Il cantastorie in bicicletta: lingue, cibo e culture diverse

Proseguiamo nella presentazione del viaggio di Piero, dopo averne sommariamente tracciato l’itinerario nella prima puntata. Le nostre domande erano infatti tantissime, dai problemi legati alla sicurezza fino alla difficoltà con le lingue, o con il cibo. Zio Bici, prima di lanciarsi nel suo racconto, con pazienza ci spiega come ci si possa organizzare in questi casi, e come spesso le paure che ci assillano si rivelino essere più annidate dentro noi stessi che non dietro un qualche angolo reale. E non è certo l’unica cosa che può insegnarci questa esperienza.

Le lingue

«Quando viaggi così in bicicletta» – ci spiega Piero – «sei costretto a imparare sempre qualcosa della lingua locale, visto che ben pochi parlano l’inglese. Anche il cervello si adatta e si velocizza nell’apprendere. Io portavo con me un taccuino, che aggiornavo via via ad ogni confine, per poter tradurre ogni volta almeno le parole fondamentali. E se qualcuno parlava inglese lo tenevo lì tre quarti d’ora per saperne quanto più possibile sulla lingua del luogo».

Laos - relax dopo lo spettacolo

Laos – relax e studio dopo lo spettacolo

Il cibo

Come ci si organizza per quel che riguarda il cibo? – chiediamo a Piero. «Al cibo ci si abitua, con i sapori che naturalmente cambiano via via che cambiano i confini. Rifiutare il cibo offerto è una grossa scortesia, secondo le regole dell’ospitalità di questi luoghi, tanto che gli unici problemi sono sorti per dover trovare una maniera per armonizzare le scelte di un vegano londinese, che aveva fatto parte del nostro gruppo per un po’, con l’ospitalità di un gentile laotiano che gli offriva la sua carne. Che era tutto ciò che aveva». E a proposito di questo episodio, avremo modo di tornarci a tempo debito, dato che l’argomento è di stringente attualità e di sicuro potrà sollevare una discussione interessante.

«In quegli anni ho mangiato serpenti, marmotte, naturalmente cani e gatti – con i primi buonissimi. Non ce l’ho fatta col cervello di scimmia. Ho mangiato insetti fritti, tanta pecora e ortaggi e verdure di ogni tipo».

La paura 

Sembra inevitabile, almeno per una buona parte di noi, pensare alle problematiche legate alla sicurezza quando ci si muove in questo modo in giro per il mondo. Ma anche qui c’è qualcosa da imparare: «Non c’è stata mai paura, perché ci si muoveva senza gran che dietro, solo tanta attenzione verso il passaporto, che comunque una volta mi è stato anche rubato. Un momento critico dal punto di vista della sicurezza l’abbiamo trovato in Georgia, dove verso le otto di sera non c’era più nulla e nessuno in giro, e si rischiava di essere aggrediti da qualche ubriaco. Per più di due terzi del viaggio, comunque, ho incontrato persone incredibilmente rispettose, in luoghi dove spesso non era nemmeno mai passato un uomo bianco».

Cipro - bandiera di cemento

Cipro – La bandiera di cemento

Il ritorno

«Dopo tutto quel tempo in viaggio ho avuto paura di non riuscire più a rapportarmi con le persone, al ritorno. Ero cambiato profondamente. Pensa che per circa un anno e mezzo avevo vissuto con la stessa bottiglia di acqua da un litro e mezzo. Di plastica! Perché quella era la mia bottiglia dell’acqua e non chiedevo di meglio. E pensa che ancora oggi, così come si fa in due terzi del mondo, non uso la carta igienica, ma l’acqua. Tanto per farti un paio di esempi».

Esempi di un turismo totalmente differente da quello a cui siamo abituati. Un “turismo al contrario”, come lo definisce lo stesso Piero, che così ci spiega il concetto, rimandandoci al prossimo appuntamento, quando ripartiremo alla scoperta dei dettagli di questo viaggio catartico tra Europa e Asia: «Mentre il turista “classico” arriva e si prende quello che la località offre, andando via col suo pacchettino pieno di souvenir, la bicicletta e il circo facevano sì che noi fossimo i primi a dover dare, sempre, in ogni luogo, ribaltando quella che forse è la più triste delle regole del turista moderno. Eravamo cantastorie. Se chiedevamo, chiedevamo sempre dopo il nostro spettacolo. E spesso la poesia di fondo che ha animato questo viaggio loro la comprendevano, mentre qui da noi siamo troppo assuefatti per renderci conto di tante delle cose che abbiamo intorno».

“El pueblo entiende la poesia”, cantavano i Mercanti di Liquore, senza dimenticarsi di aggiungere “sempre che ce ne sia!”.

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