Il passaggio in Abcasia

TBILISI – «Si va verso la capitale, Tbilisi. Un viaggio bellissimo, verso est seguendo il corso di un fiume, dove abbiamo anche incontrato un viaggiatore in bicicletta che andava al contrario rispetto a noi. Ne abbiamo incontrata di gente che viaggiava a pedali, anche se in modi totalmente differenti dal nostro. Più organizzati, più tecnici, spesso costretti a pianificare tutto il percorso nei minimi dettagli per poter condensare il viaggio nei 6 o massimo 10 giorni a disposizione. Testa bassa a macinare chilometri. Noi pedalavamo guardandoci attorno… Abbiamo attraversato una zona rurale della Georgia, dove i contadini combattono con un clima non facile, per il freddo e le gelate. Ci siamo accampati in mezzo alla natura, compravamo cibo da cucinare con la legna raccolta e dormivamo sotto le stelle».

Picnic all’aperto, in una radura

«Siamo stati per un po’ a Tbilisi, ospitati da un’associazione che faceva teatro e arti circensi, anche se a livello minimale rispetto alle nostre abitudini. Avevamo a disposizione una palestra dove allenarci e dormire, e mettevamo su spettacoli nei locali e in piazza».

Spettacolo in piazza a Tbilisi

«Il pubblico rispondeva molto bene, almeno fino alle sei di pomeriggio… Abbiamo cercato di capire un po’ la cultura, imparato qualche musica tradizionale, e nella capitale era più facile trovare qualche tipo di comodità, un po’ all’europea. Una mattina, in una scuola media, all’uscita un ragazzo cerca di prendersi la bicicletta di Channing, uno dei ragazzi del nostro gruppo. Dopo un po’ torna da noi Channing con un occhio pesto e un taglio sul braccio, e ci racconta che si era beccato un pugno e un taglio di coltello per aver cercato di spiegare che quella era la sua bicicletta. Abbiamo capito che cosa significava quando ci dicevano che la Georgia è la “terra delle lame”, dove si mostrano con fierezza i coltelli e le cicatrici sul corpo, soprattutto quando sale il tasso alcolico. Se non si sapeva dove andare, alle otto ci ritiravamo in palestra e o ci si allenava o si dormiva».

Channing alla parata militare georgiana

«Nella fotografia qui sopra Channing suona la fisarmonica durante la parata delle forze armate, una sorta di 2 giugno in salsa georgiana. Loro tenevano tantissimo alla manifestazione, ma quando noi abbiamo improvvisato i nostri numeri durante la parata, anche uscendo dal consentito come in questo caso con Channing, nessuno se l’è presa a male, anzi…».

PASSAGGIO in ABCASIA – «Da Tbilisi si va di nuovo verso nord, puntando alla Russia, in direzione del confine con l’Abcasia, dove tutti ci dicevano che sarebbe stato difficile passare. Noi ci avventuriamo, prima col treno su un vagone merci e poi in bici per l’ultimo pezzo. A circa 40 chilometri dal confine lo scenario cambia completamente davanti ai nostri occhi, mettendoci di fronte i segni ben visibili di una lunga guerra. Carcasse ferme lì chissà da quanto e case distrutte. Nei villaggi non si capiva come ci si potesse vivere, e ci è venuta in mente la scena già vista a Cipro, dove il confine tra zona turca e greca era ancora lì, distrutto e abbandonato. Terre lasciate lì, a ricordare i giorni peggiori. Pedalavamo e saliva una certa tensione, che arriva al culmine quando incontriamo un ponte in metallo divelto, dove facciamo zig zag tra i crateri delle bombe. Ci sembrava di essere davvero capitati in mezzo a una guerra. Da quelle parti abbiamo anche incontrato la scultura della pistola con la canna annodata, fatta da uno scultore europeo».

La scultura incontrata in Abcasia

«Il confine era anch’esso malmesso, con i soldati che portavano indosso divise improvvisate, qualcuna simile a un pigiama. Abbiamo capito che difficilmente saremmo passati oltre, anche se la situazione con i soldati era all’inizio più che amichevole, grazie soprattutto all’influenza del Chacha. Invece la mattina dopo i soldati erano di nuovo sobri e tutto era tornato “normale”, per cui l’illusione di poter passare il confine sfumava nel nulla. Restavano solo le immagini di una nottata estenuante, fatta di alcol e di soldati felicissimi di poter mettere i fucili al collo delle ragazze che viaggiavano con noi».

Prova fucile alla frontiera in Abcasia

«Siamo tornati così indietro fino a Batumi, e abbiamo capito che per passare in Russia c’era un traghetto che ci portava da Poti a Sochi, praticamente l’unica via per passare al di là del confine. Era poco più che un motoscafo, e con il mare mossissimo che abbiamo incontrato siamo stati tutti parecchio male. La mattina dopo la barca era ridotta uno schifo, potete ben capire per quali motivi. Finalmente si entrava in Russia, qualche giorno dopo la data d’inizio del visto che avevamo richiesto a Cipro».

0 replies

Leave a Reply

Want to join the discussion?
Feel free to contribute!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *