children’s Film Festival

Siete già a New York con la vostra famiglia? Volete regalarvi un viaggio con i bimbi al seguito? Se la risposta è si ad almeno una delle due domande, non lasciatevi sfuggire l’occasione di godervi le pellicole che verranno proiettate per il New York Children’s Film Festival. La manifestazione è in programma a partire dal prossimo 27 febbraio e proseguirà durante i successivi tre weekend (venerdì inclusi) fino al 22 marzo: occhio a prenotare in fretta, perché per la prima giornata la vendita online dà già il tutto esaurito.

La Grande Mela – cui abbiamo già dedicato un tour musicale – è pronta ad accogliere gli amanti del minicinema (ma solo per l’età del target) con un cartellone ricco e vario: si partirà con l’anteprima di Shaun the Sheep, film in stop motion e plastilina nato come spin off di Wallace And Gromit, così come “When Marnie was there”, l’ultimo (forse non solo in ordine di uscita) lungometraggio dello Studio Ghibli. Posti ancora disponibili per la prima proiezione di “Hocus Pocus Alfie Atkins”, dedicato ai più piccoli, ma che può emozionare anche gli accompagnatori.

Il Festival propone un’infinità di serate dedicate ai “corti” di animazione, oltre a proporre anche lungometraggi in 3D (come “Mune”, avventura che mischia magia, mitologia e fantasia, o “Tinker Bell and the legend of the neverbeast”, ultima produzione dei Disneytoons Studio con protagonista Campanellino). Non mancano, inoltre, le proposte di film più maturi, come il francese “Lou”, trasposizione in carne e ossa di un fumetto francese (l’autore Juline Neel è anche il regista) con protagonista una dodicenne alle prese con il suo gatto e una mamma single, scrittrice di fantascienza e appassionata di rock e videogames.

Personal Travels è pronta a darvi tutte le dritte per soggiorno e arrivo a New York, a voi non resta che comprare dei pop corn, una bibita e godervi lo spettacolo!

Diventare una nuova famiglia laotiana

Lo Zio Bici lo ha confessato apertamente: si sente stanco della vita con i Cyclown Circus, e anche per questo probabilmente fa ancora più fatica ad accettare determinate situazioni, come ad esempio la rigidità nei comportamenti di alcuni di loro. Per lui questo viaggio non può non essere un’immersione totale, senza freni e protezioni, nella vita e negli usi delle persone che via via incontra lungo la strada, e il mese che sta passando in Laos ne è la più pura conferma. Ha trovato una specie di nuova famiglia, e vuole godersi tutto prima di partire per riabbracciare la sua vera madre, che gli ha dato un appuntamento in Thailandia.

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Zio Bici (che sfoggia un nuovo look) con mister Kikkeo

«Per tentare di far capire a chi legge a che livello si viveva, mi viene in mente un giorno in cui eravamo accampati vicino a delle galline, e uno dei ragazzi del circo, di quelli che si svegliavano più tardi – un ribelle della situazione diciamo – apre gli occhi quando tutti ci siamo già svegliati e vedendo passare una gallina di fianco alla tenda ecco che zac!, allunga la mano e la acchiappa al volo, tirandole il collo in un secondo e gridando “CIBO!!!” ai quattro venti. Tutti a ridere naturalmente, prima di apprendere dal contadino che l’animale non era ancora pronto per essere ucciso, per cui avremmo dovuto anche indennizzarlo della perdita».

LA PUREZZA – «Una cosa di cui mi sono reso conto lì in Laos è quanto si possa vivere liberi dalle sovrastrutture che nel nostro mondo sono abituali. Lì la purezza si respirava, senza contaminazioni della “monnezza” che abbiamo noi intorno. Un giorno parlavo con mister He, e volevamo fare un pezzo laotiano da riarrangiare. Mentre provavamo, He c’era sempre, e chiacchierando chiacchierando alla fine gli regalo qualche spartito. Lui mi dice che aveva imparato a leggere la musica e che aveva fatto tutto da solo. Gli chiedo, visto che lui è un chitarrista, se conosce Jimi Hendrix. E la risposta è “No”. Conosci i Ramones? “No”. Forse sto andando troppo sul tecnico, abbasso il tiro… Conosci Michael Jackson? “No”. A quel punto mi sono emozionato, e ho pensato che qui non era davvero arrivato nulla. Ho capito che sapevano molto poco di noi bianchi. Quando mi mettevo a parlare con i ragazzi e le ragazze alla fine del montaggio del palco, loro erano stupiti nel vedere le foto del viaggio. Molti non avevano mai visto un palazzo, o una costruzione in cemento, in tutta la loro vita».

ragazze sorpresa

Le ragazze del circo laotiano guardano con sorpresa foto di palazzi in cemento

LA PARTENZA (e il RITORNO) – «Nel momento di partire, tutti scoppiano a piangere, e si fa una grande festa d’addio. A noi scadeva il visto, per cui non si poteva più rimanere. Ma qualcosa mi, e ci, teneva ancorati a quell’esperienza, tanto che per la prima volta durante tutto quel viaggio saremmo tornati sui nostri passi, dopo l’esperienza tailandese. I loro strumenti erano infatti troppo malmessi per poter fare spettacoli dignitosi, la batteria non si poteva nemmeno chiamare tale, con il rullante semidistrutto, le bacchette di bambù, i piatti tutti distrutti, i tom con le pelli ricavate dai sacchi di patate, la grancassa che nemmeno c’era. Per non parlare della chitarra, che non aveva corde di ricambio, e del basso, che aveva una corda malamente legata alla bell’e meglio. A Bangkok abbiamo avuto fortuna, abbiamo fatto molti spettacoli ben remunerati, e abbiamo deciso di tornare per portare qualcosa a quelli che erano davvero nostri amici».

famiglia

Come una famiglia

UNA NUOVA FAMIGLIA – «Al nostro ritorno siamo stati di nuovo un mese con loro, e siamo stati avvolti da un’atmosfera incantevole, bellissima, con loro contentissimi di rivederci. Avevamo parrucche, cravatte, trucchi, io ho portato piatti della batteria, le pelli, le corde per gli strumenti… ho anche tatuato tre ragazzi con la tecnica del bambù, portandomi l’inchiostro. Una tecnica che avevo imparato in Thailandia, dopo aver provato con me stesso. Io ho sempre disegnato molto, anche durante il viaggio, e loro mi chiedevano di fargli disegni e tatuaggi, che all’inizio facevo con i pennarelli. A uno ho fatto una bottiglia di whisky, uno ha voluto una chitarra e l’altro il microfono, visto che era il cantante del gruppo. Ero praticamente l’unico che sapesse fare un tatuaggio disegnato, i loro erano degli sgorbi terribili, fatti nei modi più inconsueti».

«In Laos c’era corrente in pochissime città. Una cosa interessante è che in alcuni luoghi sfruttano la corrente del fiume, costruiscono delle dighe dove canalizzano l’acqua e la fanno sfociare verso motori di lavatrice con i cavi invertiti, come delle grandi dinamo, e producono energia. Solo alcuni hanno una lampadina all’interno della loro capanna. Anche le comunicazioni sono state difficoltose, nei pochi punti dove poter inviare una mail che incontravamo».

villaggio laos

L’arrivo del camion del circo in uno dei villaggi

«E noi eravamo in una vera famiglia, ne facevamo parte e di bianco c’era rimasta soltanto la pelle. Anche i turisti non capivano bene chi fossimo. Un giorno passano due ragazzi europei, un po’ fricchettoni, con le loro biciclette, mentre noi eravamo fermi con il camion. Tutti i ragazzi del circo mi chiamano e io li vado a fermare. All’inizio sembravano un po’ impauriti, poi li abbiamo fatti un po’ sciogliere e invitati a fermarsi con noi per una sera, ma si sono sentiti a disagio in una situazione così selvaggia come quella che stavamo vivendo noi, e alla fine sono ripartiti».

