Corto circuito in Mongolia, nei pressi di Ulan Bator

Piero e gli altri pedalano in Mongolia verso Ulan Bator, lungo una strada dove gli unici incontri, a parte qualche rara automobile, sono rappresentati dagli animali selvatici e da qualche yurta. Proprio in una di queste succede qualcosa che offre allo Zio Bici un momento di profonda riflessione, destinato a produrre i suoi effetti più avanti nel viaggio. Ma lasciamocelo raccontare dalle sue parole…

«Una sera in cui il cielo minacciava di scaricarci sulla testa una pioggia torrenziale, vediamo in lontananza apparire una yurta e lì ci dirigiamo, arrivandoci nella tarda serata. Non so se i componenti di quella famiglia avessero mai avuto a che fare con dei bianchi, a dire la verità. Nonostante la poca comunicazione, in breve tempo ci siamo ritrovati ospiti loro, e si stava davvero bene nella loro tenda. La quale di fianco aveva a sua volta una piccola yurta per contenere gli attrezzi della famiglia. Di una tenda mongola, da fuori vedi solo un telone bianco, poi dentro ti accorgi che il materiale è molto spesso, il luogo è molto accogliente e molte cose sono decorate e dipinte. Il focolare è al centro della yurta, e il pavimento è tutto in legno. Al centro della tenda c’è un buco, che serve a far uscire il fumo. C’è anche qualche mobiletto. Loro erano una famiglia di sette persone, noi eravamo sette o otto, e siamo stati dentro tutti quanti, comodi».

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Le tipiche yurte mongole

CORTO CIRCUITO – «Ho preso lì consapevolezza che qualcosa non andava con alcuni del gruppo, una cosa che avrebbe prodotto i suoi effetti più tardi. Alcuni di noi infatti erano vegetariani, e in quella circostanza eravamo ospiti di una famiglia molto povera, che si procurava il cibo soprattutto dal suo bestiame: carne e latte. La sera ci hanno offerto tutto cibo proveniente da cavallo e yak: carne, latte e formaggi. Alcuni del gruppo hanno rifiutato l’ospitalità a causa del loro essere vegetariani. Quel “no” però non poteva essere adeguatamente spiegato, a causa dei limiti della lingua, ed è stato per tutti un momento terribile di grande imbarazzo. Come si potevano spiegare tutte le motivazioni che erano alla base di quella scelta? Come farle capire ai nostri ospiti senza offenderli? Questo corto circuito mi dava parecchio da pensare. Qualcuno del gruppo ha infatti in seguito preso la decisione di ricominciare a mangiare carne, anche perché in Mongolia era impossibile non mettere in discussione le proprie convinzioni da occidentale benestante. Si trattava di vivere rispettando quello che era lo spirito del viaggio, come le persone che incontravamo lungo la via. Era già un bel po’ di tempo che stavamo in giro, e io avevo deciso fin dall’inizio che avrei vissuto insieme alle persone che avremmo incontrato, cercando di mettere meno barriere possibili tra me e loro. In questo caso c’era decisamente qualcosa che non tornava…».

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Questa bici è più alta del cavallo!

ULAN BATOR – Si raggiunge la capitale, e ci si rende conto che intorno c’è una grande aria di festa. «L’anno che siamo passati in Mongolia era l’800esimo anniversario dalla nascita dello Stato della Mongolia. Vedevamo infatti tutti questi festoni in giro, senza capirci gran che, finché una persona che parlava inglese non ci ha spiegato la cosa. A Ulan Bator c’erano grossi festeggiamenti, ed era tutto un fiorire di esibizioni: dal wrestling mongolo al campionato di tiro con l’arco a cavallo e oltre… Io e Simone un paio di giorni prima di raggiungere la capitale ci siamo staccati, perché volevamo andare a capire come fosse la situazione in città e fare qualche spettacolo. Una cosa che abbiamo fatto spesso per tastare il terreno nei posti nuovi».

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Manifestazioni e festeggiamenti in Mongolia

«Quando noi siamo arrivati ci ha subito fermato una donna canadese, incuriositissima dalla nostra presenza, e ci ha offerto ospitalità da lei. Dopo una doccia siamo andati in piazza a fare spettacolo, in questa piazza centrale enorme, e finalmente vedevamo un po’ di pubblico dopo i pochi spettacoli fatti nei paesini lungo la via. Alla fine lei ci ha ospitati tutti quanti, e faceva parte di una ONG canadese che si prendeva cura degli orfani. Che poi a dirla tutta non sono orfani, ma bambini abbandonati dal più grande problema della terra mongola, lasciato lì dalla Russia: la vodka».

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Simone e il caldo abbraccio dei bambini

«Non usando contraccettivi, nascono più bambini di quelli che possono essere sfamati, e perciò vengono abbandonati. Quelli che ce la fanno sopravvivono in strada, dormendo lungo le tubature calde sotterranee. Abbiamo fatto molti spettacoli negli orfanatrofi di queste ONG con cui eravamo entrati in contatto, e anche una gita in una specie di centro estivo messo su sempre da queste organizzazioni. E’ stato molto bello, i bambini erano così affettuosi. Io e Simone abbiamo lavorato molto come educatori sociali, anche in posti difficili della capitale italiana, e siamo rimasti colpiti dall’affetto che dimostravano questi bambini».

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Esiste un pubblico migliore dei bambini?

La sosta a Ulan Bator non sarà lunga, i nostri sono già pronti per proseguire verso la Cina, non senza mettere in conto un’altra bella manciata di imprevisti e un’impresa al limite (ma forse anche oltre) della follia. Di tutto questo parleremo nella prossima puntata…

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