Un treno per la Cina, e un’amara sorpresa

Come avevamo anticipato, arriva il momento di lasciare la Mongolia e di puntare dritti verso la Cina. Anche perché Pechino era stata designata come meta da raggiungere in quella famosa riunione tenutasi a Malakasa, Cipro. Ma tra il dire e il pedalare ci sono di mezzo un treno, la polizia di frontiera e una brutta sorpresa, che potrebbe determinare la fine dei sogni di Zio Bici e del gruppo itinerante…

yurte mongolia spettacolo

Ricordi della splendida Mongolia

UN TRENO PER LA CINA – «Avevamo fatto i calcoli per raggiungere il confine tra Mongolia e Cina, sapendo che avremmo preso di nuovo il treno (sempre della tratta Transiberiana) fino al confine. Anche perché in mezzo c’era il deserto del Gobi, che ormai è praticamente ai piedi della città di Ulan Bator. Di nuovo bisognava caricare le bici sul treno… sale un po’ di agitazione. Abbiamo fatto i biglietti anche per le biciclette, questa volta, e ce le hanno fatte caricare come bagaglio extra. Le abbiamo messe sul vagone merci. Per la prima volta tra l’altro pesavamo le biciclette. La mia pesava 97 chili! Che ridere… Quella di Channing passava i 100 chili!!!».

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Piero e Simone a bordo delle loro Tall Bike(s)

«Prendiamo il treno per Xilin. La mattina dopo salgono i poliziotti sul treno e ci fanno scendere… Il treno entra in una specie di hangar, con il vagone merci che viene staccato dal convoglio e portato da un’altra parte. Io ero molto preoccupato per le biciclette e mi raccomando con tutti perché vadano a controllare. Vedo che i vagoni nell’hangar erano portati, dopo essere stati sollevati da un braccio meccanico, da una rotaia a un’altra. Perché gli standard delle rotaie erano differenti tra i due paesi, mi spiegano. Io ero sempre più preoccupato, per cui cercavo di spiegare quanto fossero importanti per noi le bici».

«Poi il treno riparte, e io non so nulla delle nostre bici. Arriviamo alle sette e mezzo di sera, scendiamo di corsa e cerchiamo di controllare le nostre cose. Io e Channing arriviamo davanti al vagone merci, che però sembrava essere cambiato rispetto al treno precedente. Apriamo il portellone e dentro non c’è nulla di nulla… il vagone era vuoto! Quasi ci viene da ridere… Ci aspettavamo di trovarle magari accartocciate, scassate, ma non di non trovarle. E il treno riparte… Gli altri avevano fatto un cumulo di bagagli, che dovevano essere caricati sulle bici. Ma le bici non ci sono. E inizia a piovere. Una stazione cinese, una nuova lingua e una nuova cultura… e noi che non avevamo neanche le nostre bici».

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La polizia non aveva visto molte biciclette così prima d’ora

A questo punto, prima di lanciarsi nel racconto delle avventure in terra cinese, a Piero torna in mente l’impresa di uno dei componenti del gruppo, che si era messo in testa di attraversare il deserto del Gobi in bicicletta, invece di salire sul treno con gli altri.

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La bicicletta di Jeremy e il deserto

LA STORIA di JEREMY – «Jeremy, l’americano che viaggiava portandosi un grosso zaino sulle spalle, era stato invitato a Malakasa, durante il soggiorno a Cipro, a stare qualche tempo con noi. Lui veniva dalla Turchia, dove era andato per vedere alcuni incontri di wrestling tra cammelli, di cui era un appassionato. Non sapeva fare nulla per quel che riguardava il circo. Era un guardaboschi del Montana, stato conservatore per eccellenza. Era la pecora nera della famiglia e del villaggio intero. Un bel giorno aveva deciso su due piedi di partire. E un altro giorno si è unito a noi, anche se non ha fatto mai nulla durante gli spettacoli. Era comunque d’aiuto in altri modi, nell’organizzazione delle cose. Un bel giorno, a Ulan Bator, ci ha preso tutti da parte, ci ha fatto sedere intorno al fuoco e ci ha detto che avrebbe voluto passare il deserto del Gobi. Voleva pedalare nel deserto, lasciandoci un po’ dei suoi bagagli».

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Nel deserto in solitaria

«E così si è fatto il deserto a pedali, per 500 e rotti chilometri, con tappe da 100/120 chilometri al giorno, seguendo la linea del treno, senza avere con sé nemmeno una bussola. Ci saremmo poi rivisti in Cina, se tutto fosse andato come doveva».

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Il deserto del Gobi ha messo a dura prova Jeremy e la sua bici

Non spaventatevi, tutto è poi effettivamente andato come doveva, e il gruppo si ricomporrà nonostante per Jeremy le cose nell’attraversamento del deserto siano state parecchio difficili. Prima di lasciarvi, però, resta da soddisfare una ultima curiosità: ma che roba è il wrestling tra cammelli? Ecco fatto.

