Al confine Russia Mongolia

Il nostro gruppo di eroici viaggiatori affronta uno dei momenti più eclatanti e significativi del viaggio. «Ogni volta che devo fare un esempio dell’intensità del viaggio che abbiamo fatto – conferma Piero – racconto qualcosa della Mongolia. Il confine tra la Russia e la Mongolia ha davvero rappresentato la metaforica linea di confine tra Oriente e Occidente. La gente mongola incarna in maniera perfetta l’incrocio tra la razza caucasica, dei quali richiamano l’altezza, la corporatura e il colore dei capelli, e quella orientale, ben testimoniata dagli occhi a mandorla». Un cambiamento con il quale il gruppo inizia ad avere a che fare già da prima del confine, pedalando dal Lago Bajkal verso la frontiera.

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Spiritualità e solitudine al confine tra Russia e Mongolia

«Il territorio mongolo è molto vasto, con una bassa densità di popolazione. Decisamente il più bello dove abbia pedalato. Una terra immensa, con tre milioni e mezzo di abitanti, quasi la metà dei quali vivono a Ulan Bator. Praticamente un deserto. Mai visto infatti posti così incontaminati. Per fare un esempio, la strada che va dal lago Bajkal a Ulan Bator, lunga qualcosa come 400 chilometri, l’abbiamo percorsa quasi sempre da soli. Nei giorni più trafficati abbiamo pedalato incontrando circa una decina di macchine al giorno. E intorno solo la steppa e il nulla. Niente alberi, niente abitazioni, solo qualche yurta (ovvero le tende degli allevatori nomadi mongoli, che seguono il loro bestiame)».

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Cammelli selvatici in Mongolia

IL CONFINE RUSSIA MONGOLIA – Sulla linea di confine tra territorio russo e mongolo c’è grande stupore da parte delle guardie nel vedere che il gruppo passava il confine a bordo di biciclette a due piani, in mezzo alle tante automobili.

«Quello che ricordo, passato il loro stupore iniziale nel vederci arrivare, è una sensazione di grande corruzione dalla parte della frontiera russa… tanto che ci fanno subito storie sugli strumenti musicali che avevamo con noi. Ci dicono che dobbiamo pagare delle tasse doganali sugli strumenti, dando per scontato che siano stati tutti acquistati in Russia. Per noi era un’autentica mazzata! Proviamo a dimostrare che portavamo già da prima con noi gli strumenti e non avevamo comprato tutto in Russia, mostrandogli anche le foto che avevamo. La vodka che i nostri amici di Mosca ci avevano consigliato di portare come regalo alle guardie alla fine ha funzionato, e dopo due ore si riesce a passare il primo confine. Dall’altra parte i poliziotti mongoli si dimostrano subito molto più cordiali, e appena superate le formalità burocratiche si mette su il primo spettacolo, tutti di nuovo uniti. È bastato un attimo per rendersi conto di quanto sarebbe stato difficile avere a che fare con la lingua».

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Quando si dice “pedalare in solitaria”

SULLA STRADA per ULAN BATOR – «Ci dirigiamo verso Ulan Bator. E dopo qualche chilometro ci accorgiamo che non c’era più nulla di nulla. Né market, né bazar, né abitazioni, né nulla… Per i primi giorni anche l’organizzazione di base è stata dura. Non avevamo cibo, né bottiglie per trasportare dell’acqua. In un primo villaggio un po’ più grande abbiamo acquistato legumi secchi e pesce in scatola, per poter sopravvivere. Lì ho comprato anche una tenda, della quale sentivo davvero il bisogno. Nella foto che segue ecco il sistema per superare il freddo e la pioggia notturne, grazie a una strategia messa a punto con Simone».

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Il freddo e la pioggia aguzzano l’ingegno

«L’escursione termica tra la notte e il giorno infatti era paurosa. La tenda ci proteggeva da freddo, pioggia e insetti vari. Una cosa che succedeva spesso la mattina era di essere svegliati da parte dei cavalli selvaggi, che venivano a cercare cibo di fianco all’accampamento».

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Mandrie di cavalli intorno alle tende

«Pedalando sulla strada che porta a Ulan Bator si susseguivano scenari sconvolgenti, con un cielo di un colore meraviglioso. Non c’erano praticamente alberi, tanto che le bici pesavano molto di più a causa della legna che caricavamo ogni volta che ne trovavamo, e del cibo che dovevamo portarci dietro».

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