«Il turismo che abbiamo incontrato lì, parlando di ciclisti, era composto da persone che arrivavano con l’aereo per passare tre settimane lì a pedalare, con tappe fisse e già impostate. Qualcosa di molto diverso dalle nostre infradito e dalle nostre biciclette a due piani».

passaporto

Mister Kikkeo guarda il passaporto di Piero

Vivere tanto tempo in una situazione come questa non può che condurre a una riflessione. Troppo difficile non mettere in paragone una vita come quella di questi bellissimi artisti laotiani con le nostre abitudini occidentali, e le nostre smisurate possibilità.

«Nel mondo ci sono tante persone che non hanno la possibilità di vedere altri posti. Qualcuno dei nostri amici laotiani non aveva mai visto il mare o la neve. Kikkeo a un certo punto mi ha chiesto di fargli vedere il mio passaporto. Una cosa da ricchi in Laos, non alla portata di tutti. Lui sfogliava le pagine e mi chiedeva qualcosa di ogni posto dove ero stato. Per lui era un sogno avere un giorno un passaporto, e poter arrivare almeno in Thailandia».

mekong

In barca si attraversa il Mekong

«Quando alla fine della nostra avventura in Laos ci siamo trovati ad attraversare il fiume Mekong, ho davvero respirato l’aria dei primi che hanno provato a entrare clandestinamente in Italia, assistendo allo spettacolo dei tanti laotiani che provavano ad andare dall’altra parte».

Welcome to Thailand

Welcome to Thailand

 

Una visita al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (parte 1)

Tra pochi anni festeggerà il centenario dalla sua istituzione, ed è il più antico d’Italia insieme a quello del Gran Paradiso. È il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, una vera perla del nostro territorio, anche se non sempre adeguatamente considerato né valorizzato per i tanti tesori che ancora oggi è capace di custodire: dalla fauna all’ambiente in generale, fino a quella cultura del territorio e delle tradizioni che ne fanno un luogo che trova il suo equilibrio tra passato e presente, con ottimistiche speranze per un futuro roseo. Perché se è vero che il turista moderno cerca sempre di più di affondare le sue mani nella storia e nelle tradizioni dei luoghi che visita – anche per supplire alla immancabile perdita delle sue – qui sia il territorio che le persone hanno conservato un saldo legame con il loro passato, e a saperla sfruttare per bene proprio questa potrebbe essere la carta vincente di questa zona d’Italia. Vogliamo perciò portarvi a fare un giro in una porzione del Parco per come noi l’abbiamo visitata e vissuta, sperando di fornirvi utili indicazioni in caso sceglieste di andarci, e ben sapendo di poter essere tutt’altro che esaustivi.

Pescasseroli

Una veduta di Pescasseroli e, sulla sinistra, del Monte delle Vitelle

VISITA AL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO, LAZIO e MOLISE – Partiamo da Pescasseroli, la porta del Parco per chi lo raggiunge dalla valle del Fucino sulla Statale 83 Marsicana. Proprio qui venne inaugurato il Parco nel 1922, ed è certamente il luogo più attrezzato a livello turistico, sia per chi è amante delle discipline sportive invernali sia per quanti preferiscano la montagna nei mesi più miti dell’anno. Le viuzze del suo piccolo centro storico conservano intatto il fascino di un tempo, con le caratteristiche decorazioni in pietra gentile, mentre tutt’intorno si sono sviluppate strutture ricettive di ogni tipo e livello, che si estendono su fino ai piedi degli impianti sciistici del Monte delle Vitelle. Qui nacque Benedetto Croce, il quale una volta tornato a casa dopo tanti anni pronunciò un toccante discorso che celebrava tutta la bellezza e modernità del suo paese natale, preconizzandogli un futuro radioso dal punto di vista turistico. In qualunque momento dell’anno decideste di andare a Pescasseroli, tenete in conto che non mancheranno le precipitazioni, piovose o nevose, per cui prendete le adeguate precauzioni. E anche le giornate e nottate tenderanno ad essere fresche d’estate e decisamente fredde d’inverno.

piazza di Pescasseroli

La piazza di Pescasseroli innevata (foto da scarponabile.blogspot.it)

DA SAPERE – Se capitate da queste parti in giugno godetevi la bellezza dell’infiorata, ma non perdetevi la possibilità di esplorare i sentieri di montagna che circondano il paese, magari andando a chiedere informazioni all’ufficio di Ecotur, giovani che con passione accompagnano i turisti alla scoperta delle meraviglie del Parco, dividendosi l’impegno con i ragazzi di Wildlife Adventures. Ma anche a livello gastronomico il paese si difende benissimo, e tra l’ottimo pane del Vecchio Forno, le manine d’oro del pasticciere Piero Testa, che con il fratello Tiziano fa della Delizia degli Elfi un luogo eletto per gli amanti dei dolci (e non solo… tenete d’occhio anche le iniziative culturali nel loro giardinetto interno), e le tante proposte dei ristoranti tipici, dall’elegante Plistia al caratteristico e accogliente Da Pitone, di sicuro avrete modo di viziarvi per bene. Se viaggiate con i bambini, fate un salto con il trenino alla Fattoria degli Animali e al Centro Visita di Pescasseroli, in particolare se per l’età dei bambini non potete permettervi grandi spostamenti o lunghe camminate per osservare gli animali nel loro ambiente naturale. Anche se per un incontro con qualche animale selvatico basterà davvero allontanarsi di poco dalle vie principali…

Lago di Barrea

Il lago di Barrea

Nella prossima puntata riprenderemo la Statale 83 Marsicana verso il lago di Barrea, nostro punto di arrivo, alla scoperta di Opi, della Val Fondillo e della Camosciara, di Villetta Barrea e Civitella Alfedena. Stay tuned!

Lo spettacolo in Laos e il guasto al camion

Piero e Simone si sono uniti alla carovana itinerante incontrata per caso durante il tragitto. Ora è il momento di salire sul palco e iniziare a fraternizzare con questi nuovi compagni di viaggio.

«Lo spettacolo che mettevano in scena era una sorta di spettacolo ambulante lunghissimo, di tre ore e più. La loro formazione prevedeva una mamma che cucinava per tutti (*), una sorta di boss con la moglie, una band che suonava e una ciurma di ragazzi dai 16 ai 18 anni che cantava durante tutto lo spettacolo. Una specie di karaoke o di canto corale con il gruppo dietro, inframmezzato da qualche spettacolo circense».

compagnia circense laotiana

Le ragazze della compagnia circense laotiana

(*) «La mamma che cucinava per tutti si chiamava Su. Quando arrivavamo nei paesi tutti si mettevano al lavoro per montare il palco o per sistemare le varie cose per lo spettacolo, mentre lei se ne andava dai contadini della zona a cercare cibo per quelle circa trenta persone e bocche da sfamare. Tornava con quello che trovava, dalle carni di pecora, gallina, cane, gatto o marmotta, fino alle verdure. Faceva enormi pentoloni di riso (kaoniao) glutinoso, lo sticky rice di cui il Laos è molto ricco, cuocendo tutto sul fuoco. Abbiamo mangiato di tutto insieme a loro. La marmotta è buonissima, ad esempio…».

riso kaoniao

Su alle prese con il riso kaoniao

«Una delle ragazze che si esibiva in spettacoli circensi ci ha raccontato di aver studiato alla scuola circense nazionale di Vientiane, impiantata lì dai francesi tempo addietro. Le abbiamo insegnato un po’ di giocoleria, ma vedevamo che non aveva voglia di allenarsi e di migliorarsi. Le bastava quello che sapeva fare. In tutto ci sono qualcosa come quattro camion che girano in questo modo per il Laos, e se si pensa che in quella terra non c’è corrente elettrica, è come se nei paesi arrivasse la televisione. Tra l’altro i vari camion si controllano tra di loro, per evitare di capitare negli stessi posti».

camion palco

Allestimento del camion palco

LO SPETTACOLO – «Abbiamo fatto lo spettacolo e abbiamo dormito con loro. Dai lati del camion partono infatti anche due strutture di bambù, con due teloni di plastica che vanno a coprire il tutto, per poter dormire coperti sotto la protezione di una specie di tetto. La mattina dopo ci raggiunge un ragazzo sulla moto che dice di aver incontrato i nostri compagni, e noi li andiamo a raggiungere a bordo dello scooter del tipo (ebbene si, abbiamo fatto anche un tratto in motorino), per dire loro di unirsi a noi. Alla fine per un mese siamo stati con loro, viaggiando tutti insieme sul loro camion. Facevamo i nostri numeri tra una canzone e l’altra. Un’esperienza fenomenale, ripagata con ospitalità e cibo, con noi che siamo entrati in tutto e per tutto nella famiglia di quel circo, che in laotiano aveva un nome che significava “La tenda del paese”. Io e Channing in maniera particolare abbiamo legato tantissimo con loro, e con mister Kikkeo più di ogni altro. Un mese davvero molto emozionante».

Channing sul camion

Channing sul camion tenta di leggere durante uno spostamento

spettacolo

Piero (a sin.) e Simone, con i Cyclown sullo sfondo, durante lo spettacolo

LA TENTAZIONE – «Un’altra cosa che ricordo di quel periodo passato col circo laotiano è quando un tizio si è presentato da noi, dicendoci di lasciare quella compagnia perché un importante manager aveva deciso di scritturarci per la sua, che era ben più prestigiosa. Guardiamo le fotografie dei loro camion, più nuovi di sicuro, ma nemmeno per un attimo pensiamo di mollare quella che ormai era diventata la nostra famiglia. Quando abbiamo raccontato a mister Kikkeo quello che ci era successo, lui ha subito pensato ai soldi che non avremmo incassato, e si è commosso nel sentire che non ci interessavano i soldi, quanto piuttosto poter godere di quella ospitalità e confidenza che avevamo trovato da loro. Basti pensare che quando siamo andati via c’è stato un grande pranzo, e hanno anche sacrificato una pecora, per capire quanto si fossero affezionati a noi».

IL GUASTO AL CAMION – «Un bel giorno il camion si rompe. Si è bloccato e siamo rimasti tutti quanti per qualche giorno “parcheggiati” vicino a un fiume. Lì ho preso confidenza con mister He, uno sempre sorridente che ti dava la sensazione che non ci fossero mai problemi. Quella volta era preoccupato anche lui. Eravamo nel mezzo del nulla e bisognava tentare di rimettere a posto il mezzo».

camion rotto

Il camion si rompe in mezzo alla strada…

«A un certo punto un gruppo parte con la jeep e torna dopo un po’ con una pecora, della quale abbiamo tutti dovuto bere il sangue come rito propiziatorio. Portava fortuna secondo le loro usanze. I vegetariani e vegani che facevano parte del nostro gruppo si sono di nuovo rifiutati di partecipare alla cerimonia, e loro hanno gridato alla sventura. Ancora una volta saltava agli occhi evidente il corto circuito che si veniva a creare tra le abitudini di un popolo come quello che stavamo imparando a conoscere e quelle di quanti, all’interno del gruppo dei Cyclown Circus, si erano dichiarati vegetariani o vegani assoluti».

Le usanze e l’ospitalità laotiana, come già accaduto in precedenza nella yurta mongola, prevedevano infatti momenti destinati a creare scompiglio nell’equilibrio del gruppo, e a far riflettere sull’opportunità di tenere fede o meno alle proprie convinzioni.

«Per quel che riguarda il danno occorso al camion, si erano rotte le fascette che stanno intorno ai pistoni – ci racconta Piero. Mister He ha completamente smontato tutto il motore del camion e ha riparato le fascette usando una corda di basso rotta. Tutto senza attrezzi, solo qualche cacciavite e chiave inglese. In quattro giorni ha riparato il camion. Quando il motore è ripartito c’è stata una vera ovazione».

He pistoni

Mister He alle prese con i pistoni del camion

partenza camion

Tutti a bordo! Si riparte!

«Potevamo così riprendere il nostro viaggio».

Come entrare in Laos e diventare un altro circo

Lasciatisi alle spalle i volti e la bellezza rurale dello Yunnan – oltre all’acido lattico accumulato nella scalata che li ha portati a quota 3200 metri – Piero e i Cyclown Circus giungono alla frontiera con il Laos, dove si riposano un po’ bevendo e improvvisando qualche numero con un paio di guardie ben allenate e predisposte ad alzare i gomiti. Adesso li aspetta una delle più emozionanti tappe di tutto il viaggio, dopo la quale niente sarà più come prima. Come sempre lasciamo che siano le parole di Piero a raccontare come sono andate le cose…

COME ENTRARE IN LAOS E DIVENTARE UN ALTRO CIRCO – «Entriamo in Laos, che era poco dopo l’ora di pranzo. Sentiamo una grande eccitazione, anche perché si andava incontro a una nuova calligrafia, una nuova lingua e naturalmente una nuova cultura. Già il sud della Cina ci era apparso molto povero, qui si capiva che era una terra ancora più povera. Uno di quei paesi che con ipocrisia chiamiamo “in via di sviluppo”. Anche qui spesso non c’era corrente elettrica. La strada asfaltata che percorrevamo è finita quasi subito, e ci siamo chiesti che cosa aspettarci nell’attraversare questo paese…».

laos terra battuta

Ingresso in Laos, si pedala sulla terra battuta

«Pedalavamo in direzione della Thailandia. All’inizio abbiamo incontrato grandi difficoltà nel fare spettacoli in Laos, visto che spesso nei villaggi erano molto spaventati dalla nostra presenza. I cerchi che riuscivamo a far formare erano sempre molto larghi e distanti, il pubblico rimaneva di stucco e non reagiva, non potevamo prendere volontari per rompere il ghiaccio con la popolazione… Insomma tutto ci sembrava molto complicato, e i primi due o tre giorni sono stati molto duri da questo punto di vista».

spettacolo in Laos

Uno dei primi spettacoli in Laos

motoretta laos

Tutti in carrozza!

«Vivevamo una situazione molto selvaggia, con tanta difficoltà per poter mantenerci in comunicazione con amici e parenti nel “mondo civile”. Io per parte mia iniziavo a stare stretto in quella realtà circense, e non era la prima volta che me ne rendevo conto. Mi arriva a un certo punto una mail da parte di mia madre, che diceva di volermi raggiungere in Thailandia nel giro di un mese. Io guardo la cartina e cerco di capire cosa fare. A un certo punto diciamo al gruppo che ci saremmo staccati, io e Simone. E così è stato: ci siamo staccati».

«Dopo una giornata a pedalare da soli, andando verso sud, un pomeriggio ci fermiamo al lato della strada a mangiare noodles da un carretto. Guardavamo distrattamente la strada non asfaltata, e a un certo punto vedo passare un grosso camion tutto sgangherato, con tantissima roba sopra e sei persone dentro più una ventina sopra. Sopra una scritta in laotiano, che sembrava descrivere un’attrazione o un qualche spettacolo».

camion circo laos

Il camion del circo laotiano

«Dopo un paio di minuti passa un fuoristrada tappezzato di fotografie e munito di un altoparlante che annunciava qualcosa. Ci chiediamo cosa fosse tutto ciò. Sulle foto vedo un monociclo e del fuoco. Dico: “Simò… il circo!”. Ci ingozziamo di corsa e cerchiamo di inseguire questi due mezzi. Riusciamo a raggiungerli in uno spiazzo del villaggio e loro già stavano scaricando. Quando ci vedono si fermano, e noi subito pronti a mostrare loro i nostri numeri più difficili. Non ci credevano! Dopo la nostra dimostrazione lo speaker, il presentatore dello spettacolo, in un incrocio tra laotiano, inglese e francese, ci dice che potevamo fare spettacolo con loro, sul loro palco, se volevamo. Noi non sapevamo nemmeno che cosa facessero loro».

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Le due vetture del circo laotiano

«Alla fine siamo rimasti un mese con loro, e ci sono stati momenti bellissimi e profondi. Io ho legato molto con lo speaker, mister Kikkeo, e mi è toccato imparare almeno i concetti basilari nella lingua del posto. Kikkeo mi ha raccontato che quel camion era un vecchio lanciamissili sovietico, ritrasformato per fare spettacoli. Aveva circa 40 anni. Una struttura di canne di bambù si apriva sul retro, e all’occorrenza diventava un palco vero e proprio, con le casse, i pali e tutto. Una volta richiuso, tutti dentro o sopra il camion».

Una vacanza in giallo: i 5 migliori viaggi dei Simpson

Avete presente i Simpson? Crediamo di si, a meno che negli ultimi decenni non siate vissuti in una grotta e l’unico vostro intrattenimento animato possa essere ricondotto ad ombre proiettate sulle pareti.

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Homer e Marge Simpson

Nel corso degli anni i viaggi dei Simpson in giro per il mondo sono stati numerosi: il punto di partenza è sempre Springfield, negli Stati Uniti, da un punto imprecisato (visto che non è mai stato chiarito quale delle tante Springfield statunitensi sia quella ideata da Matt Groening). Di solito, però, la decisione finale della famiglia Simpson si concretizza in salotto, magari sul divano, come invece succede spesso anche nella vita reale.

Viaggi che hanno più il carattere dell’avventura, che della gita, dettati da circostanze e necessità contingenti, più che dalla voglia di turismo. Si sa quando si inizia, non si sa come e quando si tornerà a casa.

La lista che segue non ha la pretesa di essere una guida esaustiva (per quello c’è simpsons.wikia.com) ma comprende i 5 migliori episodi, limitando il campo alle prime 10 stagioni. Una lista stilata da Personal Travels, ma siamo pronti al confronto: se avete dubbi, perplessità o una vostra personale lista da consigliarci (anche relativamente alle stagioni successive alla decima) non fatevi infartare, scriveteci!

Rullo di tamburi per la “Simpsons Go To” Top 5

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Da Tokyo con orrore

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Da Tokyo con orrore

Finale della decima stagione: con la famiglia in vacanza a Tokyo, Homer non perde occasione di demolire tutto ciò che i giapponesi hanno di più sacro. Si scontra con un campione di Sumo, vince e quando l’imperatore si avvicina per complimentarsi lo scaraventa in un cesto di biancheria sporca scambiandolo per un altro avversario. La puntata non è mai stata trasmessa in Giappone, mentre questa scena è stata cancellata dal DVD della versione locale. Lo sgarbo imperiale costa a Homer la prigione, per liberarlo Marge impiega tutti i soldi rimasti e l’unico modo di tornare a casa è partecipare a un programma televisivo stile “Takeshi’s Castle” (per i più nostalgici si tratta dei giochi senza frontiere sadici raccontati in “Mai dire Banzai”)

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Viva Ned Flanders

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Viva Ned Flanders

Questa volta la vacanza non è di famiglia, ma coinvolge Homer e Ned Flanders: il vicino, nonostante l’aspetto (e il fisico scolpito che raramente mostra), compie 60 anni. Il suo segreto non è la palestra, ma la totale assenza di svaghi. Ned chiede allora a Homer di insegnargli come ci si diverte: una richiesta che porta i due a Las Vegas dove, completamente ubriachi, sposeranno due cameriere di un casinò. La lezione di Homer comprende anche il metodo per risolvere situazioni complicate come questa: scappare!

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Bart contro l’Australia

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Bart contro l’Australia

Vacanza “forzata” per i Simpson: Bart telefona in Australia per sapere in che direzione gira l’acqua degli scarichi. Ma la telefonata è a carico del destinatario: il Governo australiano convoca tutta la famiglia a Canberra per le scuse ufficiali e per dare un bel calcio nel fondoschiena al ragazzo. Una punizione che Bart sembra accettare, almeno fino all’ultimo secondo, quando la famiglia scappa dall’ambasciata Usa in una scena che ricorda l’assalto a Saigon.

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Crêpes alle crêpes, vino al vino

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Crêpes alle crêpes, vino al vino

Vacanza studio in Francia per Bart, nella prima stagione della serie, che vede il giallo con i capelli a spazzola finire tra le grinfie di due biechi sfruttatori di bimbi, a metà strada tra i cattivi di Dickens e quelli di “Mamma ho perso l’aereo”. Contemporaneamente arriva a casa Simpson uno studente albanese, che si rivelerà poi una spia inviata a carpire i segreti della centrale nucleare di Springfield. Bart imparerà la lezione e anche il francese: scopre che i due producono vino mischiandolo con antigelo, ma con la padronanza della nuova lingua li denuncerà alla polizia.

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La città di New York contro Homer

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La città di New York contro Homer

Dopo una serata da Boe, Homer lascia la macchina a Barney, designato come guidatore sobrio della serata: scompare per due mesi e quando torna non si sa che fine abbia fatto la macchina. Homer scopre che è rimasta parcheggiata in diveto di sosta al World Trade Center, accumulando qualche kilo di multe. La famiglia è eccitata all’idea di visitare la Grande Mela, Homer non proprio, visto che in passato ha avuto esperienze poco gratificanti. Esasperato dall’attesa, Homer decide di partire con una ganascia attaccata alla macchina. Nessuno mette Homer in un angolo!

Spending winter in Cyprus

Deciding to spend the winter in Cyprus was a forced decision for the group. The oncoming cold, the difficulties of having to spend many nights sleeping rough, combined with the nasty surprise of the unfulfilled promise of a winter-long shelter on the Turkish coast, convinced our pedal caravan to get on a ship to Cyprus, where the weather promised greater leniency. On landing in Famagusta, in fact, the scenario changed completely, and everyone was able to finally relax a little.

FAMAGUSTA – «In Cyprus, we were quite overwhelmed by the beautiful climate at Famagusta – continues Piero – where we were able to enjoy workouts in swim wear on the beach as well as getting an excellent reception from the locals. We started to put on shows in the pubs with a very good response from the audience».

Cipro spiaggia

Practicing (and relaxing) on the beach in Famagusta

«The only regret was represented by the parting with Scuccia, our stray dog. After having been in quarantine we left him with some of our friends there. He was also left behind because he had started to become aggressive during street performances when he took to protecting the space where we put down our hat as if it were his territory. It was upsetting to have to tie him up during the shows, so we reluctantly entrusted him to people who, we knew, would take good care of him . The period in Famagusta went smoothly and without any problems. We often played in the clubs,where they allowed us to ‘make hat’ and they also gave us food».

A picture of Scuccia, the Cyclown Dog

«At that time the group consisted of nine people. Shanti, a clarinet player, and juggler, from San Francisco: Channing, a complete lunatic from Oklahoma, one of the first components of Cyclown Circus, he was very good with the unicycle and the accordion, Marylise a Canadian from Quebec, a true phenomenon on the violin and an excellent singer; Simone, from Rome, good at juggling and on guitar, Johnny, from New Orleans, aged 42 at the time, a strong bass player and with a great circus spirit, he enriched each number with some new sound; Raphael, an American who lived in New Orleans, violinist, guitarist, he also played trumpet and clarinet, he bought a banjo in China and after a while he could play it too; Rocio, a talented Argentinian clown who had already been on the road for nine years, having left before the Argentine crash and not gone home; David, an earnest and self-effacing German who had joined in Istanbul and who played the guitar, he had little of the circus spirit and returned to Europe after Cyprus. And of course there was me.».

The Cyclown Circus

TOWARDS NICOSIA, THE Cyprus ISSUE – «We moved from Famagusta to Nicosia. This was a really nice trip, with beautiful streets and a mild, let’s say, autumnal climate. At one point on the road we saw a huge layer of cement on one side of the mountain and the Turkish Cypriot flag was depicted on it. It had been made so big to make it visible to the Greeks who are on the other side of the island. It was our first encounter with the intricate Cyprus Question.».

The concrete flag

«Suffice it as an example that even water, with springs that are in the Greek side but not in the Turkish one, is sold as if it were fuel from the pumps – just like in the photo below – to realize the difficulties of coexistence that still persist there in people’s lives today, “Su” in Cypriot language means water».

Oil? No, water!

We end this first adventure about Piero and the Cyclown Circus with a documentary by Dimitris Sfyris, where you can get to see them in action. Enjoy!