Viaggi studio di gruppo: imparare camminando

In questo post, parlando di viaggi studio di gruppo, mi riferisco in particolare ai viaggi all’estero sponsorizzati dall’UE per classi o gruppi scolastici. Nella mia esperienza come responsabile di gruppi di studenti adolescenti che si recano all’estero, non c’è niente di più eccitante, e allo stesso tempo frustrante, del cercare di ottenere che quell’insieme di ragazzi e ragazze diventi quello che deve diventare: un gruppo. E con gruppo intendo un certo numero di persone che vivranno a stretto contatto, condivideranno un’esperienza comune e si aiuteranno a vicenda, per un periodo di tempo specifico. Sono pienamente convinta che, se ben organizzata, l’esperienza del viaggio di gruppo è uno dei momenti più formativi che uno studente possa sperimentare.

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Gruppo di studenti a Berlino

 

L’emozione per gli studenti inizia quando la loro scuola si qualifica per i finanziamenti UE e può offrire a giovani provenienti da aree svantaggiate, viaggi studio, viaggi culturali o esperienze lavorative in altri Stati membri. Vi sono criteri rigorosi e i loro risultati in alcune materie fondamentali devono essere di un certo livello. Mentre tutti aspettano l’esito della loro applicazione e fanno i propri calcoli, alcuni addirittura diventano invidiosi dei loro compagni di classe con i voti sufficientemente alti.

Altra grande esperienza formativa, non solo per gli studenti, è quando le famiglie dei pochi fortunati sono chiamate ad una riunione per discutere il progetto. Gli alunni si sentono già proiettati a Dublino o Parigi, o come nel caso di quest’anno per la mia scuola, a Madrid. Sono impazienti di sentir parlare di alloggio, gite giornaliere e così via, mentre i genitori vogliono discutere di alcuni aspetti pratici.

  • Saranno sorvegliati?
  • Quante chiamate a casa potranno fare?
  • Come funziona il servizio di lavanderia?
  • Quanti soldi dovremmo dare loro?
  • Cosa succede se il mio “bambino” si ammala?

Noi pensiamo a rassicurarli domanda per domanda, e ancora fanno capannello intorno a noi al termine della riunione. L’incombente prima partenza del figlio pesa molto per alcuni genitori, come un secondo taglio del cordone ombelicale.  Alla fine tiro un sospiro di sollievo quando passiamo il controllo di polizia in aeroporto, anche se so che questo è il momento in cui i miei problemi inizieranno.

Abbiamo  spiegato che i liquidi non possono essere portati a bordo nel bagaglio a mano e ci tocca guardare impotenti mentre la costosa lozione per il corpo o il balsamo dello studente stupito vengono buttati nel bidone. Dure lezioni davvero. Noi diciamo agli studenti di guardare cosa fanno gli altri viaggiatori e di solito imparano molto rapidamente. C’è una marcata differenza tra il loro comportamento in aeroporto / aereo tra il viaggio di andata e il volo di ritorno. Imparano ad abbassare il loro tono di voce e rispettare gli altri passeggeri. Perdono ciò che io chiamo il passo dello studente e imparano a camminare elegantemente e a seguire il flusso.

Camminare da solo, un passo avanti per lo studente in viaggio

 

Tuttavia, nonostante gli infiniti avvertimenti, lo zaino di uno studente a caso sarà inevitabilmente saccheggiato e il suo passaporto o carta d’identità rubati. Questo è uno dei momenti più frustranti di tutto il viaggio per il leader del gruppo. La polizia e gli uffici passaporti di tutta Europa ormai hanno addestrato il personale con buone conoscenze linguistiche per affrontare la mole di studenti che denunciano il furto di portafogli. Ricordate sempre di fotocopiare il documento di ciascun membro del gruppo.

Dove portare gli studenti quando si viaggia all’estero? Anche qui bisogna bilanciare le aspettative dei genitori e le preferenze dei giovani. A Dublino, per esempio, il Museo Nazionale, la Galleria Nazionale d’Arte e il Museo della Scienza sono ben meritevoli di una visita. Così, anche, i suoi meravigliosi parchi e giardini. Gli studenti, tuttavia, fremono dal godere della libertà consumista dei centri commerciali di cui Dublino è punteggiata e di visitare la famosa zona di Temple Bar della città. Anche se è sempre opportuno non esagerare con le visite ai monumenti. Possono a volte essere fonte di confusione con tutti i luoghi che presto si mescolano insieme in una vaga memoria priva di dettagli.

Noi diciamo agli studenti di fornire informazioni su eventuali questioni personali di cui dovremmo essere a conoscenza. Ricordo ancora una volta, quando pensavo di aver preso tutte le dovute precauzioni, in cui ho avuto una chiamata da una “madre ospitante” stressata che mi raccontava che uno degli studenti stava avendo un vero e proprio attacco di panico perché aveva visto un ragno in un angolo della sua camera. Si era dimenticato di menzionare che soffriva di aracnofobia! Non c’era verso di calmarlo e non ho avuto altra scelta che chiamare un’altra famiglia ospitante, che generosamente ha trovato un letto per il resto della notte.

I colleghi e le famiglie notano il cambiamento negli studenti al loro ritorno, di solito in meglio. Stabiliscono il legame come gruppo, condividono ricordi comuni, sviluppano un linguaggio in codice che li aiuta a mantenere vivi quei ricordi.

Nel mio prossimo post vi fornirò maggiori dettagli sull’accompagnamento degli studenti all’estero, piccole cose che il vostro agente o organizzatore di viaggi può avere sottovalutato o trascurato. A meno che naturalmente non abbiate contattato Personal Travels.

Corto circuito in Mongolia, nei pressi di Ulan Bator

Piero e gli altri pedalano in Mongolia verso Ulan Bator, lungo una strada dove gli unici incontri, a parte qualche rara automobile, sono rappresentati dagli animali selvatici e da qualche yurta. Proprio in una di queste succede qualcosa che offre allo Zio Bici un momento di profonda riflessione, destinato a produrre i suoi effetti più avanti nel viaggio. Ma lasciamocelo raccontare dalle sue parole…

«Una sera in cui il cielo minacciava di scaricarci sulla testa una pioggia torrenziale, vediamo in lontananza apparire una yurta e lì ci dirigiamo, arrivandoci nella tarda serata. Non so se i componenti di quella famiglia avessero mai avuto a che fare con dei bianchi, a dire la verità. Nonostante la poca comunicazione, in breve tempo ci siamo ritrovati ospiti loro, e si stava davvero bene nella loro tenda. La quale di fianco aveva a sua volta una piccola yurta per contenere gli attrezzi della famiglia. Di una tenda mongola, da fuori vedi solo un telone bianco, poi dentro ti accorgi che il materiale è molto spesso, il luogo è molto accogliente e molte cose sono decorate e dipinte. Il focolare è al centro della yurta, e il pavimento è tutto in legno. Al centro della tenda c’è un buco, che serve a far uscire il fumo. C’è anche qualche mobiletto. Loro erano una famiglia di sette persone, noi eravamo sette o otto, e siamo stati dentro tutti quanti, comodi».

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Le tipiche yurte mongole

CORTO CIRCUITO – «Ho preso lì consapevolezza che qualcosa non andava con alcuni del gruppo, una cosa che avrebbe prodotto i suoi effetti più tardi. Alcuni di noi infatti erano vegetariani, e in quella circostanza eravamo ospiti di una famiglia molto povera, che si procurava il cibo soprattutto dal suo bestiame: carne e latte. La sera ci hanno offerto tutto cibo proveniente da cavallo e yak: carne, latte e formaggi. Alcuni del gruppo hanno rifiutato l’ospitalità a causa del loro essere vegetariani. Quel “no” però non poteva essere adeguatamente spiegato, a causa dei limiti della lingua, ed è stato per tutti un momento terribile di grande imbarazzo. Come si potevano spiegare tutte le motivazioni che erano alla base di quella scelta? Come farle capire ai nostri ospiti senza offenderli? Questo corto circuito mi dava parecchio da pensare. Qualcuno del gruppo ha infatti in seguito preso la decisione di ricominciare a mangiare carne, anche perché in Mongolia era impossibile non mettere in discussione le proprie convinzioni da occidentale benestante. Si trattava di vivere rispettando quello che era lo spirito del viaggio, come le persone che incontravamo lungo la via. Era già un bel po’ di tempo che stavamo in giro, e io avevo deciso fin dall’inizio che avrei vissuto insieme alle persone che avremmo incontrato, cercando di mettere meno barriere possibili tra me e loro. In questo caso c’era decisamente qualcosa che non tornava…».

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Questa bici è più alta del cavallo!

ULAN BATOR – Si raggiunge la capitale, e ci si rende conto che intorno c’è una grande aria di festa. «L’anno che siamo passati in Mongolia era l’800esimo anniversario dalla nascita dello Stato della Mongolia. Vedevamo infatti tutti questi festoni in giro, senza capirci gran che, finché una persona che parlava inglese non ci ha spiegato la cosa. A Ulan Bator c’erano grossi festeggiamenti, ed era tutto un fiorire di esibizioni: dal wrestling mongolo al campionato di tiro con l’arco a cavallo e oltre… Io e Simone un paio di giorni prima di raggiungere la capitale ci siamo staccati, perché volevamo andare a capire come fosse la situazione in città e fare qualche spettacolo. Una cosa che abbiamo fatto spesso per tastare il terreno nei posti nuovi».

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Manifestazioni e festeggiamenti in Mongolia

«Quando noi siamo arrivati ci ha subito fermato una donna canadese, incuriositissima dalla nostra presenza, e ci ha offerto ospitalità da lei. Dopo una doccia siamo andati in piazza a fare spettacolo, in questa piazza centrale enorme, e finalmente vedevamo un po’ di pubblico dopo i pochi spettacoli fatti nei paesini lungo la via. Alla fine lei ci ha ospitati tutti quanti, e faceva parte di una ONG canadese che si prendeva cura degli orfani. Che poi a dirla tutta non sono orfani, ma bambini abbandonati dal più grande problema della terra mongola, lasciato lì dalla Russia: la vodka».

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Simone e il caldo abbraccio dei bambini

«Non usando contraccettivi, nascono più bambini di quelli che possono essere sfamati, e perciò vengono abbandonati. Quelli che ce la fanno sopravvivono in strada, dormendo lungo le tubature calde sotterranee. Abbiamo fatto molti spettacoli negli orfanatrofi di queste ONG con cui eravamo entrati in contatto, e anche una gita in una specie di centro estivo messo su sempre da queste organizzazioni. E’ stato molto bello, i bambini erano così affettuosi. Io e Simone abbiamo lavorato molto come educatori sociali, anche in posti difficili della capitale italiana, e siamo rimasti colpiti dall’affetto che dimostravano questi bambini».

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Esiste un pubblico migliore dei bambini?

La sosta a Ulan Bator non sarà lunga, i nostri sono già pronti per proseguire verso la Cina, non senza mettere in conto un’altra bella manciata di imprevisti e un’impresa al limite (ma forse anche oltre) della follia. Di tutto questo parleremo nella prossima puntata…

Una visita in laguna per il Carnevale di Venezia

Rosalba viene da Pescara, e quando si ritrova per puro caso catapultata nella splendida Venezia non può che rimanerne ammirata, anche perché la città che vive, in questa parentesi che la porta lontana dalla esasperante normalità della vita coniugale di tutti i giorni, è ben lontana dagli stereotipi turistici che avvolgono la città-capolavoro lagunare, e si avvicina in maniera tangibile alla “vera” Venezia, che vive nelle sue calli (le tipiche strade veneziane) e nei suoi sestieri (le sei suddivisioni della parte storica della città).

Pane e tulipani

“Pane e tulipani” – Rosalba, interpretata da Licia Maglietta

Gli occhi del regista di “Pane e tulipani”, pellicola cui è dedicata la nostra introduzione, scovano infatti qualcosa della più pura essenza della città, dichiarata nel 1979 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, e scavano dentro l’anima di un luogo che al solo primo sguardo è capace di ubriacare e stordire. “Venezia è come mangiare un’intera scatola di cioccolatini al liquore in una sola volta”, così Truman Capote descrisse il suo impatto con la laguna.

Photo by flickr user Igor

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Le 118 isolette che formano Venezia sono collegate fra loro da più di 400 ponti, molti dei quali sono veri e propri capolavori, da ammirare durante una visita della città. E per fare un giro tra le meravigliose Cà veneziane, le case delle famiglie nobili, il modo migliore è probabilmente quello di passeggiare per le calli o salire a bordo delle imbarcazioni dell’azienda pubblica dei trasporti. Sempre tenendo presente che il clima, in particolare in questo periodo invernale, può presentare temperature anche molto rigide.

Ma mai come in questo periodo dell’anno la laguna fa rima con Carnevale di Venezia, la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 31 gennaio lungo il Canale di Cannaregio. A partire dalle 18.00 andrà in scena un grande spettacolo dal titolo: “Il magico banchetto – Una favola del cibo a Venezia”. E dopo lo spettacolo di inaugurazione, domenica 1 febbraio il corteo acqueo del Coordinamento Associazioni Remiere Voga alla Veneta mollerà gli ormeggi da Punta della Dogana lungo tutto il Canal Grande, sino a raggiungere il popolare Rio di Cannaregio, dove sfilerà in un tripudio di pubblico assiepato sulle rive.

Scopri le nostre proposte per soggiornare a Venezia:

Photo by flickr user Frank Kovalchek

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Sarà solo l’inizio di un fittissimo programma di eventi, tra i quali non potranno mancare il Concorso della Maschera più Bella, o il volo dell’Aquila, prima dello “Svolo del Leon” che chiuderà, il prossimo 17 febbraio, le celebrazioni del Carnevale di Venezia. QUI potete consultare il programma completo degli eventi in programma.

O Venezia che sei la più bella”, erano le prime parole di un canto di lotta della metà del XIX secolo, poi ripreso anche da De Gregori e Giovanna Marini nell’album del 2002 “Il fischio del vapore”. E chi mai potrebbe dire il contrario?

Vi lasciamo sulle note di questa canzone, nell’interpretazione del coro della Banda di musica popolare di Testaccio diretto da Giovanna Marini.

Al confine Russia Mongolia

Il nostro gruppo di eroici viaggiatori affronta uno dei momenti più eclatanti e significativi del viaggio. «Ogni volta che devo fare un esempio dell’intensità del viaggio che abbiamo fatto – conferma Piero – racconto qualcosa della Mongolia. Il confine tra la Russia e la Mongolia ha davvero rappresentato la metaforica linea di confine tra Oriente e Occidente. La gente mongola incarna in maniera perfetta l’incrocio tra la razza caucasica, dei quali richiamano l’altezza, la corporatura e il colore dei capelli, e quella orientale, ben testimoniata dagli occhi a mandorla». Un cambiamento con il quale il gruppo inizia ad avere a che fare già da prima del confine, pedalando dal Lago Bajkal verso la frontiera.

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Spiritualità e solitudine al confine tra Russia e Mongolia

«Il territorio mongolo è molto vasto, con una bassa densità di popolazione. Decisamente il più bello dove abbia pedalato. Una terra immensa, con tre milioni e mezzo di abitanti, quasi la metà dei quali vivono a Ulan Bator. Praticamente un deserto. Mai visto infatti posti così incontaminati. Per fare un esempio, la strada che va dal lago Bajkal a Ulan Bator, lunga qualcosa come 400 chilometri, l’abbiamo percorsa quasi sempre da soli. Nei giorni più trafficati abbiamo pedalato incontrando circa una decina di macchine al giorno. E intorno solo la steppa e il nulla. Niente alberi, niente abitazioni, solo qualche yurta (ovvero le tende degli allevatori nomadi mongoli, che seguono il loro bestiame)».

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Cammelli selvatici in Mongolia

IL CONFINE RUSSIA MONGOLIA – Sulla linea di confine tra territorio russo e mongolo c’è grande stupore da parte delle guardie nel vedere che il gruppo passava il confine a bordo di biciclette a due piani, in mezzo alle tante automobili.

«Quello che ricordo, passato il loro stupore iniziale nel vederci arrivare, è una sensazione di grande corruzione dalla parte della frontiera russa… tanto che ci fanno subito storie sugli strumenti musicali che avevamo con noi. Ci dicono che dobbiamo pagare delle tasse doganali sugli strumenti, dando per scontato che siano stati tutti acquistati in Russia. Per noi era un’autentica mazzata! Proviamo a dimostrare che portavamo già da prima con noi gli strumenti e non avevamo comprato tutto in Russia, mostrandogli anche le foto che avevamo. La vodka che i nostri amici di Mosca ci avevano consigliato di portare come regalo alle guardie alla fine ha funzionato, e dopo due ore si riesce a passare il primo confine. Dall’altra parte i poliziotti mongoli si dimostrano subito molto più cordiali, e appena superate le formalità burocratiche si mette su il primo spettacolo, tutti di nuovo uniti. È bastato un attimo per rendersi conto di quanto sarebbe stato difficile avere a che fare con la lingua».

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Quando si dice “pedalare in solitaria”

SULLA STRADA per ULAN BATOR – «Ci dirigiamo verso Ulan Bator. E dopo qualche chilometro ci accorgiamo che non c’era più nulla di nulla. Né market, né bazar, né abitazioni, né nulla… Per i primi giorni anche l’organizzazione di base è stata dura. Non avevamo cibo, né bottiglie per trasportare dell’acqua. In un primo villaggio un po’ più grande abbiamo acquistato legumi secchi e pesce in scatola, per poter sopravvivere. Lì ho comprato anche una tenda, della quale sentivo davvero il bisogno. Nella foto che segue ecco il sistema per superare il freddo e la pioggia notturne, grazie a una strategia messa a punto con Simone».

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Il freddo e la pioggia aguzzano l’ingegno

«L’escursione termica tra la notte e il giorno infatti era paurosa. La tenda ci proteggeva da freddo, pioggia e insetti vari. Una cosa che succedeva spesso la mattina era di essere svegliati da parte dei cavalli selvaggi, che venivano a cercare cibo di fianco all’accampamento».

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Mandrie di cavalli intorno alle tende

«Pedalando sulla strada che porta a Ulan Bator si susseguivano scenari sconvolgenti, con un cielo di un colore meraviglioso. Non c’erano praticamente alberi, tanto che le bici pesavano molto di più a causa della legna che caricavamo ogni volta che ne trovavamo, e del cibo che dovevamo portarci dietro».

Un viaggio e un panino esplorando Berlino

foto da Flickr utente: dskley

foto da Flickr utente: dskley

Poche città al mondo sono riuscite a cambiare in pochi anni il loro aspetto e la loro immagine precepita come Berlino: non c’è solo un muro fisico che è crollato nella capitale tedesca, insieme a quei mattoni, nel corso degli anni, sono venuti giù tanti pregiudizi che assegnavano alla città una veste fredda, rigida, istituzionale, in una parola noiosa.

Niente di più lontano da quello che oggi offre, non solo ai turisti, ma anche a chi cerca un progetto di vita da iniziare e sviluppare. Se invece a Berlino capitate per qualche giorno, un programma giusto sarà indispensabile per non tornare a casa con l’ansia di non aver visto/fatto tutto quello che volevate. Una vacanza culturale? C’è un’intera “Isola dei Musei” dedicata a voi, che siate interessati ai reperti egizi, all’arte moderna o aquella contemporanea è tutto a portata di piede.

Non mancano altre proposte più particolari: dal museo della Stasi – in cui si racconta la vita dei berlinesi dell’est controllati dalla polizia politica – a quello dedicato alla vita nella DDR, oltre a quello del Currywurst – lo street food inventato qui, capace di tenere testa al doner kebab. Ma i musei di Berlino non sono limitati alla storia locale. Qui ha sede la più grande raccolta di memorabilia (con bar annesso) dedicata ai Ramones: il gruppo punk rock aveva in Germania una assidua pattuglia di fan, ancora oggi girando per le strade cittadine è facile qualcuno che indossi una tshirt con il logo della band.

Si può visitare la città alla guida delle vecchie Trabant, le utilitarie dell’est, mentre per dare uno sguardo a Berlino dall’alto, niente di meglio che salire sulla cupola di cristallo del Reichstag – attenzione, si prenota online con almeno due giorni di anticipo – o in cima alla Torre della Televisione. Se invece preferite restare nell’underground – anche musicale – il vostro tour dovrà prevedere una tappa al Berghain: all’interno di una ex centrale elettrica, il club è considerato uno dei punti di riferimento per chi ama la musica techno. Se invece ai sintetizzatori preferite le chitarre, un giro tra Kreuzberg e Neukolln potrà fornirvi diverse opportunità di partecipare a performance tutta energia.

Barcellona: spiagge, arte e gastronomia

foto da Flickr utente: angelocesare

foto da Flickr utente: angelocesare

«La cosa più brutta per chi sia ricercato dalla polizia in una città come Barcellona è che tutte le botteghe restano chiuse fino a tardi». E’ quanto pensava George Orwell della città catalana: oggi – tralasciando il fatto che essere ricercati dalla polizia resta qualcosa da evitare – la situazione è totalmente ribaltata, tanto che chi ci abita ha il problema opposto di conciliare il sonno con la movida.

Ma non c’è solo il divertimento notturno: chi vuole visitare Barcellona può contare anche su spiagge, arte e gastronomia, un triangolo d’oro che parte da Barceloneta, passa per la Sagrada Familia, la cattedrale progettata da Gaudì, e può terminare in uno dei magnifici ristoranti in cui trovava rifugio Pepe Carvalho, il detective privato creato dallo scrittore Manuel Vazquez Montalban: le citazioni più frequenti sono per Casa Leopoldo, ma non mancano altri locali che stanno crescendo nel gradimento delle papille gustative dei turisti, come il Petit Pau Restaurant, o e che magari, come al Tablao Cordobes, offrono anche uno spettacolo di flamenco incluso nel prezzo.

Barcellona è meta turistica anche per gli appassionati di calcio: il Camp Nou è un tempio che accoglie ogni anno migliaia di pellegrini, non solo i tifosi del Barça e delle avversarie spagnole, ma anche dal resto d’Europa per le gare di Champions. Assistere a una gara con in campo Messi può essere un’esperienza unica, ma  il Camp Nou è aperto alle visite anche quando non è in programma nessuna gara.

Lago Bajkal: un tuffo nelle acque più fredde del mondo

La parentesi del viaggio in treno con la Transiberiana ha portato il gruppo da Mosca fino a Irkutsk, dopo un percorso di oltre 5000 chilometri attraverso la steppa. Ora è il momento di scendere, risistemare le biciclette dopo lo smontaggio affannoso della salita in treno, e rimettersi a pedalare verso il confine con la Mongolia. Ma prima a Piero viene un’idea alla quale non può resistere: fare un tuffo nel lago più freddo del mondo.

AL LAGO BAJKAL – «Arriviamo a Irkutsk che era mattina presto. Le bici avevano naturalmente risentito dello smontaggio e della sistemazione isterica sul treno. Abbiamo sistemato quello che c’era da sistemare e ci siamo un po’ riposati. Io ero incuriosito dalla leggenda che racconta come quella del lago Bajkal sia l’acqua più fredda del mondo (non supera mai infatti i 14 gradi di temperatura), e così mi sono avviato da solo verso le acque del lago».

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Una veduta nei dintorni del lago Bajkal

«C’era gente che faceva il bagno e giocava e scherzava là dentro. Decido di fare il bagno anche io, senza esitazione. Mi metto in mutande e mi tuffo nel lago. Non l’avessi mai fatto! Mi assale da subito una sensazione indescrivibile di enorme spavento. Il respiro si blocca insieme a tutti i muscoli del corpo. Ero totalmente pietrificato. Non potevo respirare né muovermi. Goffamente sono riuscito a trascinarmi fuori dall’acqua, terrorizzato. Un’esperienza davvero al limite. Ora so perché raccontano che sia l’acqua più fredda del mondo. Quello che non so è come facessero quelli che ci giocavano dentro…».

Abbiamo scoperto tra le altre cose che riguardano questo magnifico lago, che esiste un detto che recita più o meno così: “chi si tuffa nel lago Bajkal guadagna un bonus di 25 anni in più di vita”. Tutti meritati Zio Bici!

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La vista sul lago Bajkal

VERSO il CONFINE con la MONGOLIA – «Lasciamo Irkutsk, dove si vedeva che l’inverno era parecchio rigido dal tipo di costruzioni, con i tetti acuti, e pedaliamo verso la Mongolia. Lì è stato bellissimo, una sorta di cappello introduttivo alla tratta più bella mai percorsa in bicicletta in vita mia. Siamo saliti dal lago Bajkal, con Janine che inizialmente accusava un po’ di dolori per la sua nuova bicicletta, e siamo andati verso il confine. Pedalavamo verso la Mongolia, incontrando famiglie incredibilmente ospitali e con la densità abitativa che si abbassava sempre di più, come il verde via via che ci si avvicinava alla steppa».

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Rocio scatta una foto a una famiglia incontrata lungo la strada

«Puntavamo verso la parte orientale della Mongolia, dove di lì a qualche giorno avremmo trovato pochi alberi, pochi spettacoli, poca socialità, ma tanto pedalare in uno splendido scenario».

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L’incontro con l’altro gruppo in vista del confine con la Mongolia

«Ci siamo rincontrati davanti al confine con il secondo gruppo, ed è stato un bel momento rivedersi. All’epoca ci sentivamo solamente via mail, non avevamo dispositivi portatili e solo un paio di macchine fotografiche. Era bello quindi potersi riabbracciare».

La coppia delle vacanze in pullman

Le vacanze in pullman sono un modo così comodo per viaggiare, sedersi e godersi il paesaggio mentre l’autista si prende cura di tutto il resto. Stai seduto più in alto delle siepi e si può effettivamente vedere molto di più di quanto sarebbe mai possibile in una macchina. Si incontrano molte persone diverse e interessanti, soprattutto nei loro primi anni d’oro. Di solito c’è una serata di benvenuto al vostro arrivo con champagne, tè, caffè e torta locale o qualche specialità del luogo. Si fanno le presentazioni, e in poco tempo si diventa come una grande famiglia felice.

Viaggiare in pullman da porto a porto significa non avere restrizioni del bagaglio. Se c’è da fare un pernottamento prima di raggiungere la destinazione finale, vi consiglio di portare una borsa durante la notte e lasciare i bagagli di grandi dimensioni sul pullman, che è fantastico. Lo stesso vale per il viaggio di ritorno. Visitando paesi europei, nessun problema nel portare a casa vino e simili. Lasciate i vostri acquisti al sicuro nel vano bagagli fino ad arrivare a casa.

Photo by Flickr user Dennis van Zuijlekom

Photo by Flickr user Dennis van Zuijlekom

Mio marito ed io siamo viaggiatori in pullman di una certa esperienza. Anche se abbiamo provato molte altre tipologie di vacanza preferiamo il viaggio in pullman. La nostra prima volta in un viaggio organizzato in pullman risale all’Agosto del 1971 – luna di miele in Scozia, una cosa che abbiamo apprezzato molto. Da Dublino a Liverpool, attraverso il bellissimo Distretto dei Laghi, attraversando il confine a Gretna Green. Abbiamo viaggiato in direzione nord attraverso Stirling, Peebles, Perth, Edimburgo, Inverness, e al ritorno dalla bella Oban, sulla costa occidentale. Il lato negativo di questo tipo di vacanza è stato dover soggiornare in un albergo diverso ogni sera, vivere con la valigia sempre aperta e le tante ore sempre in movimento.

Abbiamo incontrato persone deliziose e fatto amicizia con una coppia simpaticissima proveniente dalla Florida, con cui poi ci siamo rivisti in diverse occasioni. A nostra volta li abbiamo visitati con i nostri bambini e siamo anche andati a Disneyworld insieme.

Buoni autisti e buone guide sono essenziali per il godimento di una vacanza in pullman. In quel primo viaggio la nostra guida era un tipo molto particolare e quando si è sparsa la voce che eravamo in luna di miele si è sempre assicurato che avessimo un “letto matrimoniale”, per l’allegria dei nostri compagni di viaggio.

Bridie Heraghty

La “doppia” Critical Mass in Russia

L’obiettivo principale della sosta a Mosca, come per ogni grande città o capitale nella quale il gruppo si trovi a passare, è quello di fare tanti spettacoli, per mettere in cascina quanti più soldi possibile prima di partire all’avventura verso qualche destinazione meno battuta. Nei dieci giorni a Mosca, Piero e i Cyclown Circus hanno preso l’abitudine di fermarsi sempre nello stesso posto e ripetere lo show a cadenze regolari, tanto che qualcuno inizia a tornare più di una volta. Così si creano le condizioni per soddisfare un sogno di Piero: fare un giro notturno della città in bicicletta.

«Una sera due/tre ragazzi di quelli che venivano sempre a vederci hanno accolto la mia richiesta di fare un giro notturno per Mosca in bici, un sogno ricorrente che avevo in quei giorni. All’inizio i ragazzi mi rispondono di aspettare un paio di giorni, e io non riesco bene a capirne il perché. Poi mi rendo conto che all’ultimo spettacolo di due giorni dopo il numero dei ciclisti aumentava sempre di più (erano qualcosa come 60/70 persone), per cui alla fine siamo andati in giro con settanta biciclette di notte a Mosca, mettendo in scena una piccola Critical Mass autarchica in Russia».

«Poi, come avevo accennato prima, ho costruito la Tall Bike per Janine, che sognava di poter viaggiare con il circo. La sera del giro notturno in bicicletta ho infatti conosciuto i Rastabike, un gruppo di ciclisti che si auto-producono le loro chopper bike. Avevo trovato il posto dove costruire la bicicletta! Nel loro capannone, il loro quartier generale, dove c’era un’ottima attrezzatura, tutto era perfetto per lavorare. C’erano solo due giorni prima di partire per costruire la bicicletta, e in una sola notte tutto è andato come doveva, nonostante una certa pressione».

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La bicicletta di Janine alla prova su strada

PREPARATIVI PER LA PARTENZA – «Dopo qualche giorno si è tenuta una vera e propria Critical Mass, ben più “secchiona” e inquadrata di quella che avevamo improvvisato noi quella notte. Quindi abbiamo comprato i biglietti per la Transiberiana, siccome avevamo una gran voglia di vedere la Mongolia prima di arrivare in Cina. Il gruppo si è diviso in due parti, anche per problemi logistici nel dover caricare sul treno dieci biciclette come le nostre… La nostra salita sul treno è appunto stata a dir poco avventurosa, anche perché non c’era alcuna possibilità di caricare le bici sul treno così com’erano. Subito è scattato un litigio furioso con la capotreno, che era poi una capo-vagone per come è strutturata la Transiberiana. Noi abbiamo smontato le bici di corsa sul marciapiede di fronte al treno e iniziato a caricare i bagagli sul treno. Io in dieci minuti ho smontato tutto quello che potevo, per fare sì che le bici potessero essere caricate dalla porta di entrata. I bagagli volavano dentro porte e finestre. Ma poco dopo il treno inizia a muoversi, si chiudono le porte e ancora c’erano cose rimaste in terra. Scatta il panico! Gli ultimi lanci avvengono ormai a treno in corsa, grazie ai nostri amici che ci avevano accompagnato fin là. Tutto il vagone, una volta saliti, ci guardava in maniera molto diffidente, dopo questo spettacolino che avevamo messo su. I primi minuti sono stati infatti di gelo totale, con la nostra roba sparsa da tutte le parti nel vagone e noi sporchi e sudati. Poi piano piano si è rotto il ghiaccio e abbiamo suonato musica per tutto il vagone. L’atmosfera si è distesa».

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Tutti in carrozza!

IN TRANSIBERIANA – «Il viaggio in treno è durato una settimana. Ricordo che si facevano due o tre soste al giorno, 30/40 minuti per sosta, con signore russe che si avvicinavano al treno con cesti di pesce affumicato, uova, birra, che ci permettevano di mettere qualcosa sotto i denti. Cambiavano i tipi di cibo via via che cambiava il paesaggio. Io che sono innamorato della vista dal finestrino in treno ho vissuto il viaggio come una sospensione totale. Ho capito cosa significava la parola “steppa”, ed è stato un momento di grande riflessione. Per impegnare il tempo ho cucito una borsa per gli strumenti che avevo preso durante il viaggio, con teloni dei camion che avevamo rimediato a Mosca, e così hanno fatto anche i miei compagni di viaggio. Abbiamo riordinato le cose e le idee. Nessuno viaggiava per tutta la tratta della Transiberiana, molte delle persone che sedevano nel nostro vagone dopo due o tre giorni scendevano e lasciavano il posto a altri viaggiatori. Un viaggio introspettivo, una settimana seduto a guardare dal finestrino».

E se qualcuno volesse avere un’idea più chiara di quest’ultima parte del racconto, sulla tratta della Transiberiana che va da Mosca a Irkutsk, il video di questa coppia trovato sul Tubo rende bene l’idea di cosa scorra fuori dal finestrino del treno lungo quel percorso. Alla prossima!